Elogio
dell’imperfezione
La
voglia (The
Birth-Mark)
è
un racconto breve
dello
scrittore americano Nathaniel
Hawthorne
(Salem,
4 luglio 1804 – Plymouth, 19 maggio 1864).
Fu
pubblicato per la prima volta nell’edizione del marzo
1843 della
rivista letteraria
The
Pioneer
e
più tardi apparve in
Mosses
from an Old Manse (Muschi
di una vecchia canonica),
una
raccolta di racconti brevi pubblicata nel
1846.
Protagonista
della storia è Aylmer, uno scienziato e filosofo della natura,
vissuto
nell’ultima parte del settecento, quando scienza e alchimia ancora
coincidevano.
Egli
ha
fatto del suo lavoro l’unica ragione di
vita, fino al matrimonio
con
Georgiana, una giovane donna di una
bellezza quasi
perfetta,
se
non per una piccola macchia rossa a
forma di mano
su di una guancia. Quella
piccola imperfezione, più
o meno evidente, a seconda delle emozioni della donna,
inizia ad ossessionare l’uomo, perfino nei sogni, fino a diventare
‘...il
simbolo della predisposizione di sua moglie al peccato, al dolore e
alla morte.’ Per
un uomo che tende al sublime e sente il
suo
spirito ‘gravato
dalla creta del corpo’
l’imperfezione
della moglie
diventa un limite da superare, l’ultimo
e più importante successo di una carriera prestigiosa
ma fonte di frustrazione,
perché
troppi sono
ancora
i segreti della natura che gli sfuggono.
Dal
canto suo Georgiana, che aveva sempre pensato
che
quella voglia
aggiungesse fascino alla sua bellezza, è dapprima profondamente
ferita dall’atteggiamento del marito: “Ti
fa orrore, marito mio!… Non puoi amare ciò che ti fa orrore.”
Ma
poi, vedendo come l’ossessione per quella piccola macchia sta
avvelenando il suo matrimonio, pur
consapevole dei rischi che corre,
cede
alla
volontà
del marito “Rimuovi
questa spaventosa mano, oppure prendi la mia vita!”
Pur
nutrendo
ammirazione per l’uomo di scienza stimato da tutti, si rende conto
che la sua è una carriera di fallimenti rispetto agli obbiettivi
irraggiungibili che si era proposto. Decide così di farsi vittima
sacrificale delle
ambizioni di Aylmer, pur di sentirsi finalmente pienamente accettata.
Il
racconto di Hawthorne
ha
il sapore di
un apologo sui rischi di una scienza che non riconosce i limiti
imposti dalla natura nel
nome di un’ideale, quanto irrealistica, perfezione. Così
Aylmer rinuncia alla felicità di cui avrebbe potuto godere se solo
fosse riuscito a ‘trovare
il futuro perfetto nel presente,’
e,
come un Pigmalione al contrario, toglie la vita alla dolce Georgiana
pur
di renderla perfetta, senza rendersi conto del paradosso semantico di
cui è vittima: mentre la vita è cambiamento, la perfezione è
statica, immutabile, e quindi è la negazione stessa della vita.
The
Birth-Mark
di
Nathaniel
Hawthorne
 |
John Collier, The Laboratory, 1895 |
Nell’ultima
parte del secolo scorso, viveva un uomo di scienza, un autorevole
esperto di ogni branca della filosofia naturalei
che, non molto prima che la nostra storia abbia inizio, aveva fatto
esperienza di un’affinità spirituale più attraente di una
qualunque affinità chimica. Aveva lasciato il suo laboratorio alle
cure di un assistente, ripulito i suoi bei lineamenti dal fumo della
fornace, lavato le macchie degli acidi dalle dita e persuaso una
bella donna a diventare sua moglie. A quei tempi, quando la scoperta
relativamente recente dell’elettricità e di altri simili misteri
della natura sembravano aprire sentieri nella regione dei miracoli,
non era insolito che l’amore per la scienza rivaleggiasse, per
profondità e passione totalizzante, con l’amore per una donna.
L’intelletto più alto, l’immaginazione, lo spirito e perfino il
cuore potevano tutti trovare il loro nutrimento ideale in ricerche
che, come credevano alcuni dei loro più ferventi adepti, avrebbero
scalato uno dopo l’altro i vari gradi del possente intelletto fino
a che il filosofo non avesse messo le mani sul segreto della forza
creatrice e forse forgiato per sé nuovi mondi.
Non
sappiamo se la fede di Aylmer nel supremo controllo dell’uomo sulla
natura arrivasse fino a questo livello. Comunque, si era dedicato in
modo troppo totalizzante agli studi scientifici per esserne mai
distratto da una seconda passione. Il suo amore per la giovane moglie
avrebbe potuto rivelarsi il più forte dei due, ma poteva esserlo
soltanto intrecciandosi con il suo amore per la scienza e unendo la
forza di quest’ultima alla sua.
Tale
unione si realizzò proprio in questi termini e fu accompagnata da
conseguenze veramente formidabili e da una morale estremamente
rimarchevole.
Un
giorno, subito dopo il suo matrimonio, Aylmer sedeva guardando sua
moglie con un’espressione turbata che diventava sempre più
evidente fino a che parlò.
“Georgiana,”
disse, “hai mai preso in considerazione l’idea che il segno sulla
tua guancia possa essere rimosso?”
“No,
davvero,” disse lei, sorridendo, ma percependo la serietà del suo
tono, arrossì fortemente. “Per dirti la verità, è stato così
spesso considerato un abbellimento, che sono stata abbastanza ingenua
da credere che potesse esserlo.”
Per
spiegare questa conversazione, è necessario specificare che al
centro della guancia sinistra di Georgiana c’era una singolare
macchia, profondamente intessuta, per così dire, nella superficie e
nella carne del suo volto. Nello stato abituale del suo incarnato –
un colorito salutare ma delicato – la voglia era di un cremisi
appena più scuro, che definiva imperfettamente la sua forma nel
colorito roseo circostante. Quando lei arrossiva, diventava
gradualmente più indistinta, e infine svaniva nel copioso afflusso
di sangue che irrorava l’intera guancia con il suo acceso rossore.
“Ah,
su di un altro volto, forse,” rispose suo marito, “ma mai sul
tuo. No, carissima Georgiana, tu sei uscita dalle mani della natura
così vicina alla perfezione, che questo lieve eventuale difetto, che
non sappiamo se considerarlo un difetto o un ornamento, mi fa
orrore, come se fosse il segno tangibile della terrena imperfezione.”
“Ti
fa orrore, marito mio!” esclamò Georgiana, profondamente ferita,
prima arrossendo per una rabbia passeggera, ma poi scoppiando in
lacrime. “Allora perché mi hai portata via da mia madre? Non puoi
amare ciò che ti fa orrore.”
Per
spiegare questa conversazione, è necessario specificare che al
centro della guancia sinistra di Georgiana c’era una singolare
macchia, profondamente intessuta, per così dire, nella superficie e
nella carne del suo volto. Nello stato abituale del suo incarnato –
un colorito salutare ma delicato – la voglia era di un cremisi
appena più scuro, che definiva imperfettamente la sua forma nel
colorito roseo circostante. Quando lei arrossiva, diventava
gradualmente più indistinta, e infine svaniva nel copioso afflusso
di sangue che irrorava l’intera guancia con il suo acceso rossore.
Ma
se un cambiamento d’umore la faceva impallidire, ecco di nuovo il
segno, una macchia cremisi sopra la neve, con una nettezza che
Aylmer a volte considerava quasi terrificante. La sua forma aveva una
non piccola somiglianza con una mano umana, sebbene di una dimensione
estremamente minuta. I corteggiatori di Georgiana erano soliti dire
che, alla sua nascita, una fata aveva poggiato la sua manina sulla
guancia dell’infante e lasciato questa impronta come segno dei
magici poteri che le avrebbero dato tanta influenza su tutti i cuori.
Molti
corteggiatori disperati avrebbero rischiato la vita per il privilegio
di imprimere le labbra sulla misteriosa mano. Non va nascosto,
comunque, che l’impressione fatta da questo sigillo fatato variava
moltissimo, a seconda della differenza di carattere dell’osservatore.
Alcune persone schizzinose – ma erano esclusivamente del suo stesso
sesso – affermavano che quella mano insanguinata, come la
definivano, distruggeva completamente il fascino della bellezza di
Georgiana e rendeva il suo volto perfino detestabile.
Ma
sarebbe altrettanto logico asserire che una di quelle piccole macchie
azzurre che a volta ci sono nel più puro marmo statuario
trasformerebbero la Eva scolpita da Powersii
in un mostro. Gli osservatori di sesso maschile, nel caso la voglia
non suscitasse la loro ammirazione, si accontentavano di desiderare
che fosse cancellata, affinché il mondo potesse avere un esempio
vivente di bellezza ideale senza l’ombra di un difetto. Dopo il suo
matrimonio – perché prima egli pensava poco o niente a questo
problema - Aylmer scoprì questo era il suo caso.

Fosse
stata meno bella – se la stessa invidia avesse potuto trovare
qualcos’altro da deridere – lui avrebbe potuto sentire il suo
affetto accresciuto dalla leggiadria di quel simulacro di mano, ora
vagamente delineato, ora scomparso, ora riapparendo di nuovo e
splendendo ritmicamente a seconda degli impulsi emotivi che
palpitavano nel suo cuore; ma al contrario, vedendola così perfetta,
egli scoprì che quest’unico difetto diventava sempre più
intollerabile ad ogni momento della loro vita comune.
Era
il fatale difetto dell’umanità che la natura, in una forma o
nell’altra, imprimeva indelebilmente su tutte le sue produzioni,
per significare sia che esse sono temporanee e caduche, sia che la
loro perfezione deve essere ottenuta con fatica e dolore. La mano
cremisi esprimeva l’inevitabile stretta in cui la mortalità
afferra le più alte e le più pure delle forme terrene degradandole
a quelle più infime della loro specie, e perfino agli stessi bruti,
come quelli la loro forma visibile ritornerà alla polvere. In questo
modo, scegliendola come il simbolo della predisposizione di sua
moglie al peccato, al dolore e alla morte, la cupa immaginazione di
Aylmer non impiegò molto a trasformare la voglia in un oggetto
terrificante, che gli causava più preoccupazione e orrore di tutta
la gioia, fisica o spirituale, che Georgiana gli avesse mai dato.
In
tutti quei momenti che avrebbero dovuto essere i più felici per
loro, lui invariabilmente e senza volerlo, anzi, a dispetto di un
intento contrario, ritornava a quest’unico disastroso argomento.
Per quanto all’inizio fosse sembrato insignificante, esso si
connesse a tal punto con innumerevoli successioni di pensieri e moti
dell’animo da diventare il punto centrale di ognuno di essi. Alle
prime luci del giorno, Aylmer apriva gli occhi sul volto di sua
moglie e riconosceva il simbolo dell’imperfezione. E quando a sera
sedevano insieme accanto al focolare i suoi occhi vagavano
furtivamente fino alla sua guancia e fissavano, tremula con lo
sfavillante fuoco, la mano spettrale che scriveva mortalità là dove
egli avrebbe desiderato adorare. Georgiana imparò ben presto a
tremare sotto quello sguardo. Bastava una sola occhiata alla
particolare espressione che il volto di lui assumeva, per mutare il
rosa delle sue guance in un pallore mortale, in mezzo a cui la mano
cremisi era messa fortemente in evidenza, come un bassorilievo di
rubino sul marmo più bianco.
Una
volta, a tarda sera, quando le luci stavano diventando sempre più
fioche, così da tradire a malapena la macchia sulla guancia della
povera moglie, ella stessa, per la prima volta, affrontò volutamente
l’argomento.
“Ricordi,
mio caro Aylmer,” disse, tentando debolmente di sorridere, “hai
alcun ricordo di un sogno, la scorsa notte circa, questa odiosa
mano?”
“Nessuno!
Proprio nessuno!” rispose Aylmer trasalendo, ma poi aggiunse, con
un tono secco e freddo, assunto allo scopo di nascondere la reale
profondità delle sue emozioni, “Avrei ben potuto sognarla, perché
prima di addormentarmi si era fortemente impossessata della mia
immaginazione.”
“E
l’hai sognata?” continuò Georgiana, frettolosamente, perché
temeva che un fiotto di lacrime potesse interrompere quello che aveva
da dire. “Un sogno terribile! Mi meraviglia che tu possa
dimenticarlo. È possibile dimenticare una frase come questa? ‘È
nel suo cuore, adesso, dobbiamo estirparla!’ Rifletti, marito mio,
perché vorrei proprio che tu ricordassi quel sogno.”
La
mente è in un triste stato quando il sonno, che tutto avvolge, non
riesce a confinare i suoi spettri nell’oscura regione della sua
influenza, ma lascia che essi fuggano via, terrorizzando la vita
reale con segreti che forse appartengono ad una più più profonda.
Aylmer
ora ricordava il suo sogno. Si era immaginato insieme al suo aiutante
Aminadab, mentre tentavano un’operazione per rimuovere la voglia,
ma più a fondo andava il coltello, più la mano affondava, fino a
che la sua minuscola presa sembrò essersi impossessata del cuore di
Georgiana, da dove, comunque, suo marito era inesorabilmente risoluto
a tagliarla o a strapparla via. Quando il sogno ebbe preso
compiutamente forma nella sua memoria, Aylmer sedette di fronte a sua
moglie sentendosi in colpa.
La
verità spesso si fa strada nella mente completamente avvolta nelle
vesti del sonno, e poi parla con schietta franchezza di argomenti
riguardo ai quali pratichiamo un inconscio autoinganno durante i
nostri momenti di veglia. Fino ad ora egli non era stato consapevole
della tirannica influenza acquisita sulla sua mente da un’unica
idea e di dove poteva spingersi in cuor suo nel tentativo di darsi
pace.
“Aylmer,”
ricominciò Georgiana, con tono solenne, “io non so quanto può
costare ad entrambi liberarmi da questo marchio fatale. Forse la sua
rimozione può causare una deformità incurabile, o forse la macchia
va in profondità quanto la stessa vita. Ancora una volta: sappiamo
se c’è una possibilità, costi quel che costi, di sciogliere la
soffocante stretta di questa piccola mano che fu messa su di me prima
che venissi al mondo?”
“Carissima
Georgiana, ho riflettuto a lungo su questo argomento,” la
interruppe precipitosamente Aylmer. “Sono
convinto della perfetta fattibilità della sua rimozione.”
“Se
c’è la più remota possibilità,” continuò Georgiana, “lasciamo
che il tentativo venga fatto a qualunque costo. Il pericolo non è
niente per me, perché la vita, mentre questo odioso segno mi rende
l’oggetto del tuo orrore e del tuo disgusto, la vita è un fardello
di cui mi libererei con gioia. Rimuovi
questa spaventosa mano, oppure prendi la mia vita! Tu possiedi una
scienza smisurata.
Tutto il mondo ne è testimone. Hai compiuto
grandi meraviglie. Non puoi
rimuovere questo piccolo, piccolo segno, che posso coprire con la
punta di due piccole dita?
Questo va oltre il tuo potere, per
amore della tua stessa pace e per salvare la tua povera moglie dalla
pazzia?”
“Nobilissima,
carissima, tenerissima moglie,” esclamò
entusiasta Aylmer, “non dubitare del mio potere. Ho già dedicato a
questo argomento le riflessioni più profonde – riflessioni che
avrebbero quasi potuto guidarmi a creare
un essere meno perfetto di
te. Georgiana, tu mi hai condotto più in fondo che mai nel cuore
della scienza. Mi sento assolutamente
in grado di rendere questa cara guancia perfetta come la sua compagna
e poi, mia amata, quale sarà
il mio trionfo quando avrò corretto quello che la natura ha lasciato
imperfetto nella sua più bella creazione! Perfino
Pigmalioneiii,
quando la sua donna scolpita prese vita, non provò un’estasi
maggiore di quella che sarà la mia.”
“È
deciso, allora,” disse Georgiana, con un flebile sorriso. “E,
Aylmer, non risparmiarmi, anche se tu dovessi scoprire che la voglia
si sia infine rifugiata nel mio cuore.”
Il
marito baciò teneramente la sua guancia – quella destra- non
quella che portava impressa la mano cremisi.
Il
giorno seguente Aylmer informò sua moglie che
aveva messo a punto un
piano che gli avrebbe permesso lo
studio intenso
e la
costante attenzione che l’operazione proposta
avrebbe richiesto, mentre
Georgiana, dal canto suo,
avrebbe goduto del perfetto riposo essenziale al suo successo. Si
sarebbero chiusi nel grande appartamento occupato
da Aylmer come laboratorio
e dove, durante la sua laboriosa giovinezza, aveva fatto scoperte nel
campo delle forze elementari della natura che avevano suscitato
l’ammirazione di tutte le società erudite in Europa.
Tranquillamente seduto
nel suo laboratorio, il pallido filosofo aveva investigato i segreti
delle più alte
regioni
delle nuvole
e delle miniere più profonde, aveva
saziato la sua curiosità con le cause che accendono e tengono vivi i
fuochi dei vulcani e aveva esplorato i misteri delle sorgenti, e di
come accada che alcune scaturiscano dall’oscuro seno della terra
così chiare e pure e altre così ricche di virtù medicinali. Qui,
inoltre, tempo prima, aveva studiato le meraviglie del corpo umano e
tentato di capire quegli stessi processi attraverso cui la natura
assimila dalla terra e dall’aria, e dal mondo spirituale, tutte le
sue preziose essenze per
creare e sviluppare l’uomo, suo capolavoro.
Aylmer,
tuttavia, aveva per lungo tempo messo da parte quest’ultimo studio,
nella riluttante accettazione della verità, contro cui prima o poi
tutti i ricercatori vanno a sbattere, che la nostra grande madre
creatrice, mentre ci distrae
operando
apparentemente alla luce del sole, tuttavia è inflessibilmente
attenta a mantenere i suoi segreti e, a dispetto di un’ostentata
trasparenza, non ci mostra altro che i risultati. Ci
permette, infatti, di danneggiare ma raramente di riparare
e, come un inventore geloso, mai di creare. Ora, comunque, Aylmer
riprese quelle ricerche quasi dimenticate non, naturalmente, con
quelle speranze e quei desideri che le avevano ispirate, ma perché
contenevano tanta verità sulla fisiologia umana
ed andavano nella stessa
direzione dello schema che si era proposto per la cura di Georgiana.
Mentre
la conduceva oltre la soglia del laboratorio, Georgiana era
gelata e tremante. Aylmer la
guardò in faccia sorridente, con l’intento di rassicurarla, ma
fu così impressionato dall’intenso splendore della voglia sul
candore della guancia che non poté trattenere un forte brivido
convulso. Sua moglie svenne.
“Aminadab!
Aminadab!” gridò Aylmer,
pestando violentemente i piedi sul pavimento. Immediatamente,
da una stanza interna uscì un uomo di bassa statura, ma tarchiato,
con capelli scarmigliati intorno al viso, che era sporco dei vapori
della fornace. Questo
personaggio era stato l’assistente di Aylmer durante tutta la sua
carriera scientifica ed era mirabilmente adatto all’ufficio grazie
alla sua grande preparazione meccanica e all’abilità con cui,
sebbene incapace di comprendere un singolo principio, egli eseguiva
dettagliatamente gli esperimenti del suo padrone. Con
la sua incredibile forza, i capelli scarmigliati, il volto affumicato
e l’indescrivibile materialità
di cui era incrostato, sembrava rappresentare la natura fisica
dell’uomo, mentre la figura snella di Aylmer, il viso pallido e
intelligente, erano non meno adatti ad un tipo
della sfera
spirituale.
 |
-John_Dee_and_Edward_Kelly |
“Spalanca
la porta del salotto, Aminadab,” disse Aylmer, “e brucia
un’essenza.”
“Sì,
padrone,” rispose Aminadab, guardando intensamente la figura senza
vita di Georgian, e poi mormorò fra sé, “se fosse mia moglie, non
mi separerei mai da quella voglia.”
Quando
Georgiana riprese conoscenza, si trovò
a respirare un’atmosfera di penetrante fragranza, la cui gentile
potenza l’aveva richiamata dal suo svenimento simile alla morte. La
scena intorno a lei sembrava un incantesimo. Aylmer aveva convertito
quelle stanze affumicate, squallide e buie, dove aveva trascorso gli
anni più brillanti in recondite ricerche, in una serie di splendide
stanze non indegne di essere la tranquilla dimora di una bella donna.
Alle pareti erano appesi
splendidi tendaggi, che conferivano
quella combinazione di grandezza e grazia che nessun altro tipo di
addobbo può eguagliare, e
siccome
cadevano dal soffitto fino al pavimento, le loro ricche e vaporose
pieghe, nascondendo tutti gli angoli e le linee rette, sembravano
ritagliare la scena da uno spazio infinito. Per
quel che ne sapeva Georgiana, poteva essere un padiglione fra le
nuvole. E Aylmer, escludendo la luce del sole che avrebbe interferito
con i suoi processi chimici, al suo posto aveva messo lampade
profumate, che emettevano fiamme variopinte ma tutte convergenti in
una morbida
luminosità purpurea. Si
inginocchiò accanto alla moglie, osservandola con uno sguardo serio
ma non allarmato, perché aveva fiducia nella sua scienza e sentiva
di poter tracciarle intorno un cerchio magico, che nessun male
avrebbe potuto penetrare.
“Dove
sono? Ah, ricordo,” disse Georgiana, debolmente, e coprì la
guancia con la mano per nascondere il terribile segno agli occhi del
marito
“Non
temere, adorata!” esclamò. “Non ritrarti da me! Credimi
Georgiana, gioisco perfino di questa singola imperfezione, poiché
sarà una tale estasi rimuoverla.”
“Oh,
risparmiami!” rispose tristemente la moglie. “Ti prego, non
guardarla ancora. Non potrò mai dimenticare quel brivido convulso.”
Allo
scopo di calmare Georgiana e, per così dire, liberarle la mente dal
fardello delle presenti contingenze, Aylmer allora mise in pratica
alcuni dei semplici e giocosi segreti che
la scienza
gli aveva insegnato, insieme
a quelli più profondi.
Figure aeree, idee
assolutamente incorporee e forme di una bellezza inconsistente
avanzarono e danzarono
davanti a lei, imprimendo le
loro fugaci orme sui raggi di luceiv.
Sebbene
Georgiana avesse
una vaga idea del metodo
usato per
creare
questi fenomeni ottici, tuttavia l’illusione era sufficientemente
perfetta da farle credere che suo marito possedesse il dominio del
mondo spirituale. Poi, quando avvertì il desiderio di guardare oltre
i confini della stanza, immediatamente, come in risposta ai suoi
pensieri, una sequenza di
immagini del mondo
esterno
volteggiò su di
uno schermo.
Lo
scenario e le figure della vita reale erano perfettamente
rappresentate, ma con quella seducente, tuttavia indescrivibile
differenza che sempre rende un dipinto, una
immagine o un’ombra tanto più attraenti dell’originale. Quando
se ne fu stancata, Aylmer la invitò a posare gli occhi su di un su
di un vaso che conteneva della terra. Lei così fece, all’inizio
con poco interesse, ma subito si stupì nel vedere il germe di una
pianta spuntare dal terreno. Poi fu la volta di un esile stelo, le
fogli si aprirono gradualmente e nel mezzo un perfetto e grazioso
fiore.
“È
una magia!” gridò Georgiana. “Non oso toccarlo.”
“Al
contrario, raccoglilo,” rispose
Aylmer, “raccoglilo e inala il suo fuggevole profumo finché puoi.
Il fiore appassirà fra pochi istanti e non lascerà altro che i
gusci scuri dei suoi semi, ma da questi si potrà perpetuare una
specie altrettanto effimera.”
Ma
Georgiana aveva appena toccato il fiore, quando tutta la pianta patì
una moria, essendo le sue foglie diventate nere fumo come per
l’azione del fuoco.
“C’è
stato uno stimolo troppo potente,” disse Aylmer pensieroso.
Per
rimediare a questo esperimento fallimentare, propose di farle il
ritratto con un processo scientifico di sua invenzione. Sarebbe
stato realizzato da raggi di luce impressi su di una piastra di
metallo lucidato. Georgiana acconsentì ma, guardando il risultato,
si spaventò trovando i lineamenti del ritratto appannati e
indefinibili, mentre la minuta immagine di una mano appariva là dove
avrebbe dovuto essere la guancia. Aylmer agguantò la piastra
metallica e la gettò in un vaso colmo di acido corrosivov.
Comunque,
dimenticò subito questi mortificanti fallimenti. Durante gli
intervalli tra lo studio e gli esperimenti chimici ritornava
da lei accalorato ed esausto, ma sembrava rinvigorito dalla sua
presenza e parlava con un linguaggio brillante delle risorse della
sua arte. Fece la storia della lunga dinastia degli alchimisti che
avevano trascorso i secoli alla ricerca del solvente universale
grazie al quale l’elemento aureo può essere ricavato da ogni cosa
vile e spregevole.

Aylmer
sembrava credere che, alla luce della più evidente logica
scientifica, era completamente entro i limiti del possibile
scoprire questo medium a lungo ricercato, “ma,” aggiunse, “un
filosofo che andasse abbastanza a
fondo da acquisire questo potere otterrebbe un sapere troppo elevato
per umiliarsi ad esercitarlo.” Non meno singolare
era la sua opinione riguardo all’elisir di lunga via. Egli fece
capire che era una sua
opzione se preparare un liquido in grado di prolungare la vita per
anni, forse per sempre, ma che questo avrebbe prodotto uno squilibrio
nella natura che tutto il mondo, e in particolare i fruitori di
questo particolare preparato, avrebbe finito col maledire.
“Aylmer,
dici il vero?” chiese Georgiana, guardandolo con stupore e paura.
“È terribile possedere
un tale potere, o perfino sognare di averlo.”
“Oh,
non tremare, amore mio,” disse suo marito. “Non farei del male a
te o a me stesso sperimentando sulle nostre vite tali disarmonici
effetti, ma vorrei farti
riflettere su come
sia insignificante, in confronto, l’abilità richiesta per
rimuovere questa piccola
mano.”
Sentendo
menzionare la voglia, Georgiana, al solito, si ritrasse, come se un
ferro rovente le avesse toccato la guancia.
Aylmer
tornò di nuovo alle sue fatiche. Georgiana
poteva udire la sua voce
nella lontana stanza della fornace mentre
dava ordini ad Aminadab, che
sireplicava
con toni aspri, crudi e rozzi, più simili al
grugnito
o al ringhiare di qualche
bestia che che alla parola umana. Dopo alcune ore di assenza, Aylmer
riapparve e le propose di esaminare il suo armadio dei prodotti
chimici e dei tesori naturali della terra. Tra i primi le mostrò
una piccola fiala in cui, fece notare, era contenuta una fragranza
gentile e tuttavia estremamente potente, capace di impregnare tutte
le brezze che soffiano su un regno.
Era
di inestimabile valore, il contenuto di quella piccola fiala e,
mentre lo diceva, gettò un po’ di quel profumo nell’aria e
riempì la stanza con quella rinvigorente e penetrante delizia.
“E
questo cos’è?” chiese Georgiana, indicando un piccolo globo di
cristallo che conteneva un liquido color oro. “È così piacevole
per gli occhi che potrei considerarlo
l’elisir di lunga vita.”
“In
un certo senso lo è,” rispose Aylmer, “o, piuttosto, l’elisir
dell’immortalità. È il veleno più prezioso che sia mai stato
concepito al mondo. Col suo aiuto potrei determinare la durata della
vita di ogni mortale su cui tu puntassi il dito. Sarebbe la potenza
della dose a determinare se costui dovesse tirare avanti per anni o
morire di colpo. Nessun re sul suo trono ben protetto conserverebbe
la vita se io, da privato cittadino, dovessi pensare che il benessere
di milioni mi autorizzasse a privarlo della vita.”
“Perché
conservi un preparato così spaventoso?” chiese Georgiana con
orrore.
“Non
diffidare di me, mia cara,” disse il marito, sorridendo, “le
sue qualità benefiche
sono di gran lunga maggiori di quelle
dannose.
Ma osserva: ecco un potente cosmetico. Poche gocce in una bacinella
d’acqua, possono lavare via le lentiggini con la stessa facilità
con cui si lavano le mani. Un’infusione più potente toglierebbe il
sangue dalle guance, lasciando la più rosea bellezza pallida come un
fantasma.”
“È
con questa lozione che intendi lavare la mia guancia?” chiese
Georgiana con ansia.
“Oh,
no” si affrettò a rispondere il marito. “Questo agisce
semplicemente in superficie. Il tuo caso richiede un rimedio che vada
più a fondo.”
Durante
i suoi colloqui con Georgiana, Aylmer faceva solitamente domande
minuziose circa le sue sensazioni e voleva sapere se il confinamento
in quelle stanze e la temperatura dell’ambiente le si confacessero.
Queste domande avevano un tenore così particolare che Georgiana
iniziò a pensare di essere già soggetta a certe influenze fisiche,
respirate con quell’aria fragrante oppure ingerite con il cibo.
Allo stesso modo immaginava, ma poteva essere soltanto una fantasia,
che ci fosse un risveglio del suo organismo – una sensazione
strana, indefinita che le attraversava le vene e che le dava un
brivido al cuore, in parte doloroso, in parte piacevole.
Tuttavia,
ogni volta che osava guardarsi allo specchio, si vedeva pallida come
una rosa bianca e con la voglia cremisi stampata sulla guancia.
Neppure Aylmer adesso la odiava quanto lei.
Per
dissipare il tedio delle ore che suo marito trovava necessario
dedicare ai processi di combinazione e analisi, Georgiana
si dedicò ai volumi della sua biblioteca scientifica. In molti
vecchi tomi anneriti si imbatté in capitoli pieni di romanticismo e
poesia. Erano le opere dei filosofi medioevali, come Alberto Magno,
Cornelio Agrippa, Paracelso e il famoso frate che creò la profetica
testa di bronzovi.

Tutti
questi antichi naturalisti erano avanti rispetto ai loro tempi, della
cui credulità, tuttavia, erano alquanto intrisi e pertanto si
credeva, e forse lo pensavano essi stessi, che dalle
loro
indagini
sulla
natura avessero tratto
un potere sulla natura stessa, e dalla fisica una certa influenza sul
mondo spirituale. Poco
meno strani e fantasiosi erano i primi volumi
della Transactions of the
Royal Societyvii,
in cui i membri, conoscendo poco i limiti delle potenzialità
naturali, davano continuamente testimonianza scritta di fenomeni
meravigliosi o proponevano metodi per ottenere tali meraviglie.
Ma
il volume più avvincente era un grande in folioviii
vergato dalla stessa
mano del marito, in cui egli
aveva annotato ogni
esperimento della sua carriera scientifica, il suo fine originale, i
metodi adottati per svilupparlo e il successo o il fallimento finale,
con le circostanze a cui i due
diversi esiti erano
attribuibili. Il libro, in
verità, era sia la storia che l’emblema della sua vita ardente,
ambiziosa, visionaria e tuttavia pratica e laboriosa. Trattava
i dettagli fisici come se al di là di essi non ci fosse niente
altro, eppure
li spiritualizzava tutti e si riscattava dal materialismo con la sua
forte e ansiosa
aspirazione verso
l’infinito.
Nelle
sue mani la
più infima zolla
di
terra assumeva un’anima. Georgiana, mentre leggeva, rispettava
Aylmer e lo amava più profondamente che mai, ma
con una fiducia nel
suo giudizio meno profonda
di prima. Sebbene lui avesse
raggiunto tanti traguardi, Georgiana non poteva fare a meno di
osservare che la maggior parte dei suoi splendidi successi erano
quasi invariabilmente
dei fallimenti, se paragonati con l’ideale a cui tendeva. I suoi
più brillanti diamanti non erano che dei semplici ciottoli, ed egli
stesso ne era consapevole, se paragonati con le inestimabili gemme
che giacevano nascoste oltre la sua portata.
Il
volume, ricco delle conquiste che avevano guadagnato tanta
fama al suo autore, era
tuttavia la più malinconica
rassegna che mai mano mortale avesse compilato. Era la triste
confessione e la continua esemplificazione dei limiti dell’uomo
composito, con lo spirito gravato dalla creta del corpo e destinato
ad operare
nella materia, e della disperazione che assale la
natura
più alta
nello scoprirsi impedita
dalla sua
parte terrena. Forse ogni
uomo di genio, qualunque fosse
la sua sfera d’interesse, poteva
riconoscere la descrizione
della propria esperienza nel diario di Aylmer.
Queste
riflessioni colpirono Georgiana così profondamente che poggiò il
volto sul volume aperto e scoppiò a piangere. Fu in queste
condizioni che la trovò suo marito.
“È
pericoloso leggere i libri di uno stregone,” disse lui con un
sorriso, sebbene la sua espressione fosse preoccupata e contrariata.
“Georgiana,
ci sono pagine in questo volume su cui io posso a mala pena posare lo
sguardo e restare lucido. Stai attenta affinché non risulti
altrettanto dannoso per te.”
“Ha
più che mai accresciuto la mia venerazione
per te,” disse.
“Aspetta
quest’ultimo successo” replicò, “poi, potrai venerarmi, se
vorrai. Non me ne riterrò del tutto indegno. Ma vieni, sono venuto a
cercarti per godere della tua voce. Canta per me, mia cara.”
Così,
lei fece fluire la liquida musica della sua voce per
dare sollievo alla sete del
suo spirito. Egli, quindi, prese congedo con la gioiosa esuberanza di
un ragazzo, assicurandola
che il suo isolamento sarebbe
durato soltanto un altro
poco e che il risultato era ormai certo. Era appena andato via,
quando Georgiana si sentì
irresistibilmente spinta a seguirlo. Aveva dimenticato di informare
Aylmer di un sintomo che
aveva iniziato a suscitare
la sua attenzione nelle ultime due o tre ore.
Si
trattava di una sensazione
nella voglia fatale, non dolorosa, ma che induceva un’irrequietezza
in tutto il suo organismo. Affrettandosi dietro al marito, si
intrufolò nel laboratorio per la prima volta.
La
prima cosa che le colpì l’occhio, a causa dell’intenso bagliore
del suo fuoco, fu la fornace, quel lavoratore bollente e febbrile,
che per la gran quantità di fuliggine che lo ricopriva, sembrava che
bruciasse da secoli. C’era
un apparato distillatore in piena azione. In giro per la stanza
c’erano storte, provette, cilindri, crogioli e altri apparecchi
della ricerca chimica. Un apparecchio elettrico era pronto per un uso
immediato. L’atmosfera risultava oppressivamente chiusa ed era
infestata da odori gassosi che erano stati espulsi dai processi della
scienza.
La
semplicità austera e umile della stanza, con le sue pareti nude e il
pavimento di mattoni, sembrava strana, abituata com’era diventata
Georgiana alla fantastica eleganza del suo salottino.
Ma
quello che soprattutto, in effetti quasi
soltanto, attrasse la sua
attenzione, fu l’aspetto dello stesso Aylmer. Era
pallido come la morte, ansioso e concentrato ed era chino sulla
fornace come se dipendesse dalla sua massima attenzione se il liquido
che veniva
distillato dovesse essere la pozione dell’immortale felicità o
dell’infelicità. Quanto
diverso dall’aspetto gioioso e sanguigno che aveva assunto per
incoraggiare Georgiana.
“Attento
adesso, Aminadab, attento, tu macchina umana, attento, tu uomo di
creta!” mormorava Aylmer, più a sé stesso che al suo assistente.
“Adesso, anche solo un pensiero di troppo o di meno, sarebbe la
fine.”
“Ho!
Ho!” borbottò Aminadab.
“Guardate, padrone!
Guardate!”
Aylmer
alzò immediatamente gli occhi e dapprima arrossì, poi
divenne pallido più che mai nel vedere Georgiana. Corse verso di lei
e le afferrò il braccio con una stretta che vi
lasciò sopra l’impronta delle dita.
“Perché
sei venuta qui? Non hai fiducia in tuo marito?” gridò lui, con
impeto. “Vorresti gettare il cattivo influsso di quella fatale
voglia sulle mie fatiche? Hai fatto male. Va, impicciona, va!”
“No,
Aylmer,” disse Georgiana con una fermezza di cui non era certo poco
dotata, “non sei tu che hai diritto di lamentarti. Tu non ti fidi
di tua moglie, mi hai nascosto l’ansia con cui segui lo sviluppo di
questo esperimento. Non considerarmi così da poco, marito mio. Dimmi
tutti i rischi che corriamo, e non temere che io mi tiri indietro,
perché la mia parte in esso è di gran lunga inferiore alla tua.”
“No,
no, Georgiana!” disse Aylmer, con impazienza, “Non è così.”
“Io
mi sottometto,” rispose lei con calma. “E, Aylmer, manderò giù
qualunque pozione tu mi porterai, ma sarà in base allo stesso
principio che mi indurrebbe a prendere una dose di veleno se mi
venisse offerta dalle tue mani.”
“Mia
nobile moglie,” disse Aylmer profondamente commosso, “Non
conoscevo l’altezza e la profondità della tua natura fino
ad ora. Niente ti sarà nascosto. Sappi,
allora, che quella mano
cremisi, per quanto sembri superficiale, ha stretto la sua presa sul
tuo essere con una forza di
cui non avevo cognizione prima. Io ho già somministrato agenti
abbastanza potenti da fare
tutto eccetto mutare il tuo intero sistema fisico. Rimane
solo da tentare un’ultima cosa. Se fallisce, siamo rovinati.”
“Perché
esitavi a dirmelo,” gli chiese.
“Perché,
Georgiana,” disse Aylmer, a voce bassa, “c’è un pericolo.”
“Pericolo?
Non c’è che un unico pericolo…che quest’orribile stigma resti
sulla mia guancia!” gridò Georgiana. “Rimuovilo, rimuovilo, a
qualunque costo, o impazziremo entrambi!”
“Lo
sa il cielo quanto sono vere le tue parole,” disse Aylmer con
tristezza. “Ed ora, carissima, ritorna nel tuo boudoir. Fra breve,
tutto sarà verificato.”
La
riportò indietro
e si accomiatò da lei con una solenne tenerezza che diceva molto più
delle sue parole quanto fosse adesso in gioco. Dopo che se ne fu
andato, Georgiana si immerse
nei suoi pensieri. Considerò
il carattere di Aylmer e gli rese una giustizia più completa di
quanto avesse mai fatto prima. Il suo cuore esultava e tremava allo
stesso tempo, per quell’amore encomiabile, così puro e nobile che
non avrebbe accettato niente meno della perfezione, né si sarebbe
miseramente accontentato di una natura più terrena di quella che
aveva sognato.
Sentiva
quanto un tale sentimento fosse più prezioso di quello più misero
che avesse tollerato
quell’imperfezione per amor suo e sarebbe stato colpevole di
tradimento verso quel sacro
amore degradando la sua
perfezione ideale
al livello della realtà fattuale, e con tutta la sua anima pregò
che, per un solo momento, ella
potesse soddisfare l’ideale più elevato e più profondo del
marito. Sapeva molto bene che non poteva essere più di un momento,
perché lo spirito di Aylmer
era sempre in marcia, sempre verso l’alto, e ogni istante
richiedeva qualcosa che andasse oltre l’obbiettivo dell’istante
precedente.
Il
suono dei passi del marito la ridestarono. Recava un calice di
cristallo che conteneva un liquido incolore, ma abbastanza brillante
da essere la pozione dell’immortalità. Aylmer era pallido, ma
sembrava piuttosto la conseguenza di un’estrema agitazione mentale
e di una tensione spirituale, piuttosto che della paura o del dubbio.
“La
preparazione di questa pozione è stata perfetta,” disse, in
risposta allo sguardo di Georgiana. “Se tutta la mia scienza non mi
ha ingannato, non fallirà.”
“Se
non fosse per te, mio caro Aylmer,” osservò sua moglie,
“desidererei
liberarmi di questo segno di mortalità abbandonando la mortalità
stessa, piuttosto che in altro modo. La vita non è che un bene senza
valore per quelli che che hanno raggiunto esattamente il mio stesso
grado di progresso morale. Se fossi più debole e più cieca, sarebbe
la felicità. Se fossi più forte, potrei sopportare fiduciosamente.
Ma, così come sono, penso di essere, fra tutti i mortali, la più
adatta a morire.”
“Tu
sei fatta per il cielo senza assaporare la morte!” rispose suo
marito. “Ma perché parliamo di morire? Questa pozione non può
fallire. Osserva i suoi effetti su questa pianta.”
Sulla
panca sotto la finestra c’era un geranio malato, con tutte le sue
foglie ricoperte da chiazze gialle. Aylmer versò una piccola
quantità di quel liquido sul terriccio in cui cresceva. In poco
tempo, quando le radici della pianta ebbero assorbito tutta
l’umidità, quelle brutte chiazze iniziarono a disfarsi in un
vivido verde.
“Non
c’era bisogno di alcuna prova,” disse Georgiana con calma. “Dammi
quel calice su cui gioiosamente scommetto tutto fidandomi della tua
parola.”
“Bevi,
allora, tu nobile creatura!” esclamò Aylmer, con fervida
ammirazione. “Non c’è nessuna macchia d’imperfezione sul tuo
spirito. Anche la tua forma sensibile sarà presto del tutto
perfetta.”
Georgiana
bevve il liquido avidamente e restituì il calice nelle sue mani.
“È
gradevole,” disse con un placido sorriso. “Mi sembra l’acqua di
una fontana celeste, perché contiene non so quale discreta e
piacevole fragranza. Placa una sete febbrile che mi ha tormentato per
molti giorni. Ora, mio caro, lasciami dormire. I miei sensi terreni
si stanno chiudendo sul mio spirito come le foglie intorno al cuore
di una rosa al tramonto.”
Disse
le ultime parole con una gentile riluttanza, come se questo
richiedesse quasi più energia di quanta ne disponesse per
pronunciare le esitanti e deboli sillabe. Le erano appena scivolate
via dalle labbra che si
perse nel sonno. Aylmer
sedeva al suo capezzale, osservando il suo aspetto con le emozioni
proprie di un uomo l’intero
valore della
cui esistenza era coinvolto nel processo che ora sarebbe
stato verificato.
A questo stato d’animo,
comunque, si mescolava la ricerca filosofica tipica dell’uomo di
scienza.
Non
il minimo sintomo gli sfuggì. Un più evidente rossore della
guancia, una lieve irregolarità del respiro,
un fremito della palpebra, un tremore appena percettibile del corpo.
Tali erano i dettagli che, di
momento in momento, egli
annotava sul suo in folio. Un intenso lavorio mentale aveva
caratterizzato tutta le precedenti pagine del volume, ma le idee di
anni erano tutte concentrate sull’ultima.
Mentre
era intento a scrivere, non mancò
mai di dare spesso uno sguardo alla mano fatale, e
non senza un brivido. Tuttavia, una volta, per uno starno e
incomprensibile impulso, vi premette sopra le labbra. Il suo spirito,
comunque, si ritrasse da quello stesso gesto e Georgiana, nel mezzo
del suo profondo sonno, si mosse nervosamente e mormorò come per
protestare. Di nuovo Aylmer riprese le sue osservazioni. E non fu
invano.
La
mano cremisi, che all’inizio era stata fortemente visibile sul
pallore marmoreo di Georgiana, ora diventava sempre più debolmente
delineata. Lei rimaneva non meno pallida che mai, ma la voglia
perdeva qualcosa della sua precedente evidenza ad ogni respiro che
andava e veniva. La sua presenza era stata spaventosa, la sua
scomparsa era ancor più spaventosa. Osservate la macchia
dell’arcobaleno che scompare dal cielo e saprete come come quel
misterioso simbolo svanì.
“Santo
cielo! è quasi sparita!” disse Aylmer a sé stesso, in un’estasi
quasi incontenibile. “Riesco a malapena a individuarla, adesso. È
fatta, è fatta! E adesso è come il più pallido color rosa. Il
minimo afflusso di sangue alla guancia la sovrasterebbe. Ma lei è
così pallida!”
Scostò
le tende della finestra e permise alla luce naturale del giorno di
entrare nella stanza e
posarsi sulla sua guancia.
Nello stesso
momento sentì un
ridacchiare rozzo e rauco, che da lungo tempo sapeva essere
l’espressione di gioia del suo servo Aminadab.
“Ah,
zolla! Ah, grumo di terra!” gridò Aylmer, ridendo in una sorta di
frenesia, “mi hai servito bene! Materia e spirito… terra e cielo…
hanno entrambi fatto la loro parte in questo! Ridi, creatura dei
sensi! Ti sei guadagnato il diritto di ridere.”
Queste
grida interruppero il sonno di Georgiana. Dischiuse lentamente gli
occhi e guardò nello specchio che suo marito aveva predisposto per
quello scopo. Un debole sorriso aleggiò sulle sue labbra quando vide
come fosse appena percettibile ora la mano cremisi che una volta
spiccava con tale disastroso splendore da scacciare tutta la loro
felicità. Ma poi i suoi occhi cercarono il volto di Aylmer con
un’inquietudine ed un’ansia che egli non riusciva assolutamente a
spiegare.
“Mio
povero Aylmer!” mormorò.
“Povero?
No, il più ricco, il più felice, il più fortunato!” esclamò.
“Mia impareggiabile sposa, è stato un successo! Sei perfetta!”
“Mio
povero Aylmer,” ripeté,
con una tenerezza più che umana, “hai mirato in alto, hai agito
nobilmente. Non pentirti se
a causa di un
sentimento così puro ed
elevato, tu hai rifiutato il meglio che la terra potesse offrirti.
Aylmer, carissimo Aylmer, sto morendo!”
Ahimè!
Era fin troppo vero! La mano fatale aveva afferrato il mistero della
vita ed era il legame tramite cui uno spirito angelico si manteneva
unito ad una
forma mortale. Mentre l’ultima sfumatura cremisi della voglia –
quell’unico segno di umana imperfezione – svaniva dalla sua
guancia, l’ultimo respiro di quella donna ormai perfetta passò
nell’atmosfera e la sua anima, indugiando per un attimo accanto al
marito, intraprese il suo volo verso i cielo.
Poi
si sentì di nuovo una risata rauca, sghignazzante! Così la rude
fatalità della terra esulta del suo costante trionfo sull’essenza
immortale che, in questa
opaca sfera di
sviluppo
a metà, esige la completezza di uno stato più elevato. Tuttavia, se
Aylmer avesse raggiunto una saggezza più profonda, non avrebbe
gettato via in questo modo la felicità che avrebbe intessuto
la sua vita mortale con
la medesima trama di quella celeste. La situazione contingente fu
troppo dura per lui, egli non riuscì a guardare oltre l’oscuro
limite del tempo e, vivendo una volta per tutte nell’eternità,
trovare il futuro perfetto nel presente.
FINE
iLa
filosofia naturale o filosofia della natura,
conosciuta in latino come philosophia naturalis,
consiste nella riflessione filosofica applicata allo studio della
natura. È considerata la controparte, o dai positivisti la
precorritrice, di ciò che oggi si chiama scienza naturale. Fu una
specifica disciplina filosofico-scientifica di grande importanza
storica, tramontata per vari motivi tra la fine del XVIII e l'inizio
del XIX secolo. Prima di allora, la filosofia naturale aveva
rappresentato per molti secoli l'avanguardia dell'indagine
scientifica, che coniugava l'osservazione sperimentale con la
riflessione filosofica.
ii
Hiram Powers ha realizzato "Eve Disconsolate"
1873 come compagno del suo precedente "Eve Tempted"
(progettato nel 1842; Smithsonian American Art Museum, Washington,
D.C.)
iii
Pigmalione,
secondo il mito narrato
da Ovidio nelle Metamorfosi,
era uno scultore greco
che
aveva modellato nell'avorio un nudo femminile. Perdutamente
innamoratosi della sua opera, l'aveva ritenuta espressione più alta
della femminilità, superiore a qualunque donna anche in carne e
ossa, tanto da dormirle accanto nella speranza che un giorno si
animasse. A questo scopo, in occasione delle feste rituali in onore
di Afrodite, Pigmalione si recò al tempio della dea e la pregò di
concedergli in sposa la scultura creata con le sue mani rendendola
una creatura umana: la dea acconsentì. Egli stesso vide la statua
lentamente animarsi, respirare e aprire gli occhi.
ivTali
effetti si ottenevano con la lanterna magica, uno strumento
di proiezione di immagini dipinte (di solito su vetro) su una parete
(o uno schermo appositamente predisposto) in una stanza buia,
tramite una scatola chiusa contenente una candela, la cui luce è
filtrata da un foro sul quale è applicata una lente. Il
procedimento è del tutto analogo nella sostanza a quello di un
moderno proiettore di diapositive. Si tratta del dispositivo del
precinema più vicino allo spettacolo cinematografico vero e
proprio. Considerata l'evoluzione della lanterna magica, la lanterna
di Drummond è stata grazie alla sua versatilità, tra le
lanterne più utilizzate tra la metà dell'800 e i primi del '900.
Funzionante tramite luce elettrica o attraverso una lampada ad arco,
fu largamente usata in ambito scientifico, didattico e ricreativo,
trovandosi difatti contemporaneamente sia in laboratori che in
anfiteatri.
vAncora
una volta l’autore attinge alle scoperte scientifiche dell’epoca,
questa volta tocca alla fotografia, o meglio la dagherrotipia
che fu il primo procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini
(tuttavia non riproducibili). Messo a punto dal francese Louis
Jacques Mandé Daguerre, venne presentato al pubblico nel 1839
presso l'Académie des Sciences e l'Académie des Beaux Arts. Le
immagini venivano ottenute utilizzando una lastra di rame su cui
veniva applicato elettroliticamente uno strato d'argento. La lastra
doveva, quindi, essere esposta entro un'ora e per un periodo
variabile tra i 10 e i 15 minuti.
vi
Alberto Magno detto Doctor Universalis, conosciuto anche
come Alberto il Grande o Alberto di Colonia ( ira il
1193 e il 1206 – 1280), è stato un vescovo cattolico, scrittore e
filosofo tedesco appartenente all'ordine domenicano. È considerato
il più grande filosofo e teologo tedesco del Medioevo sia per la
sua grande erudizione che per il suo impegno nel tenere distinto
l'ambito filosofico da quello teologico.
Heinrich
Cornelius Agrippa di Nettesheim
(Colonia, 14 settembre 1486 – Grenoble, 18 febbraio 1535) è stato
un alchimista, astrologo, esoterista e filosofo tedesco. Divenne
medico personale di Luisa di Savoia nonché storiografo di Carlo V;
ritenuto principe dei maghi neri e degli stregoni, riuscì tuttavia
a sfuggire all'Inquisizione. Il suo pensiero risiede essenzialmente
nella sua opera più importante, il De
occulta philosophia,
scritta nell'arco di circa venti anni, dal 1510 al 1530: la
filosofia occulta è la magia, considerata «la vera scienza, la
filosofia più elevata e perfetta, in una parola la perfezione e il
compimento di tutte le scienze naturali».
Philippus
Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, detto Paracelsus,
o Paracelso (Einsiedeln, 14 novembre 1493 – Salisburgo, 24
settembre 1541), è stato un medico, alchimista e astrologo
svizzero. Paracelso o "Paracelsus" (che deriverebbe da
«eguale a» o «più grande di Celsus», forse riferito
all'enciclopedista romano del primo secolo Aulo Cornelio Celso, noto
per il suo trattato De medicina) è una delle figure più
rappresentative del Rinascimento. Egli è anche noto per aver
battezzato lo zinco, chiamandolo zincum, ed è considerato
come il primo botanico sistematico. Si laureò all'Università di
Ferrara, più o meno negli stessi anni in cui vi si laureò Niccolò
Copernico.
La
testa di bronzo era un leggendario automa attribuito al
monaco francescano e filosofo Roger Bacon, vissuto nel XII secolo e
che si era guadagnato una reputazione come mago. L’automa era
considerato capace di rispondere a qualsiasi domanda, anche se
spesso soltanto con un ‘sì’ o un ‘no’ Questi automi sono
poi diventati popolari nelle fiere di paese e nei luna park, come il
mago Zoltar nel film Big interpretato da Tom Hanks nel 1988.
vii
Le Philosophical
Transactions of the Royal Society
sono una rivista scientifica pubblicata dalla Royal Society di
Londra (fondata nel
1660). Nata nel 1665, è
la prima rivista al mondo dedicata esclusivamente alla scienza, ed è
rimasta attiva da allora fino ad oggi, rendendola anche la rivista
scientifica più longeva al mondo. L'aggettivo "filosofiche"
nel titolo si riferisce alla filosofia naturale, allora equivalente
a ciò che oggi chiamiamo scienza. Tra gli autori famosi che
contribuirono ci furono Isaac Newton, James Clerk Maxwell, Michael
Faraday e Charles Darwin.
Lo
stesso Newton praticò convintamente l’alchimia al punto da essere
considerato come ‘l’ultimo dei maghi’ dal grande economista
Keynes.
viiiquello
di un libro i cui fogli di stampa risultino piegati una volta sola
in modo che ciascuno di essi presenti quattro facciate.
Nell'uso moderno si dice di ogni volume che, indipendentemente dal
numero delle volte in cui è piegato il foglio, misuri come minimo
40 cm di altezza e 26 di larghezza.