lunedì 30 dicembre 2024

La notte dei pesci - Fish Night

 



 

Nel brodo primordiale

 

Joe Richard Harold Lansdale, meglio conosciuto come Joe R. Lansdale (1951), è uno scrittore statunitense, autore di romanzi, di racconti e di fumetti, oltre che di testi per la televisione, e di sceneggiature per il cinema.

È difficile inquadrare la sua vasta produzione letteraria: si va dal racconto gotico a quello di fantascienza, dalla satira sociale alla narrativa per ragazzi, dal "noir" (spesso con una forte componente di azione violenta) ai racconti western, il tutto condito con forti dosi di umorismo. Tutte queste disparate influenze si fondono fino a creare quello che l'autore stesso ama definire "lo stile Lansdale". L’ultimo suo romanzo, La setta delle ciambelle (The Donut Legion, 2023), è stato pubblicato in Italia da Einaudi.

 

Il racconto che vi propongo, La notte dei pesci (Fish Night, 1982), è stato pubblicato in Italia nel 1989 nella collana Horror Story (Garden Editoriale) di Aa. Vv., e poi nel 2002 in un’antologia dell’autore (Maneggiare con cura, Fanucci editore).

La storia, se vogliamo, potrebbe essere una storia di fantasmi, ma non del genere che vi aspettereste. Tutto inizia in un torrido pomeriggio estivo, quando la vecchia auto su cui viaggiano due commessi viaggiatori esala l’ultimo respiro in un punto indefinito del deserto dell’Arizona. Il più anziano racconta al più giovane (i loro nomi non vengono mai fatti) che venti anni prima era già stato in quella parte del deserto. Quando finalmente cala la notte, alla magica luce della luna e delle stelle, il vecchio trova il coraggio di raccontare al giovane quello che gli era successo venti anni prima: quel deserto, milioni di anni fa era stato il fondo di un oceano, abitato da milioni di pesci ormai estinti, ma venti anni prima, in una notte altrettanto magica, il mare fantasma era riemerso con gli spettri di tutti i multicolori pesci che lo avevano abitato. E, nonostante l’incredulità del giovane, il miracolo si ripete anche quella notte, ed ecco riapparire il mare con tutti, ma proprio tutti, i suoi spettrali abitanti.



🐠Curiosità:

"La notte dei pesci" è anche il titolo del dodicesimo episodio della prima stagione di Love, Death & Robots, serie animata Netflix uscita nel 2019.







La notte dei pesci

 

di
 

Joe R. Lansdale






Era un pomeriggio arroventato, senza una nuvola in cielo ed un sole implacabile. L’aria tremava come una massa di ectoplasma gelatinoso.

Non c’era un alito di vento.

Attraverso l’afa avanzava una sfinita Plymouth nera, che tossiva e ruttava fumo bianco da sotto il cofano. Rantolò un paio di volte, ebbe un rumoroso ritorno di fiamma e morì sul ciglio della strada.

L’autista uscì e girò intorno al cofano. Era un uomo ormai nel triste inverno della vita, con radi capelli castani e una pancia prominente gli correva lungo i fianchi. Aveva la camicia aperta fino all’ombelico, le maniche arrotolate sopra il gomito. I peli del petto e delle braccia erano grigi.

Un uomo più giovane scese dalla parte del passeggero, anche lui andò verso il cofano. Gialle esplosioni di sudore macchiavano le ascelle della sua camicia bianca. Una cravatta a strisce, non annodata, gli stava appesa al collo come un serpente domestico che fosse morto nel sonno.

Allora?” chiese il giovane.

Il vecchio non disse niente. Aprì il cofano. Come la nota di un organo a vapore, dal radiatore uscì fuori uno sbuffo bianco, che salì verso il cielo e scomparve.

Dannazione,” disse l’uomo, e diede un calcio al paraurti come se stesse prendendo a calci sui denti un nemico. Trasse poca soddisfazione da questo gesto, solo un brutto graffio sulle sue scarpe marroni a coda di rondine, e un contraccolpo alla caviglia che gli faceva un male del diavolo.

Allora?” ripeté il giovane.

Allora cosa? Che ne dici? Morto come l’affare degli apriscatole questa settimana. Anche più morto. Il radiatore è butterato di buchi.”

Forse qualcuno passerà e ci darà una mano.”

Sicuro.”

Un passaggio.”

Continua a sperare, ragazzino.”

Qualcuno prima o poi deve passare,” disse il giovane.

Forse, forse no. Chi altro prende queste scorciatoie? La strada principale, ecco dove sono tutti. Non questa insignificante scorciatoia secondaria.” disse fissando rabbiosamente il giovane.

Non ti ho costretto,” sbottò il giovane. “Era sulla cartina. Te l’ho segnalata, questo è tutto. È stata una tua scelta. Sei tu quello che ha deciso di prenderla. Non è colpa mia. E poi, chi si aspettava che la macchina sarebbe morta?”

Non ti avevo detto di controllare l’acqua del radiatore? Non è stato quando eravamo ancora ad El Pasoi?”

Ho controllato l’acqua. L’acqua c’era allora. Ripeto, non è colpa mia. Sei tu quello che ha guidato per tutta l’Arizonaii.”

Sì, sì,” disse il vecchio, come e questo fosse qualcosa che non voleva sentire. Si girò per guardare verso l’autostrada.

Non una macchina, non un camion. Solo ondate di calore e miglia di asfalto vuoto a perdita d’occhio.

Si sedettero sul terreno bollente con la schiena rivolta alla macchina, che così gli fece un po’ di ombra – ma non molta. Sorseggiarono da un barattolo di acqua tiepida preso dalla Plymouth e parlarono un po’ fino al tramonto. Ormai si erano alquanto calmati. Il calore aveva abbandonato la sabbia ed era stato sostituito dal freddo del deserto. Là dove il caldo li aveva resi aggressivi, il freddo li aveva riconciliati.

Il vecchio si abbottonò la camicia e srotolò le maniche mentre il giovane tirò fuori un maglioncino dal sedile posteriore. Indossò il maglioncino e si rimise a sedere.

"Sono spiacente per tutto questo,” disse tutto d’un fiato.

Non è stata colpa tua, non è stata colpa di nessuno. Solo che ogni tanto mi metto ad inveire dando la colpa dell’affare degli apriscatole a tutto meno che agli apriscatole e a me stesso. I giorni dei venditori porta-a-porta sono finiti, figliolo.”

E io che speravo di fare un lavoretto estivo,” disse il giovane.

Il vecchio rise. “Mi sa che ci sei cascato. Sono bravi a raccontarla, non è vero?”

"Direi!”

Lo fanno sembrare denaro trovato per terra, ma non c’è denaro trovato per terra, ragazzo. Non c’è niente di facile in questo mondo. La ditta è l’unica che ci abbia mai fatto dei soldi. Noi diventiamo soltanto più stanchi e più vecchi, con più buchi nelle scarpe. Se avessi avuto un po’ di buon senso, avrei lasciato anni fa. Tutto quello che devi lavorare tu è questa estate...”

Forse nemmeno anche meno.”

Bene, questo è tutto quello che so. Solo città dopo città, motel dopo motel, casa dopo casa, guardando le persone attraverso la rete della porta esterna, mentre scuotono la testa. No. Perfino gli scarafaggi degli squallidi motel iniziano a sembrarti dei piccoli amici già visti prima, forse una specie di venditori porta-a-porta che sono lì perché anche loro hanno bisogno di affittare una stanza.”

Il ragazzo si mise a ridere. “Potresti anche avere ragione.”

Per un momento sedettero senza parlare, tutt’uno col silenzio. Adesso la notte si era completamente impadronita del deserto. Una pachidermica luna dorata e miliardi di stelle spargevano una luce biancastra da distanze siderali.

Si levò il vento. La sabbia si mosse, trovò nuovi posti dove posarsi. Le sue ondulazioni, lente e dolci, erano reminiscenti del maestoso mare. Questo fu quello che disse il giovane, che una volta aveva attraversato l’Atlantico in nave.

Il mare?” replicò il vecchio.

Sì, sì, proprio così. Stavo pensando la stessa cosa. Questo, in parte, è il motivo che mi rende nervoso. Parte del perché ero agitato questo pomeriggio. Non era solo per il caldo. Ci sono ricordi miei qui intorno,” annuì verso il deserto, “e mi stanno ritornando in mente.”

Il ragazzo fece una faccia stupita. “Non capisco.”

Non potresti. Non potresti. Penseresti che sono pazzo.”

Già penso che sei pazzo. Allora dimmelo.”

Il vecchio sorrise. “Va bene, ma non ridere.”

Non lo farò.”

Un momento di silenzio si fece strada tra di loro. Alla fine il vecchio disse, “è la notte dei pesci, ragazzo. Questa è una notte di luna piena e questa è la parte giusta del deserto, se la memoria mi aiuta, e la sensazione è quella giusta – voglio dire, non sembra che la notte sia fatta di un tessuto soffice, che sia differente dalle altre notti, che è come essere dentro una grande borsa scura, i cui lati siano cosparsi di glitter, con un faretto in alto, sull’apertura, che serve da luna?”

Non ti seguo.”

Il vecchio sospirò. “Ma è una strana atmosfera. Giusto? Puoi sentirlo anche tu, non è così?”

Credo. Pensavo che fosse solo l’aria del deserto. Non ho mai campeggiato all’aperto in un deserto, prima, e credo che sia strano.”

Strano, esatto. Vedi, questa è la strada su cui mi sono arenato circa venti anni fa. All’inizio non me ne resi conto, almeno non consciamente. Ma dentro di me, nel profondo, devo averlo saputo mentre prendevo questa strada, tentando il fato, offrendogli, come dicono quelli del calcio, una instant replay, una verifica immediata.”

Ancora non capisco cos’è la notte dei pesci. Che vuoi dire? Sei già stato qui?”

Non in questo preciso posto, da qualche parte qui intorno. Questa era anche qualcosa meno di una strada allora, rispetto ad oggi. I Navajo erano quasi gli unici che la percorressero. La mia auto morì qui, come è successo oggi, e iniziai a camminare invece di mettermi ad aspettare. Mentre camminavo i pesci sbucarono fuori. Nuotando magnificamente nel chiarore degli astri. Ce ne erano tanti. Di tutti i colori dell’arcobaleno. Piccoli, grandi, grassi, magri. Nuotavano proprio verso di me, proprio attraverso me! Pesci fin dove arrivava lo sguardo. Al di sopra e sulla sabbia.

Aspetta, ragazzo. Non metterti a guardarmi in quel modo. Senti: tu vai all’università, e ne sai di queste cose. Voglio dire, di quello che c’era qui prima di noi, prima che strisciassimo fuori dal mare e cambiassimo abbastanza da chiamarci uomini. Una volta non eravamo soltanto delle cose gelatinose, parenti delle cose che nuotavano?”

Penso, ma...”

Milioni e milioni di anni fa questo deserto era un fondo marino. Forse anche il luogo di nascita dell’uomo. Chi lo sa? L’ho letto in qualche libro di scienza. E allora ho pensato così: se i fantasmi di persone possono infestare le case che hanno abitato, perché i fantasmi di creature morte da tanto tempo non potrebbero infestare i luoghi dove hanno vissuto un tempo, nuotare in un mare fantasma?”

Pesci con un’anima?”

Non fare il gretto con me, ragazzo. Ascolta: alcuni indiani con cui ho parlato su al nord, mi hanno parlato di una cosa che chiamano manitu. È uno spirito. Credono che tutte le cose ne abbiano uno. Rocce, alberi, ogni cosa. Anche se la roccia diventa polvere o l’albero viene abbattuto, il suo manitu continua ad esistere.”

Allora perché questi pesci non si vedono sempre?”

Perché i fantasmi non possiamo vederli sempre? E perché c’è chi non può vederli mai? Non è il momento giusto, ecco perché. È una situazione rara e immagino che sia come un’immaginaria combinazione a tempo – come quelle che usano le banche. La combinazione della cassaforte scatta e si apre, ed ecco i soldi. Qui la combinazione scatta ed arrivano i pesci di un mondo morto tanto tempo fa.”

Beh, è una cosa su cui riflettere.” abbozzò il ragazzo.

Il vecchio fece un ghigno. “Non ti rimprovero per quello che stai pensando. Ma questo mi è successo venti anni fa e non l’ho mai dimenticato. Vidi quei pesci per una buona ora prima che sparissero. Un navajo arrivò in un vecchio pickup poco dopo e gli scroccai un passaggio in città. Gli dissi quello che avevo visto. Si limitò a guardarmi e a grugnire. Ma potrei giurare che sapeva di cosa stessi parlando. L’aveva visto anche lui, e forse non era la prima volta.

Ho sentito che i navajo, per qualche ragione, non mangiano pesce e ci scommetto che sono i pesci del deserto la causa. Forse li considerano sacri. E perché no? Sembrava di essere alla presenza del Creatore, era come ritornare nel grembo materno e ridiventare un feto, intento solo a scalciare nel liquido amniotico senza un pensiero al mondo.”

Non saprei. Direi che..”

Puzza?” Il vecchio rise. “Proprio così, proprio così. Allora, questo navajo mi diede un passaggio fino in città. Il giorno dopo feci riparare la mia auto e me ne andai. Non ho più preso quella scorciatoia, fino ad oggi, e penso che sia stato più di un incidente. Il mio subconscio mi stava guidando. Quella notte mi riempì di paura, ragazzo, e non ho problemi ad ammetterlo. Ma fu anche bellissimo, e non sono mai riuscito a togliermelo dalla mente.”

Natura morta con pesci

Il ragazzo non sapeva che dire.

Il vecchio lo guardò e sorrise. “Non ti biasimo,” disse. “Nemmeno un po’. Forse sono pazzo.”

Sedettero ancora un poco in compagnia della notte e del deserto, e il vecchio si tolse i denti falsi e vi versò sopra un po’ di acqua tiepida per ripulirli dai residui di caffè e sigarette.

Spero che quest’acqua non ci servirà,” disse il giovane.

Hai ragione. Che stupido! Dormiamo un pochino, e mettiamoci in cammino prima che faccia giorno. La prossima città non è molto lontana. Al massimo dieci miglia.” Si rimise i denti.

Ce la caveremo.”

Il ragazzo annuì.

I pesci non arrivarono. Non ne parlarono. Strisciarono nella macchina, il giovane sul sedile anteriore, il vecchio su quello posteriore. Usarono gli abiti di ricambio per avvolgercisi dentro, e per bloccare le fredde dita della notte.

Verso la mezzanotte il vecchio si svegliò improvvisamente e rimase disteso con le mani dietro la testa a guardare fuori dal finestrino di fronte e a studiare il freddo cielo del deserto.

E un pesce gli nuotò accanto.

Lungo e snello e risplendente di tutti i colori del mondo, agitando la coda quasi in segno di addio. Poi sparì.

Il vecchio si mise a sedere. Fuori, tutto intorno, c’erano i pesci – di tutte le misure, colori e forme.

Ehi, ragazzo, svegliati!”

Il ragazzo, che stava riposando con la faccia sulle braccia, si girò. “Che succede? È ora di andare?”

I pesci.”

No, ancora?”

Guarda!”

Il giovane si sedette. La bocca spalancata. Gli occhi fuori dalle orbite. Tutto intorno alla macchina, sempre più veloci, in vortici tenebrosi, nuotavano pesci di ogni specie.

"Mah, che io sia… Come?”

"Te l’avevo detto. Te l’avevo detto.”

Il vecchio allungò la mano verso la maniglia della porta, ma prima che potesse aprirla un pesce nuotò pigramente attraverso il lunotto posteriore, fece il giro della macchina una, due volte, passò attraverso il torace del vecchio, e con un colpo di coda uscì attraverso il tettuccio.

Il vecchio ridacchiò, e con una spinta aprì la porta. Si mise a saltellare lungo la strada. Si slanciava verso l’alto per affondare le mani in quei pesci spettrali. “Come bolle di sapone,” disse. “No, come fumo!”

Il giovane, con la bocca ancora spalancata, aprì la portiera e uscì. Poteva vedere i pesci perfino su in alto. Strani pesci, che non rassomigliavano a niente che avesse già visto nei quadri o avesse mai immaginato. Fluttuavano e giravano intorno come lampi di luce.

Mentre guardava in su, vide una grande nuvola nera che si stava avvicinando alla luna. L’unica nuvola nel cielo. Di colpo, quella nuvola lo riportò alla realtà e ringraziò Dio per questo. Cose normali accadevano ancora. Il mondo non era completamente impazzito.

Pesci e stelle - Matisse

Dopo un po’, il vecchio smise di saltellare tra i pesci e andò ad appoggiarsi alla macchina, con la mano sul petto ansimante.

La senti, ragazzo? Senti la presenza del mare? Non sembra il battito del cuore di tua madre mentre galleggiavi nel suo grembo?”

E il più giovane dovette ammettere di sentirlo, quel rimbombante ritmo interiore che è la marea della vita e il cuore pulsante del mare.

"Come?” disse il giovane, “e perché?”

Il meccanismo a tempo, ragazzo. Il meccanismo è scattato e i pesci sono liberi. Pesci di un tempo prima che l’uomo fosse uomo. Prima che la civiltà iniziasse ad opprimerci. So che è vero. Questa verità è stata sempre dentro di me. È dentro tutti noi.”

È come un viaggio nel tempo,” disse il giovane. “Dal passato al futuro, hanno percorso tutta questa strada.”

Sì, sì… è così. Perché, se loro possono venire nel nostro mondo, perché noi non possiamo andare nel loro? Liberare questo spirito dentro di noi, sintonizzarci con il loro tempo?”

Ehi, aspetta un attimo...”

"Mio Dio, ecco il perché. Sono puri, ragazzo, puri. Completamente liberi dalle trappole della civiltà. Deve essere così! Loro sono puri, noi no. Noi siamo appesantiti dalla tecnologia. Questi abiti, quella macchina.”

Il vecchio iniziò a togliersi gli abiti.

"Ehi!” disse il giovane. “Gelerai.”

"Se si puro, se sei completamente puro,” borbottava il vecchio, “Ecco, sì, questa è la chiave.”

Sei impazzito.”

Non mi importa della macchina,” gridò il vecchio, correndo sulla sabbia, trascinandosi dietro quel che restava dei suoi abiti. Saltellava per il deserto come una lepre.

Dio, Dio, non succede niente, niente,” gemette. “Questo non è il mio mondo. Sono di quel mondo. Voglio fluttuare libero nel ventre marino, lontano da apriscatole, macchine e…”

Il giovane chiamò il vecchio per nome. Il vecchio sembrava non sentirlo.

Voglio restare qui!” gridò il vecchio. Di colpo riprese a saltare. “I denti!” gridò.

Dentisti, scienza, via!” Si ficcò una mano in bocca, tirò via i denti finti e li gettò dietro le spalle. Nell’istante in cui i denti caddero, il vecchio si sollevò in aria. Iniziò a dare bracciate. A nuotare su, su e su, muovendosi tra i pesci come una pallida foca rosea.

Dentisti, scienza, via!” Si ficcò una mano in bocca, tirò via i denti finti e li gettò dietro le spalle. Nell’istante in cui i denti caddero, il vecchio si sollevò in aria. Iniziò a dare bracciate. A nuotare su, su e su, muovendosi tra i pesci come una pallida foca rosea.

Alla luce della luna il giovane poté vedere le guance gonfie del vecchio che trattenevano l’ultima boccata dell’aria del futuro. Il vecchio andava su, su, su, nuotando energicamente nelle acque ormai scomparse di un tempo passato.

Il giovane iniziò a strapparsi di dosso i vestiti. Forse poteva ancora acchiapparlo, tirarlo giù, rivestirlo. Fare qualcosa, Dio, qualcosa… Ma, e se non fosse riuscito a tornare indietro? E poi c’erano otturazioni nei suoi denti, e una protesi metallica nella schiena, a causa di un incidente di motocicletta. No, a differenza del vecchio, questo era il suo mondo e lui era legato ad esso. Non c’era niente che potesse fare.

Una grande ombra ondeggiò davanti alla luna, formò una guizzante striscia di oscurità che indusse il giovane a lasciar perdere i bottoni delle sua camicia e a guardare in alto.

La forma di un nero siluro si mosse in quel mare invisibile: uno squalo, l’antenato di tutti gli squaliiii, il seme di tutte le paure dell’uomo per gli abissi.

Love Death & Robots

E afferrò il vecchio nella sua bocca, incominciò a nuotare verso l’alto, verso la luce dorata della luna. Il vecchio dondolava dalla bocca della creatura come come un topo straziato dalle fauci di un gatto di casa. Dal suo corpo rosseggiò del sangue che si avvolse in un’oscura spirale in quel mare invisibile.

Il giovane tremò. “Oh Dio,” disse solamente.

Poi, quella densa nuvola nera procedette, passando davanti alla faccia della luna.

Momentanea oscurità.

E poi, quando la nuvola passò oltre, ci fu ancora una volta la luce, e un cielo vuoto.

Niente pesci.

Nessuno squalo.

E nessun vecchio.

Solo la notte, la luna e le stelle.



FINE




i El Paso è una città e il capoluogo della contea omonima, situati all'estremità occidentale del Texas, negli Stati Uniti.

ii L’Arizona, stato nel Sudovest degli Stati Uniti d’America, è conosciuto in particolare per il Grand Canyon, capitale Phoenix. Sul suo territorio si trova il deserto di Sonora. È uno dei deserti più estesi e più caldi del Nord America, con un'area di circa 311.000 km², che comprende parti degli Stati dell'Arizona, della California e degli stati messicani di Sonora, Baja California e Baja California Sur.

iii Otodus megalodon (il cui nome della specie, megalodon, deriva dal greco e significa "grande dente"), comunemente noto come megalodon o megalodonte, è una specie estinta[3] di squalo gigante vissuto dal Miocene inferiore al Pliocene inferiore, circa 23-3,6 milioni di anni fa


 

martedì 16 luglio 2024

La voglia - The Birthmark

 

Elogio dell’imperfezione




La voglia (The Birth-Mark) è un racconto breve dello scrittore americano Nathaniel Hawthorne (Salem, 4 luglio 1804 – Plymouth, 19 maggio 1864). Fu pubblicato per la prima volta nell’edizione del marzo 1843 della rivista letteraria The Pioneer e più tardi apparve in Mosses from an Old Manse (Muschi di una vecchia canonica), una raccolta di racconti brevi pubblicata nel 1846.


Protagonista della storia è Aylmer, uno scienziato e filosofo della natura, vissuto nell’ultima parte del settecento, quando scienza e alchimia ancora coincidevano. Egli ha fatto del suo lavoro l’unica ragione di vita, fino al matrimonio con Georgiana, una giovane donna di una bellezza quasi perfetta, se non per una piccola macchia rossa a forma di mano su di una guancia. Quella piccola imperfezione, più o meno evidente, a seconda delle emozioni della donna, inizia ad ossessionare l’uomo, perfino nei sogni, fino a diventare ‘...il simbolo della predisposizione di sua moglie al peccato, al dolore e alla morte.’ Per un uomo che tende al sublime e sente il suo spirito ‘gravato dalla creta del corpol’imperfezione della moglie diventa un limite da superare, l’ultimo e più importante successo di una carriera prestigiosa ma fonte di frustrazione, perché troppi sono ancora i segreti della natura che gli sfuggono.

Dal canto suo Georgiana, che aveva sempre pensato che quella voglia aggiungesse fascino alla sua bellezza, è dapprima profondamente ferita dall’atteggiamento del marito: Ti fa orrore, marito mio!… Non puoi amare ciò che ti fa orrore.” Ma poi, vedendo come l’ossessione per quella piccola macchia sta avvelenando il suo matrimonio, pur consapevole dei rischi che corre, cede alla volontà del marito “Rimuovi questa spaventosa mano, oppure prendi la mia vita!” Pur nutrendo ammirazione per l’uomo di scienza stimato da tutti, si rende conto che la sua è una carriera di fallimenti rispetto agli obbiettivi irraggiungibili che si era proposto. Decide così di farsi vittima sacrificale delle ambizioni di Aylmer, pur di sentirsi finalmente pienamente accettata.


Il racconto di Hawthorne ha il sapore di un apologo sui rischi di una scienza che non riconosce i limiti imposti dalla natura nel nome di un’ideale, quanto irrealistica, perfezione. Così Aylmer rinuncia alla felicità di cui avrebbe potuto godere se solo fosse riuscito a ‘trovare il futuro perfetto nel presente,’ e, come un Pigmalione al contrario, toglie la vita alla dolce Georgiana pur di renderla perfetta, senza rendersi conto del paradosso semantico di cui è vittima: mentre la vita è cambiamento, la perfezione è statica, immutabile, e quindi è la negazione stessa della vita.








The Birth-Mark

 

di

 

Nathaniel Hawthorne

 

 

John Collier, The Laboratory, 1895





Nell’ultima parte del secolo scorso, viveva un uomo di scienza, un autorevole esperto di ogni branca della filosofia naturalei che, non molto prima che la nostra storia abbia inizio, aveva fatto esperienza di un’affinità spirituale più attraente di una qualunque affinità chimica. Aveva lasciato il suo laboratorio alle cure di un assistente, ripulito i suoi bei lineamenti dal fumo della fornace, lavato le macchie degli acidi dalle dita e persuaso una bella donna a diventare sua moglie. A quei tempi, quando la scoperta relativamente recente dell’elettricità e di altri simili misteri della natura sembravano aprire sentieri nella regione dei miracoli, non era insolito che l’amore per la scienza rivaleggiasse, per profondità e passione totalizzante, con l’amore per una donna. L’intelletto più alto, l’immaginazione, lo spirito e perfino il cuore potevano tutti trovare il loro nutrimento ideale in ricerche che, come credevano alcuni dei loro più ferventi adepti, avrebbero scalato uno dopo l’altro i vari gradi del possente intelletto fino a che il filosofo non avesse messo le mani sul segreto della forza creatrice e forse forgiato per sé nuovi mondi.

Non sappiamo se la fede di Aylmer nel supremo controllo dell’uomo sulla natura arrivasse fino a questo livello. Comunque, si era dedicato in modo troppo totalizzante agli studi scientifici per esserne mai distratto da una seconda passione. Il suo amore per la giovane moglie avrebbe potuto rivelarsi il più forte dei due, ma poteva esserlo soltanto intrecciandosi con il suo amore per la scienza e unendo la forza di quest’ultima alla sua.

Tale unione si realizzò proprio in questi termini e fu accompagnata da conseguenze veramente formidabili e da una morale estremamente rimarchevole.

Un giorno, subito dopo il suo matrimonio, Aylmer sedeva guardando sua moglie con un’espressione turbata che diventava sempre più evidente fino a che parlò.

Georgiana,” disse, “hai mai preso in considerazione l’idea che il segno sulla tua guancia possa essere rimosso?”

No, davvero,” disse lei, sorridendo, ma percependo la serietà del suo tono, arrossì fortemente. “Per dirti la verità, è stato così spesso considerato un abbellimento, che sono stata abbastanza ingenua da credere che potesse esserlo.”

Per spiegare questa conversazione, è necessario specificare che al centro della guancia sinistra di Georgiana c’era una singolare macchia, profondamente intessuta, per così dire, nella superficie e nella carne del suo volto. Nello stato abituale del suo incarnato – un colorito salutare ma delicato – la voglia era di un cremisi appena più scuro, che definiva imperfettamente la sua forma nel colorito roseo circostante. Quando lei arrossiva, diventava gradualmente più indistinta, e infine svaniva nel copioso afflusso di sangue che irrorava l’intera guancia con il suo acceso rossore.

Ah, su di un altro volto, forse,” rispose suo marito, “ma mai sul tuo. No, carissima Georgiana, tu sei uscita dalle mani della natura così vicina alla perfezione, che questo lieve eventuale difetto, che non sappiamo se considerarlo un difetto o un ornamento, mi fa orrore, come se fosse il segno tangibile della terrena imperfezione.”

Ti fa orrore, marito mio!” esclamò Georgiana, profondamente ferita, prima arrossendo per una rabbia passeggera, ma poi scoppiando in lacrime. “Allora perché mi hai portata via da mia madre? Non puoi amare ciò che ti fa orrore.”

Per spiegare questa conversazione, è necessario specificare che al centro della guancia sinistra di Georgiana c’era una singolare macchia, profondamente intessuta, per così dire, nella superficie e nella carne del suo volto. Nello stato abituale del suo incarnato – un colorito salutare ma delicato – la voglia era di un cremisi appena più scuro, che definiva imperfettamente la sua forma nel colorito roseo circostante. Quando lei arrossiva, diventava gradualmente più indistinta, e infine svaniva nel copioso afflusso di sangue che irrorava l’intera guancia con il suo acceso rossore.

Ma se un cambiamento d’umore la faceva impallidire, ecco di nuovo il segno, una macchia cremisi sopra la neve, con una nettezza che Aylmer a volte considerava quasi terrificante. La sua forma aveva una non piccola somiglianza con una mano umana, sebbene di una dimensione estremamente minuta. I corteggiatori di Georgiana erano soliti dire che, alla sua nascita, una fata aveva poggiato la sua manina sulla guancia dell’infante e lasciato questa impronta come segno dei magici poteri che le avrebbero dato tanta influenza su tutti i cuori.

Molti corteggiatori disperati avrebbero rischiato la vita per il privilegio di imprimere le labbra sulla misteriosa mano. Non va nascosto, comunque, che l’impressione fatta da questo sigillo fatato variava moltissimo, a seconda della differenza di carattere dell’osservatore. Alcune persone schizzinose – ma erano esclusivamente del suo stesso sesso – affermavano che quella mano insanguinata, come la definivano, distruggeva completamente il fascino della bellezza di Georgiana e rendeva il suo volto perfino detestabile.

Ma sarebbe altrettanto logico asserire che una di quelle piccole macchie azzurre che a volta ci sono nel più puro marmo statuario trasformerebbero la Eva scolpita da Powersii in un mostro. Gli osservatori di sesso maschile, nel caso la voglia non suscitasse la loro ammirazione, si accontentavano di desiderare che fosse cancellata, affinché il mondo potesse avere un esempio vivente di bellezza ideale senza l’ombra di un difetto. Dopo il suo matrimonio – perché prima egli pensava poco o niente a questo problema - Aylmer scoprì questo era il suo caso.

Fosse stata meno bella – se la stessa invidia avesse potuto trovare qualcos’altro da deridere – lui avrebbe potuto sentire il suo affetto accresciuto dalla leggiadria di quel simulacro di mano, ora vagamente delineato, ora scomparso, ora riapparendo di nuovo e splendendo ritmicamente a seconda degli impulsi emotivi che palpitavano nel suo cuore; ma al contrario, vedendola così perfetta, egli scoprì che quest’unico difetto diventava sempre più intollerabile ad ogni momento della loro vita comune.

Era il fatale difetto dell’umanità che la natura, in una forma o nell’altra, imprimeva indelebilmente su tutte le sue produzioni, per significare sia che esse sono temporanee e caduche, sia che la loro perfezione deve essere ottenuta con fatica e dolore. La mano cremisi esprimeva l’inevitabile stretta in cui la mortalità afferra le più alte e le più pure delle forme terrene degradandole a quelle più infime della loro specie, e perfino agli stessi bruti, come quelli la loro forma visibile ritornerà alla polvere. In questo modo, scegliendola come il simbolo della predisposizione di sua moglie al peccato, al dolore e alla morte, la cupa immaginazione di Aylmer non impiegò molto a trasformare la voglia in un oggetto terrificante, che gli causava più preoccupazione e orrore di tutta la gioia, fisica o spirituale, che Georgiana gli avesse mai dato.

In tutti quei momenti che avrebbero dovuto essere i più felici per loro, lui invariabilmente e senza volerlo, anzi, a dispetto di un intento contrario, ritornava a quest’unico disastroso argomento. Per quanto all’inizio fosse sembrato insignificante, esso si connesse a tal punto con innumerevoli successioni di pensieri e moti dell’animo da diventare il punto centrale di ognuno di essi. Alle prime luci del giorno, Aylmer apriva gli occhi sul volto di sua moglie e riconosceva il simbolo dell’imperfezione. E quando a sera sedevano insieme accanto al focolare i suoi occhi vagavano furtivamente fino alla sua guancia e fissavano, tremula con lo sfavillante fuoco, la mano spettrale che scriveva mortalità là dove egli avrebbe desiderato adorare. Georgiana imparò ben presto a tremare sotto quello sguardo. Bastava una sola occhiata alla particolare espressione che il volto di lui assumeva, per mutare il rosa delle sue guance in un pallore mortale, in mezzo a cui la mano cremisi era messa fortemente in evidenza, come un bassorilievo di rubino sul marmo più bianco.

Una volta, a tarda sera, quando le luci stavano diventando sempre più fioche, così da tradire a malapena la macchia sulla guancia della povera moglie, ella stessa, per la prima volta, affrontò volutamente l’argomento.

Ricordi, mio caro Aylmer,” disse, tentando debolmente di sorridere, “hai alcun ricordo di un sogno, la scorsa notte circa, questa odiosa mano?”

Nessuno! Proprio nessuno!” rispose Aylmer trasalendo, ma poi aggiunse, con un tono secco e freddo, assunto allo scopo di nascondere la reale profondità delle sue emozioni, “Avrei ben potuto sognarla, perché prima di addormentarmi si era fortemente impossessata della mia immaginazione.”

E l’hai sognata?” continuò Georgiana, frettolosamente, perché temeva che un fiotto di lacrime potesse interrompere quello che aveva da dire. “Un sogno terribile! Mi meraviglia che tu possa dimenticarlo. È possibile dimenticare una frase come questa? ‘È nel suo cuore, adesso, dobbiamo estirparla!’ Rifletti, marito mio, perché vorrei proprio che tu ricordassi quel sogno.”

La mente è in un triste stato quando il sonno, che tutto avvolge, non riesce a confinare i suoi spettri nell’oscura regione della sua influenza, ma lascia che essi fuggano via, terrorizzando la vita reale con segreti che forse appartengono ad una più più profonda.

Aylmer ora ricordava il suo sogno. Si era immaginato insieme al suo aiutante Aminadab, mentre tentavano un’operazione per rimuovere la voglia, ma più a fondo andava il coltello, più la mano affondava, fino a che la sua minuscola presa sembrò essersi impossessata del cuore di Georgiana, da dove, comunque, suo marito era inesorabilmente risoluto a tagliarla o a strapparla via. Quando il sogno ebbe preso compiutamente forma nella sua memoria, Aylmer sedette di fronte a sua moglie sentendosi in colpa.

La verità spesso si fa strada nella mente completamente avvolta nelle vesti del sonno, e poi parla con schietta franchezza di argomenti riguardo ai quali pratichiamo un inconscio autoinganno durante i nostri momenti di veglia. Fino ad ora egli non era stato consapevole della tirannica influenza acquisita sulla sua mente da un’unica idea e di dove poteva spingersi in cuor suo nel tentativo di darsi pace.

Aylmer,” ricominciò Georgiana, con tono solenne, “io non so quanto può costare ad entrambi liberarmi da questo marchio fatale. Forse la sua rimozione può causare una deformità incurabile, o forse la macchia va in profondità quanto la stessa vita. Ancora una volta: sappiamo se c’è una possibilità, costi quel che costi, di sciogliere la soffocante stretta di questa piccola mano che fu messa su di me prima che venissi al mondo?”

Carissima Georgiana, ho riflettuto a lungo su questo argomento,” la interruppe precipitosamente Aylmer. “Sono convinto della perfetta fattibilità della sua rimozione.”

Se c’è la più remota possibilità,” continuò Georgiana, lasciamo che il tentativo venga fatto a qualunque costo. Il pericolo non è niente per me, perché la vita, mentre questo odioso segno mi rende l’oggetto del tuo orrore e del tuo disgusto, la vita è un fardello di cui mi libererei con gioia. Rimuovi questa spaventosa mano, oppure prendi la mia vita! Tu possiedi una scienza smisurata. Tutto il mondo ne è testimone. Hai compiuto grandi meraviglie. Non puoi rimuovere questo piccolo, piccolo segno, che posso coprire con la punta di due piccole dita? Questo va oltre il tuo potere, per amore della tua stessa pace e per salvare la tua povera moglie dalla pazzia?”

Nobilissima, carissima, tenerissima moglie,” esclamò entusiasta Aylmer, “non dubitare del mio potere. Ho già dedicato a questo argomento le riflessioni più profonde – riflessioni che avrebbero quasi potuto guidarmi a creare un essere meno perfetto di te. Georgiana, tu mi hai condotto più in fondo che mai nel cuore della scienza. Mi sento assolutamente in grado di rendere questa cara guancia perfetta come la sua compagna e poi, mia amata, quale sarà il mio trionfo quando avrò corretto quello che la natura ha lasciato imperfetto nella sua più bella creazione! Perfino Pigmalioneiii, quando la sua donna scolpita prese vita, non provò un’estasi maggiore di quella che sarà la mia.”

È deciso, allora,” disse Georgiana, con un flebile sorriso. E, Aylmer, non risparmiarmi, anche se tu dovessi scoprire che la voglia si sia infine rifugiata nel mio cuore.”

Il marito baciò teneramente la sua guancia – quella destra- non quella che portava impressa la mano cremisi.

Il giorno seguente Aylmer informò sua moglie che aveva messo a punto un piano che gli avrebbe permesso lo studio intenso e la costante attenzione che l’operazione proposta avrebbe richiesto, mentre Georgiana, dal canto suo, avrebbe goduto del perfetto riposo essenziale al suo successo. Si sarebbero chiusi nel grande appartamento occupato da Aylmer come laboratorio e dove, durante la sua laboriosa giovinezza, aveva fatto scoperte nel campo delle forze elementari della natura che avevano suscitato l’ammirazione di tutte le società erudite in Europa. Tranquillamente seduto nel suo laboratorio, il pallido filosofo aveva investigato i segreti delle più alte regioni delle nuvole e delle miniere più profonde, aveva saziato la sua curiosità con le cause che accendono e tengono vivi i fuochi dei vulcani e aveva esplorato i misteri delle sorgenti, e di come accada che alcune scaturiscano dall’oscuro seno della terra così chiare e pure e altre così ricche di virtù medicinali. Qui, inoltre, tempo prima, aveva studiato le meraviglie del corpo umano e tentato di capire quegli stessi processi attraverso cui la natura assimila dalla terra e dall’aria, e dal mondo spirituale, tutte le sue preziose essenze per creare e sviluppare l’uomo, suo capolavoro.

Aylmer, tuttavia, aveva per lungo tempo messo da parte quest’ultimo studio, nella riluttante accettazione della verità, contro cui prima o poi tutti i ricercatori vanno a sbattere, che la nostra grande madre creatrice, mentre ci distrae operando apparentemente alla luce del sole, tuttavia è inflessibilmente attenta a mantenere i suoi segreti e, a dispetto di un’ostentata trasparenza, non ci mostra altro che i risultati. Ci permette, infatti, di danneggiare ma raramente di riparare e, come un inventore geloso, mai di creare. Ora, comunque, Aylmer riprese quelle ricerche quasi dimenticate non, naturalmente, con quelle speranze e quei desideri che le avevano ispirate, ma perché contenevano tanta verità sulla fisiologia umana ed andavano nella stessa direzione dello schema che si era proposto per la cura di Georgiana.

Mentre la conduceva oltre la soglia del laboratorio, Georgiana era gelata e tremante. Aylmer la guardò in faccia sorridente, con l’intento di rassicurarla, ma fu così impressionato dall’intenso splendore della voglia sul candore della guancia che non poté trattenere un forte brivido convulso. Sua moglie svenne.

Aminadab! Aminadab!” gridò Aylmer, pestando violentemente i piedi sul pavimento. Immediatamente, da una stanza interna uscì un uomo di bassa statura, ma tarchiato, con capelli scarmigliati intorno al viso, che era sporco dei vapori della fornace. Questo personaggio era stato l’assistente di Aylmer durante tutta la sua carriera scientifica ed era mirabilmente adatto all’ufficio grazie alla sua grande preparazione meccanica e all’abilità con cui, sebbene incapace di comprendere un singolo principio, egli eseguiva dettagliatamente gli esperimenti del suo padrone. Con la sua incredibile forza, i capelli scarmigliati, il volto affumicato e l’indescrivibile materialità di cui era incrostato, sembrava rappresentare la natura fisica dell’uomo, mentre la figura snella di Aylmer, il viso pallido e intelligente, erano non meno adatti ad un tipo

 della sfera spirituale.

-John_Dee_and_Edward_Kelly

Spalanca la porta del salotto, Aminadab,” disse Aylmer, “e brucia un’essenza.”

Sì, padrone,” rispose Aminadab, guardando intensamente la figura senza vita di Georgian, e poi mormorò fra sé, “se fosse mia moglie, non mi separerei mai da quella voglia.”

Quando Georgiana riprese conoscenza, si trovò a respirare un’atmosfera di penetrante fragranza, la cui gentile potenza l’aveva richiamata dal suo svenimento simile alla morte. La scena intorno a lei sembrava un incantesimo. Aylmer aveva convertito quelle stanze affumicate, squallide e buie, dove aveva trascorso gli anni più brillanti in recondite ricerche, in una serie di splendide stanze non indegne di essere la tranquilla dimora di una bella donna. Alle pareti erano appesi splendidi tendaggi, che conferivano quella combinazione di grandezza e grazia che nessun altro tipo di addobbo può eguagliare, e siccome cadevano dal soffitto fino al pavimento, le loro ricche e vaporose pieghe, nascondendo tutti gli angoli e le linee rette, sembravano ritagliare la scena da uno spazio infinito. Per quel che ne sapeva Georgiana, poteva essere un padiglione fra le nuvole. E Aylmer, escludendo la luce del sole che avrebbe interferito con i suoi processi chimici, al suo posto aveva messo lampade profumate, che emettevano fiamme variopinte ma tutte convergenti in una morbida luminosità purpurea. Si inginocchiò accanto alla moglie, osservandola con uno sguardo serio ma non allarmato, perché aveva fiducia nella sua scienza e sentiva di poter tracciarle intorno un cerchio magico, che nessun male avrebbe potuto penetrare.

Dove sono? Ah, ricordo,” disse Georgiana, debolmente, e coprì la guancia con la mano per nascondere il terribile segno agli occhi del marito

Non temere, adorata!” esclamò. “Non ritrarti da me! Credimi Georgiana, gioisco perfino di questa singola imperfezione, poiché sarà una tale estasi rimuoverla.”

Oh, risparmiami!” rispose tristemente la moglie. “Ti prego, non guardarla ancora. Non potrò mai dimenticare quel brivido convulso.”

Allo scopo di calmare Georgiana e, per così dire, liberarle la mente dal fardello delle presenti contingenze, Aylmer allora mise in pratica alcuni dei semplici e giocosi segreti che la scienza gli aveva insegnato, insieme a quelli più profondi. Figure aeree, idee assolutamente incorporee e forme di una bellezza inconsistente avanzarono e danzarono davanti a lei, imprimendo le loro fugaci orme sui raggi di luceiv.

Sebbene Georgiana avesse una vaga idea del metodo usato per creare questi fenomeni ottici, tuttavia l’illusione era sufficientemente perfetta da farle credere che suo marito possedesse il dominio del mondo spirituale. Poi, quando avvertì il desiderio di guardare oltre i confini della stanza, immediatamente, come in risposta ai suoi pensieri, una sequenza di immagini del mondo esterno volteggiò su di uno schermo.

Lo scenario e le figure della vita reale erano perfettamente rappresentate, ma con quella seducente, tuttavia indescrivibile differenza che sempre rende un dipinto, una immagine o un’ombra tanto più attraenti dell’originale. Quando se ne fu stancata, Aylmer la invitò a posare gli occhi su di un su di un vaso che conteneva della terra. Lei così fece, all’inizio con poco interesse, ma subito si stupì nel vedere il germe di una pianta spuntare dal terreno. Poi fu la volta di un esile stelo, le fogli si aprirono gradualmente e nel mezzo un perfetto e grazioso fiore.

È una magia!” gridò Georgiana. “Non oso toccarlo.”

Al contrario, raccoglilo,” rispose Aylmer, “raccoglilo e inala il suo fuggevole profumo finché puoi. Il fiore appassirà fra pochi istanti e non lascerà altro che i gusci scuri dei suoi semi, ma da questi si potrà perpetuare una specie altrettanto effimera.”

Ma Georgiana aveva appena toccato il fiore, quando tutta la pianta patì una moria, essendo le sue foglie diventate nere fumo come per l’azione del fuoco.

C’è stato uno stimolo troppo potente,” disse Aylmer pensieroso.

Per rimediare a questo esperimento fallimentare, propose di farle il ritratto con un processo scientifico di sua invenzione. Sarebbe stato realizzato da raggi di luce impressi su di una piastra di metallo lucidato. Georgiana acconsentì ma, guardando il risultato, si spaventò trovando i lineamenti del ritratto appannati e indefinibili, mentre la minuta immagine di una mano appariva là dove avrebbe dovuto essere la guancia. Aylmer agguantò la piastra metallica e la gettò in un vaso colmo di acido corrosivov.

Comunque, dimenticò subito questi mortificanti fallimenti. Durante gli intervalli tra lo studio e gli esperimenti chimici ritornava da lei accalorato ed esausto, ma sembrava rinvigorito dalla sua presenza e parlava con un linguaggio brillante delle risorse della sua arte. Fece la storia della lunga dinastia degli alchimisti che avevano trascorso i secoli alla ricerca del solvente universale grazie al quale l’elemento aureo può essere ricavato da ogni cosa vile e spregevole.

Aylmer sembrava credere che, alla luce della più evidente logica scientifica, era completamente entro i limiti del possibile scoprire questo medium a lungo ricercato, “ma,” aggiunse, “un filosofo che andasse abbastanza a fondo da acquisire questo potere otterrebbe un sapere troppo elevato per umiliarsi ad esercitarlo.” Non meno singolare era la sua opinione riguardo all’elisir di lunga via. Egli fece capire che era una sua opzione se preparare un liquido in grado di prolungare la vita per anni, forse per sempre, ma che questo avrebbe prodotto uno squilibrio nella natura che tutto il mondo, e in particolare i fruitori di questo particolare preparato, avrebbe finito col maledire.

Aylmer, dici il vero?” chiese Georgiana, guardandolo con stupore e paura. “È terribile possedere un tale potere, o perfino sognare di averlo.”

Oh, non tremare, amore mio,” disse suo marito. “Non farei del male a te o a me stesso sperimentando sulle nostre vite tali disarmonici effetti, ma vorrei farti riflettere su come sia insignificante, in confronto, l’abilità richiesta per rimuovere questa piccola mano.”

Sentendo menzionare la voglia, Georgiana, al solito, si ritrasse, come se un ferro rovente le avesse toccato la guancia.

Aylmer tornò di nuovo alle sue fatiche. Georgiana poteva udire la sua voce nella lontana stanza della fornace mentre dava ordini ad Aminadab, che sireplicava con toni aspri, crudi e rozzi, più simili al grugnito o al ringhiare di qualche bestia che che alla parola umana. Dopo alcune ore di assenza, Aylmer riapparve e le propose di esaminare il suo armadio dei prodotti chimici e dei tesori naturali della terra. Tra i primi le mostrò una piccola fiala in cui, fece notare, era contenuta una fragranza gentile e tuttavia estremamente potente, capace di impregnare tutte le brezze che soffiano su un regno.

Era di inestimabile valore, il contenuto di quella piccola fiala e, mentre lo diceva, gettò un po’ di quel profumo nell’aria e riempì la stanza con quella rinvigorente e penetrante delizia.

E questo cos’è?” chiese Georgiana, indicando un piccolo globo di cristallo che conteneva un liquido color oro. “È così piacevole per gli occhi che potrei considerarlo l’elisir di lunga vita.”

In un certo senso lo è,” rispose Aylmer, “o, piuttosto, l’elisir dell’immortalità. È il veleno più prezioso che sia mai stato concepito al mondo. Col suo aiuto potrei determinare la durata della vita di ogni mortale su cui tu puntassi il dito. Sarebbe la potenza della dose a determinare se costui dovesse tirare avanti per anni o morire di colpo. Nessun re sul suo trono ben protetto conserverebbe la vita se io, da privato cittadino, dovessi pensare che il benessere di milioni mi autorizzasse a privarlo della vita.”

Perché conservi un preparato così spaventoso?” chiese Georgiana con orrore.

Non diffidare di me, mia cara,” disse il marito, sorridendo, le sue qualità benefiche sono di gran lunga maggiori di quelle dannose. Ma osserva: ecco un potente cosmetico. Poche gocce in una bacinella d’acqua, possono lavare via le lentiggini con la stessa facilità con cui si lavano le mani. Un’infusione più potente toglierebbe il sangue dalle guance, lasciando la più rosea bellezza pallida come un fantasma.”

È con questa lozione che intendi lavare la mia guancia?” chiese Georgiana con ansia.

Oh, no” si affrettò a rispondere il marito. “Questo agisce semplicemente in superficie. Il tuo caso richiede un rimedio che vada più a fondo.”

Durante i suoi colloqui con Georgiana, Aylmer faceva solitamente domande minuziose circa le sue sensazioni e voleva sapere se il confinamento in quelle stanze e la temperatura dell’ambiente le si confacessero. Queste domande avevano un tenore così particolare che Georgiana iniziò a pensare di essere già soggetta a certe influenze fisiche, respirate con quell’aria fragrante oppure ingerite con il cibo. Allo stesso modo immaginava, ma poteva essere soltanto una fantasia, che ci fosse un risveglio del suo organismo – una sensazione strana, indefinita che le attraversava le vene e che le dava un brivido al cuore, in parte doloroso, in parte piacevole.

Tuttavia, ogni volta che osava guardarsi allo specchio, si vedeva pallida come una rosa bianca e con la voglia cremisi stampata sulla guancia. Neppure Aylmer adesso la odiava quanto lei.

Per dissipare il tedio delle ore che suo marito trovava necessario dedicare ai processi di combinazione e analisi, Georgiana si dedicò ai volumi della sua biblioteca scientifica. In molti vecchi tomi anneriti si imbatté in capitoli pieni di romanticismo e poesia. Erano le opere dei filosofi medioevali, come Alberto Magno, Cornelio Agrippa, Paracelso e il famoso frate che creò la profetica testa di bronzovi.

Tutti questi antichi naturalisti erano avanti rispetto ai loro tempi, della cui credulità, tuttavia, erano alquanto intrisi e pertanto si credeva, e forse lo pensavano essi stessi, che dalle loro indagini sulla natura avessero tratto un potere sulla natura stessa, e dalla fisica una certa influenza sul mondo spirituale. Poco meno strani e fantasiosi erano i primi volumi della Transactions of the Royal Societyvii, in cui i membri, conoscendo poco i limiti delle potenzialità naturali, davano continuamente testimonianza scritta di fenomeni meravigliosi o proponevano metodi per ottenere tali meraviglie.

Ma il volume più avvincente era un grande in folioviii vergato dalla stessa mano del marito, in cui egli aveva annotato ogni esperimento della sua carriera scientifica, il suo fine originale, i metodi adottati per svilupparlo e il successo o il fallimento finale, con le circostanze a cui i due diversi esiti erano attribuibili. Il libro, in verità, era sia la storia che l’emblema della sua vita ardente, ambiziosa, visionaria e tuttavia pratica e laboriosa. Trattava i dettagli fisici come se al di là di essi non ci fosse niente altro, eppure li spiritualizzava tutti e si riscattava dal materialismo con la sua forte e ansiosa aspirazione verso l’infinito.

Nelle sue mani la più infima zolla di terra assumeva un’anima. Georgiana, mentre leggeva, rispettava Aylmer e lo amava più profondamente che mai, ma con una fiducia nel suo giudizio meno profonda di prima. Sebbene lui avesse raggiunto tanti traguardi, Georgiana non poteva fare a meno di osservare che la maggior parte dei suoi splendidi successi erano quasi invariabilmente dei fallimenti, se paragonati con l’ideale a cui tendeva. I suoi più brillanti diamanti non erano che dei semplici ciottoli, ed egli stesso ne era consapevole, se paragonati con le inestimabili gemme che giacevano nascoste oltre la sua portata.

Il volume, ricco delle conquiste che avevano guadagnato tanta fama al suo autore, era tuttavia la più malinconica rassegna che mai mano mortale avesse compilato. Era la triste confessione e la continua esemplificazione dei limiti dell’uomo composito, con lo spirito gravato dalla creta del corpo e destinato ad operare nella materia, e della disperazione che assale la natura più alta nello scoprirsi impedita dalla sua parte terrena. Forse ogni uomo di genio, qualunque fosse la sua sfera d’interesse, poteva riconoscere la descrizione della propria esperienza nel diario di Aylmer.

Queste riflessioni colpirono Georgiana così profondamente che poggiò il volto sul volume aperto e scoppiò a piangere. Fu in queste condizioni che la trovò suo marito.

È pericoloso leggere i libri di uno stregone,” disse lui con un sorriso, sebbene la sua espressione fosse preoccupata e contrariata.

Georgiana, ci sono pagine in questo volume su cui io posso a mala pena posare lo sguardo e restare lucido. Stai attenta affinché non risulti altrettanto dannoso per te.”

Ha più che mai accresciuto la mia venerazione per te,” disse.

Aspetta quest’ultimo successo” replicò, “poi, potrai venerarmi, se vorrai. Non me ne riterrò del tutto indegno. Ma vieni, sono venuto a cercarti per godere della tua voce. Canta per me, mia cara.”

Così, lei fece fluire la liquida musica della sua voce per dare sollievo alla sete del suo spirito. Egli, quindi, prese congedo con la gioiosa esuberanza di un ragazzo, assicurandola che il suo isolamento sarebbe durato soltanto un altro poco e che il risultato era ormai certo. Era appena andato via, quando Georgiana si sentì irresistibilmente spinta a seguirlo. Aveva dimenticato di informare Aylmer di un sintomo che aveva iniziato a suscitare la sua attenzione nelle ultime due o tre ore.

Si trattava di una sensazione nella voglia fatale, non dolorosa, ma che induceva un’irrequietezza in tutto il suo organismo. Affrettandosi dietro al marito, si intrufolò nel laboratorio per la prima volta.

La prima cosa che le colpì l’occhio, a causa dell’intenso bagliore del suo fuoco, fu la fornace, quel lavoratore bollente e febbrile, che per la gran quantità di fuliggine che lo ricopriva, sembrava che bruciasse da secoli. C’era un apparato distillatore in piena azione. In giro per la stanza c’erano storte, provette, cilindri, crogioli e altri apparecchi della ricerca chimica. Un apparecchio elettrico era pronto per un uso immediato. L’atmosfera risultava oppressivamente chiusa ed era infestata da odori gassosi che erano stati espulsi dai processi della scienza.

La semplicità austera e umile della stanza, con le sue pareti nude e il pavimento di mattoni, sembrava strana, abituata com’era diventata Georgiana alla fantastica eleganza del suo salottino.

Ma quello che soprattutto, in effetti quasi soltanto, attrasse la sua attenzione, fu l’aspetto dello stesso Aylmer. Era pallido come la morte, ansioso e concentrato ed era chino sulla fornace come se dipendesse dalla sua massima attenzione se il liquido che veniva distillato dovesse essere la pozione dell’immortale felicità o dell’infelicità. Quanto diverso dall’aspetto gioioso e sanguigno che aveva assunto per incoraggiare Georgiana.

Attento adesso, Aminadab, attento, tu macchina umana, attento, tu uomo di creta!” mormorava Aylmer, più a sé stesso che al suo assistente. “Adesso, anche solo un pensiero di troppo o di meno, sarebbe la fine.”

Ho! Ho!” borbottò Aminadab. “Guardate, padrone! Guardate!”

Aylmer alzò immediatamente gli occhi e dapprima arrossì, poi divenne pallido più che mai nel vedere Georgiana. Corse verso di lei e le afferrò il braccio con una stretta che vi lasciò sopra l’impronta delle dita.

Perché sei venuta qui? Non hai fiducia in tuo marito?” gridò lui, con impeto. “Vorresti gettare il cattivo influsso di quella fatale voglia sulle mie fatiche? Hai fatto male. Va, impicciona, va!”

No, Aylmer,” disse Georgiana con una fermezza di cui non era certo poco dotata, “non sei tu che hai diritto di lamentarti. Tu non ti fidi di tua moglie, mi hai nascosto l’ansia con cui segui lo sviluppo di questo esperimento. Non considerarmi così da poco, marito mio. Dimmi tutti i rischi che corriamo, e non temere che io mi tiri indietro, perché la mia parte in esso è di gran lunga inferiore alla tua.”

No, no, Georgiana!” disse Aylmer, con impazienza, “Non è così.”

Io mi sottometto,” rispose lei con calma. “E, Aylmer, manderò giù qualunque pozione tu mi porterai, ma sarà in base allo stesso principio che mi indurrebbe a prendere una dose di veleno se mi venisse offerta dalle tue mani.”

Mia nobile moglie,” disse Aylmer profondamente commosso, “Non conoscevo l’altezza e la profondità della tua natura fino ad ora. Niente ti sarà nascosto. Sappi, allora, che quella mano cremisi, per quanto sembri superficiale, ha stretto la sua presa sul tuo essere con una forza di cui non avevo cognizione prima. Io ho già somministrato agenti abbastanza potenti da fare tutto eccetto mutare il tuo intero sistema fisico. Rimane solo da tentare un’ultima cosa. Se fallisce, siamo rovinati.”

Perché esitavi a dirmelo,” gli chiese.

Perché, Georgiana,” disse Aylmer, a voce bassa, “c’è un pericolo.”

Pericolo? Non c’è che un unico pericolo…che quest’orribile stigma resti sulla mia guancia!” gridò Georgiana. “Rimuovilo, rimuovilo, a qualunque costo, o impazziremo entrambi!”

Lo sa il cielo quanto sono vere le tue parole,” disse Aylmer con tristezza. “Ed ora, carissima, ritorna nel tuo boudoir. Fra breve, tutto sarà verificato.”

La riportò indietro e si accomiatò da lei con una solenne tenerezza che diceva molto più delle sue parole quanto fosse adesso in gioco. Dopo che se ne fu andato, Georgiana si immerse nei suoi pensieri. Considerò il carattere di Aylmer e gli rese una giustizia più completa di quanto avesse mai fatto prima. Il suo cuore esultava e tremava allo stesso tempo, per quell’amore encomiabile, così puro e nobile che non avrebbe accettato niente meno della perfezione, né si sarebbe miseramente accontentato di una natura più terrena di quella che aveva sognato.

Sentiva quanto un tale sentimento fosse più prezioso di quello più misero che avesse tollerato quell’imperfezione per amor suo e sarebbe stato colpevole di tradimento verso quel sacro amore degradando la sua perfezione ideale al livello della realtà fattuale, e con tutta la sua anima pregò che, per un solo momento, ella potesse soddisfare l’ideale più elevato e più profondo del marito. Sapeva molto bene che non poteva essere più di un momento, perché lo spirito di Aylmer era sempre in marcia, sempre verso l’alto, e ogni istante richiedeva qualcosa che andasse oltre l’obbiettivo dell’istante precedente.

Il suono dei passi del marito la ridestarono. Recava un calice di cristallo che conteneva un liquido incolore, ma abbastanza brillante da essere la pozione dell’immortalità. Aylmer era pallido, ma sembrava piuttosto la conseguenza di un’estrema agitazione mentale e di una tensione spirituale, piuttosto che della paura o del dubbio.


La preparazione di questa pozione è stata perfetta,” disse, in risposta allo sguardo di Georgiana. “Se tutta la mia scienza non mi ha ingannato, non fallirà.”

Se non fosse per te, mio caro Aylmer,” osservò sua moglie, desidererei liberarmi di questo segno di mortalità abbandonando la mortalità stessa, piuttosto che in altro modo. La vita non è che un bene senza valore per quelli che che hanno raggiunto esattamente il mio stesso grado di progresso morale. Se fossi più debole e più cieca, sarebbe la felicità. Se fossi più forte, potrei sopportare fiduciosamente. Ma, così come sono, penso di essere, fra tutti i mortali, la più adatta a morire.”

Tu sei fatta per il cielo senza assaporare la morte!” rispose suo marito. “Ma perché parliamo di morire? Questa pozione non può fallire. Osserva i suoi effetti su questa pianta.”

Sulla panca sotto la finestra c’era un geranio malato, con tutte le sue foglie ricoperte da chiazze gialle. Aylmer versò una piccola quantità di quel liquido sul terriccio in cui cresceva. In poco tempo, quando le radici della pianta ebbero assorbito tutta l’umidità, quelle brutte chiazze iniziarono a disfarsi in un vivido verde.

Non c’era bisogno di alcuna prova,” disse Georgiana con calma. “Dammi quel calice su cui gioiosamente scommetto tutto fidandomi della tua parola.”

Bevi, allora, tu nobile creatura!” esclamò Aylmer, con fervida ammirazione. “Non c’è nessuna macchia d’imperfezione sul tuo spirito. Anche la tua forma sensibile sarà presto del tutto perfetta.”

Georgiana bevve il liquido avidamente e restituì il calice nelle sue mani.

È gradevole,” disse con un placido sorriso. “Mi sembra l’acqua di una fontana celeste, perché contiene non so quale discreta e piacevole fragranza. Placa una sete febbrile che mi ha tormentato per molti giorni. Ora, mio caro, lasciami dormire. I miei sensi terreni si stanno chiudendo sul mio spirito come le foglie intorno al cuore di una rosa al tramonto.”

Disse le ultime parole con una gentile riluttanza, come se questo richiedesse quasi più energia di quanta ne disponesse per pronunciare le esitanti e deboli sillabe. Le erano appena scivolate via dalle labbra che si perse nel sonno. Aylmer sedeva al suo capezzale, osservando il suo aspetto con le emozioni proprie di un uomo l’intero valore della cui esistenza era coinvolto nel processo che ora sarebbe stato verificato. A questo stato d’animo, comunque, si mescolava la ricerca filosofica tipica dell’uomo di scienza.

Non il minimo sintomo gli sfuggì. Un più evidente rossore della guancia, una lieve irregolarità del respiro, un fremito della palpebra, un tremore appena percettibile del corpo. Tali erano i dettagli che, di momento in momento, egli annotava sul suo in folio. Un intenso lavorio mentale aveva caratterizzato tutta le precedenti pagine del volume, ma le idee di anni erano tutte concentrate sull’ultima.

Mentre era intento a scrivere, non mancò mai di dare spesso uno sguardo alla mano fatale, e non senza un brivido. Tuttavia, una volta, per uno starno e incomprensibile impulso, vi premette sopra le labbra. Il suo spirito, comunque, si ritrasse da quello stesso gesto e Georgiana, nel mezzo del suo profondo sonno, si mosse nervosamente e mormorò come per protestare. Di nuovo Aylmer riprese le sue osservazioni. E non fu invano.

La mano cremisi, che all’inizio era stata fortemente visibile sul pallore marmoreo di Georgiana, ora diventava sempre più debolmente delineata. Lei rimaneva non meno pallida che mai, ma la voglia perdeva qualcosa della sua precedente evidenza ad ogni respiro che andava e veniva. La sua presenza era stata spaventosa, la sua scomparsa era ancor più spaventosa. Osservate la macchia dell’arcobaleno che scompare dal cielo e saprete come come quel misterioso simbolo svanì.

Santo cielo! è quasi sparita!” disse Aylmer a sé stesso, in un’estasi quasi incontenibile. “Riesco a malapena a individuarla, adesso. È fatta, è fatta! E adesso è come il più pallido color rosa. Il minimo afflusso di sangue alla guancia la sovrasterebbe. Ma lei è così pallida!”

Scostò le tende della finestra e permise alla luce naturale del giorno di entrare nella stanza e posarsi sulla sua guancia. Nello stesso momento sentì un ridacchiare rozzo e rauco, che da lungo tempo sapeva essere l’espressione di gioia del suo servo Aminadab.

Ah, zolla! Ah, grumo di terra!” gridò Aylmer, ridendo in una sorta di frenesia, “mi hai servito bene! Materia e spirito… terra e cielo… hanno entrambi fatto la loro parte in questo! Ridi, creatura dei sensi! Ti sei guadagnato il diritto di ridere.”

Queste grida interruppero il sonno di Georgiana. Dischiuse lentamente gli occhi e guardò nello specchio che suo marito aveva predisposto per quello scopo. Un debole sorriso aleggiò sulle sue labbra quando vide come fosse appena percettibile ora la mano cremisi che una volta spiccava con tale disastroso splendore da scacciare tutta la loro felicità. Ma poi i suoi occhi cercarono il volto di Aylmer con un’inquietudine ed un’ansia che egli non riusciva assolutamente a spiegare.

Mio povero Aylmer!” mormorò.

Povero? No, il più ricco, il più felice, il più fortunato!” esclamò. “Mia impareggiabile sposa, è stato un successo! Sei perfetta!”

Mio povero Aylmer,” ripeté, con una tenerezza più che umana, “hai mirato in alto, hai agito nobilmente. Non pentirti se a causa di un sentimento così puro ed elevato, tu hai rifiutato il meglio che la terra potesse offrirti. Aylmer, carissimo Aylmer, sto morendo!”

Ahimè! Era fin troppo vero! La mano fatale aveva afferrato il mistero della vita ed era il legame tramite cui uno spirito angelico si manteneva unito ad una forma mortale. Mentre l’ultima sfumatura cremisi della voglia – quell’unico segno di umana imperfezione – svaniva dalla sua guancia, l’ultimo respiro di quella donna ormai perfetta passò nell’atmosfera e la sua anima, indugiando per un attimo accanto al marito, intraprese il suo volo verso i cielo.

Poi si sentì di nuovo una risata rauca, sghignazzante! Così la rude fatalità della terra esulta del suo costante trionfo sull’essenza immortale che, in questa opaca sfera di sviluppo a metà, esige la completezza di uno stato più elevato. Tuttavia, se Aylmer avesse raggiunto una saggezza più profonda, non avrebbe gettato via in questo modo la felicità che avrebbe intessuto la sua vita mortale con la medesima trama di quella celeste. La situazione contingente fu troppo dura per lui, egli non riuscì a guardare oltre l’oscuro limite del tempo e, vivendo una volta per tutte nell’eternità, trovare il futuro perfetto nel presente.



FINE



iLa filosofia naturale o filosofia della natura, conosciuta in latino come philosophia naturalis, consiste nella riflessione filosofica applicata allo studio della natura. È considerata la controparte, o dai positivisti la precorritrice, di ciò che oggi si chiama scienza naturale. Fu una specifica disciplina filosofico-scientifica di grande importanza storica, tramontata per vari motivi tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo. Prima di allora, la filosofia naturale aveva rappresentato per molti secoli l'avanguardia dell'indagine scientifica, che coniugava l'osservazione sperimentale con la riflessione filosofica.

ii Hiram Powers ha realizzato "Eve Disconsolate" 1873 come compagno del suo precedente "Eve Tempted" (progettato nel 1842; Smithsonian American Art Museum, Washington, D.C.)

iii Pigmalione, secondo il mito narrato da Ovidio nelle Metamorfosi, era uno scultore greco che aveva modellato nell'avorio un nudo femminile. Perdutamente innamoratosi della sua opera, l'aveva ritenuta espressione più alta della femminilità, superiore a qualunque donna anche in carne e ossa, tanto da dormirle accanto nella speranza che un giorno si animasse. A questo scopo, in occasione delle feste rituali in onore di Afrodite, Pigmalione si recò al tempio della dea e la pregò di concedergli in sposa la scultura creata con le sue mani rendendola una creatura umana: la dea acconsentì. Egli stesso vide la statua lentamente animarsi, respirare e aprire gli occhi.

ivTali effetti si ottenevano con la lanterna magica, uno strumento di proiezione di immagini dipinte (di solito su vetro) su una parete (o uno schermo appositamente predisposto) in una stanza buia, tramite una scatola chiusa contenente una candela, la cui luce è filtrata da un foro sul quale è applicata una lente. Il procedimento è del tutto analogo nella sostanza a quello di un moderno proiettore di diapositive. Si tratta del dispositivo del precinema più vicino allo spettacolo cinematografico vero e proprio. Considerata l'evoluzione della lanterna magica, la lanterna di Drummond è stata grazie alla sua versatilità, tra le lanterne più utilizzate tra la metà dell'800 e i primi del '900. Funzionante tramite luce elettrica o attraverso una lampada ad arco, fu largamente usata in ambito scientifico, didattico e ricreativo, trovandosi difatti contemporaneamente sia in laboratori che in anfiteatri.

vAncora una volta l’autore attinge alle scoperte scientifiche dell’epoca, questa volta tocca alla fotografia, o meglio la dagherrotipia che fu il primo procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini (tuttavia non riproducibili). Messo a punto dal francese Louis Jacques Mandé Daguerre, venne presentato al pubblico nel 1839 presso l'Académie des Sciences e l'Académie des Beaux Arts. Le immagini venivano ottenute utilizzando una lastra di rame su cui veniva applicato elettroliticamente uno strato d'argento. La lastra doveva, quindi, essere esposta entro un'ora e per un periodo variabile tra i 10 e i 15 minuti.

vi Alberto Magno detto Doctor Universalis, conosciuto anche come Alberto il Grande o Alberto di Colonia ( ira il 1193 e il 1206 – 1280), è stato un vescovo cattolico, scrittore e filosofo tedesco appartenente all'ordine domenicano. È considerato il più grande filosofo e teologo tedesco del Medioevo sia per la sua grande erudizione che per il suo impegno nel tenere distinto l'ambito filosofico da quello teologico.

Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim (Colonia, 14 settembre 1486 – Grenoble, 18 febbraio 1535) è stato un alchimista, astrologo, esoterista e filosofo tedesco. Divenne medico personale di Luisa di Savoia nonché storiografo di Carlo V; ritenuto principe dei maghi neri e degli stregoni, riuscì tuttavia a sfuggire all'Inquisizione. Il suo pensiero risiede essenzialmente nella sua opera più importante, il De occulta philosophia, scritta nell'arco di circa venti anni, dal 1510 al 1530: la filosofia occulta è la magia, considerata «la vera scienza, la filosofia più elevata e perfetta, in una parola la perfezione e il compimento di tutte le scienze naturali».

Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, detto Paracelsus, o Paracelso (Einsiedeln, 14 novembre 1493 – Salisburgo, 24 settembre 1541), è stato un medico, alchimista e astrologo svizzero. Paracelso o "Paracelsus" (che deriverebbe da «eguale a» o «più grande di Celsus», forse riferito all'enciclopedista romano del primo secolo Aulo Cornelio Celso, noto per il suo trattato De medicina) è una delle figure più rappresentative del Rinascimento. Egli è anche noto per aver battezzato lo zinco, chiamandolo zincum, ed è considerato come il primo botanico sistematico. Si laureò all'Università di Ferrara, più o meno negli stessi anni in cui vi si laureò Niccolò Copernico.

La testa di bronzo era un leggendario automa attribuito al monaco francescano e filosofo Roger Bacon, vissuto nel XII secolo e che si era guadagnato una reputazione come mago. L’automa era considerato capace di rispondere a qualsiasi domanda, anche se spesso soltanto con un ‘sì’ o un ‘no’ Questi automi sono poi diventati popolari nelle fiere di paese e nei luna park, come il mago Zoltar nel film Big interpretato da Tom Hanks nel 1988.

vii Le Philosophical Transactions of the Royal Society sono una rivista scientifica pubblicata dalla Royal Society di Londra (fondata nel 1660). Nata nel 1665, è la prima rivista al mondo dedicata esclusivamente alla scienza, ed è rimasta attiva da allora fino ad oggi, rendendola anche la rivista scientifica più longeva al mondo. L'aggettivo "filosofiche" nel titolo si riferisce alla filosofia naturale, allora equivalente a ciò che oggi chiamiamo scienza. Tra gli autori famosi che contribuirono ci furono Isaac Newton, James Clerk Maxwell, Michael Faraday e Charles Darwin.

Lo stesso Newton praticò convintamente l’alchimia al punto da essere considerato come ‘l’ultimo dei maghi’ dal grande economista Keynes.

viiiquello di un libro i cui fogli di stampa risultino piegati una volta sola in modo che ciascuno di essi presenti quattro facciate. Nell'uso moderno si dice di ogni volume che, indipendentemente dal numero delle volte in cui è piegato il foglio, misuri come minimo 40 cm di altezza e 26 di larghezza.