domenica 24 novembre 2013

Lo sposo fantasma



Un americano nella Selva Nera



Eccoci di nuovo in compagnia di Washington Irving e dei suoi racconti di fantasmi. Questo che vi propongo, Lo sposo fantasma (The Spectre Bridegroom), é tratto dal The Sketch Book of Geoffrey Crayon, Gent.(1819-1820). La storia è ambientata in un antico castello tedesco, il cui proprietario, il barone Landshort (poca terra), vive in compagnia dell'unica bellissima figlia e di una comitiva di parenti poveri che vivono a scrocco alla sua tavola e lo assecondano nella sua passione per le storie di spiriti. La ragazza è promessa dal padre ad un giovane di nobile casato che nessuno conosce di persona. Il giorno del matrimonio lo sposo è trucidato dai briganti sulla via per il castello. Il suo compagno di viaggio si assume il triste incarico di portare la ferale notizia alla sposa, ma complici la bellezza della fanciulla, la loquacità del barone e, soprattutto, la sua passione per il soprannaturale, le cose andranno altrimenti
 
L'autore, o meglio il suo alter ego, asserisce di aver a scoltato questo racconto in Olanda, durante una sosta in una locanda (“quel tempio della vera libertà”), da un “vecchio svizzero corpulento”, più interessato ad una prosperosa fantesca che alla storia che stava raccontando. Lo stesso autore confessa di ricordare la storia soprattutto per lo spirito con cui fu narrata e per il bizzarro aspetto del narratore. Il contenuto del racconto, poi, non è nemmeno originale, ma suggerito da una “storiella francese”. Sembra quasi che Irving stia facendo il verso a quei critici che lo definiranno “autore elegante ma di poca inventiva.” Gran parte delle sue storie, infatti, attingono al folklore europeo, in particolare quello tedesco. Irving, insomma, attinge a quel materiale mitico che oggi chiamiamo immaginario collettivo. Non gli interessa fingere che queste storie siano originali, quello che è importante è l'atto del narrare. Né gli interessa il concetto di verosimiglianza, l'autenticità delle sue storie è nel fatto che tutti le considerano autentiche: che cosa sarebbe la letteratura senza quella “willing suspensionof dibilief” invocata da Colleridge? Nel momento stesso in cui Irving sembra farsi beffe della credulona passione per il soprannaturale del Barone e della sua combriccola di parenti affamati e scrocconi, non fa altro che rivendicare l'autonomia della letteratura, che egli considera “arte dell'inutile”, in contrapposizione alla morale utilitaristica della nascente borghesia mercantile e industriale: “Poiché non avevo altro modo di trascorrere una serata tediosa e ventosa, presi posto davanti alla stufa e ascoltai svariate storie di viaggiatori, alcune stravaganti, altre noiosissime.”





LO SPOSO FANTASMA

Washington Irving
(1783-1859)


Colui per cui la cena è pronta,
Stanotte, credo, giace freddo gelato!
Ieri alla sua camera l'ho condotto,
Questa notte Sir Gray-steel gli ha fatto il letto!
-Sir Eger, Sir Graheme e Sir Gray-steel. 1




Castello medievale nel Lichtenstein - Germania


Sulla sommità di una della cime dell'Odenwald, una zona selvaggia e romantica della Germania settentrionale situata non lontana dalla confluenza del Meno e del Reno, c'era, moltissimi anni fa, Il castello del barone von Landshort. Adesso è completamente in rovina e quasi seppellito da faggi e fitti abeti; al di sopra, comunque, si può ancora vedere la sua vecchia torre di guardia che combatte, come il suo antico proprietario, per tenere alta la testa e dominare la regione circostante. Il barone era l'ultimo erede della grande casato dei Katzenellenbogen 2, ed aveva ereditato tutto l'orgoglio dei suoi antenati insieme a ciò che restava delle loro proprietà. Sebbene l'attitudine bellicosa dei suoi predecessori avesse impoverito di molto i possedimenti di famiglia, tuttavia il barone riusciva ancora a conservare una parte dell'antica grandezza. I tempi erano pacifici e i nobili tedeschi, in generale, avevano abbandonato i loro scomodi castelli aviti, appollaiati tra le montagne come nidi di aquila, e avevano costruito residenze molto più confortevoli a valle; il barone, invece, continuava a rimanere orgogliosamente asserragliato nella sua piccola fortezza, tenendo in vita con ostinazione ereditaria tutte le vecchie faide di famiglia, così che era in cattivi rapporti con alcuni dei suoi vicini più prossimi, a causa di dispute che erano nate tra i loro bis-bis nonni.




Il barone non aveva che un erede, una figlia, ma la natura, quando non concede che un figlio, compensa sempre rendendolo un prodigio, e così era successo con la figlia del barone. Tutte le bambinaie, le pettegole e la brava gente del paese assicuravano al padre che per bellezza la fanciulla non aveva eguali in tutta la Germania, e chi poteva saperlo meglio di loro? Inoltre, era stata allevata con gran cura, sotto la supervisione di due zie nubili, che avevano trascorso alcuni anni della loro giovinezza in una delle piccole corti tedesche, ed erano ben edotte in tutti i rami del sapere necessari all'educazione di una dama raffinata. Sotto la loro guida la fanciulla divenne un vero miracolo di perfezione. All'età di diciotto anni poteva ricamare in modo ammirevole, e aveva riprodotto negli arazzi intere vite di santi con una tale forza espressiva nel loro aspetto da sembrare tante anime del purgatorio. Sapeva leggere senza troppe difficoltà, ed era riuscita a cavarsela con diverse leggende sacre e quasi tutte le meravigliose storie di cavalleria dello Heldenbruch 3. Aveva perfino fatto considerevoli progressi nella scrittura, poteva fare la sua firma senza omettere una lettera e in maniera così chiara che le sue zie potevano leggerla senza occhiali. Eccelleva nel realizzare ogni sorta di piccoli gingilli inutili, era versata nelle più astruse danze del tempo, suonava un certo numero di arie sull'arpa e sulla chitarra e conosceva a memoria tutte le tenere ballate dei Minnie lieders 4. Le zie, poi, avendo molto flirtato e civettato negli anni della loro giovinezza, erano assolutamente adatte a essere vigili guardiani e severi censori della condotta della nipote; infatti, non c'è nessuna governante così rigidamente prudente e inesorabilmente decorosa, come una civetta in là con gli anni. Raramente le era permesso di sfuggire alla loro sorveglianza, non oltrepassava mai i domini del castello se non ben accompagnata, o, piuttosto, ben sorvegliata; le venivano continuamente impartite lezioni sul più rigido decoro e passiva obbedienza; per quanto riguardava gli uomini – puah! le veniva insegnato a tenerli a una tale distanza e ad avere così poca fiducia in loro, che, a meno che non fosse debitamente autorizzata, non avrebbe posato lo sguardo sul più bel cavaliere al mondo – no, nemmeno se stava morendo ai suoi piedi. I buoni effetti di questo sistema erano meravigliosamente evidenti. La giovane dama era un modello di docilità e obbedienza. Mentre le altre dissipavano la loro fragranza nello sfavillio del mondo, e potevano essere raccolte e buttate via dalla mano di chiunque, la sua femminilità, fresca e amabile, fioriva appartata sotto la protezione di quelle immacolate zitelle, come un bocciolo di rosa che si apre circondato da spine protettrici. Le zie guardavano a lei con orgoglio ed esultanza, e si vantavano del fatto che, mentre tutte le altre giovani dame del mondo potevano perdersi, nulla del genere, grazie al cielo, poteva accadere all'erede dei Katzenellenbogen. 
 

Ritratto di ragazza - Joh Everett Millais, 1857




 Ma per quanto il barone Von Landshort potesse essere scarsamentee provvisto di figliolanza, la sua casata non era affatto piccola, perché la Provvidenza lo aveva benedetto con un'abbondanza di parenti poveri. Essi, nessuno escluso, possedevano quell'affettuosa disposizione comune ai parenti umili, erano incredibilmente attaccati al barone e coglievano ogni possibile occasione per arrivare a sciami e ravvivare il castello con la loro presenza. Tutte le ricorrenze famigliari erano commemorate da queste brave persone a spese del barone, e quando si erano ben rimpinzate, dichiaravano che al mondo non c'ra niente di più piacevole di queste riunioni di famiglia, questi giubilei del cuore. Il barone, sebbene piccolo di statura, aveva una grande anima che si gonfiava di soddisfazione per la consapevolezza di essere il più grande uomo del suo piccolo mondo. Amava raccontare lunghe storie sui feroci guerrieri antichi, i cui ritratti li guardavano severamente dall'alto dei muri della stanza, e non trovava ascoltatori eguali a coloro che mangiavano a sue spese. Era particolarmente dedito al meraviglioso e credeva fermamente in tutti quei racconti soprannaturali di cui abbondano le montagne e le valli tedesche. La credulità dei suoi ospiti sorpassava perfino la sua, e questi ascoltavano ogni racconto fantastico spalancando gli occhi e la bocca, e non mancavano mai di stupirsi anche se la storia era ripetuta per la centesima volta. Così viveva il barone von Landshort. L'oracolo della sua tavola, l'assoluto monarca del suo piccolo regno, felice, soprattutto, perché convito di essere l'uomo più saggio del suo tempo.
Nel periodo di cui parla la mia storia, c'era una grande riunione di famiglia al castello, in occasione di una faccenda della massima importanza: stava per arrivare lo sposo destinato alla figlia del barone. Vi era stato un negoziato tra il padre e un vecchio gentiluomo bavarese, per unire la dignità dei loro casati grazie al matrimonio dei loro figli. I preliminari erano stati condotti con la dovuta puntigliosità. I giovani erano stati promessi senza nemmeno vedersi, ed era stato stabilita la data del loro matrimonio. A tale proposito, il giovane conte Von Altenburg era stato richiamato dall'esercito, ed era diretto alla residenza del barone per ricevere la sua sposa. Sue missive erano state ricevute da Wurtzburg 5, dove era accidentalmente trattenuto, in cui indicava il giorno e l'ora del suo arrivo. Il castello era tutto un tumulto di preparativi per dare al giovane il dovuto benvenuto. La graziosa sposa era stata adornata con una cura fuori dal comune. Le due zie avevano supervisionato la sua toilette, litigando tutta la mattinata su ogni dettaglio del suo abbigliamento. La giovane aveva approfittato dei loro contrasti per seguire il proprio gusto, che fortunatamente era buono. Aveva quell'aspetto amabile che ogni giovane sposa desidera, e l'ansia dell'attesa accentuava lo splendore del suo fascino. Il delicato rossore del volto e del collo, il gentile palpitare del petto, gli occhi che di tanto in tanto si perdevano in fantasticherie, tutto tradiva il dolce tumulto del suo giovane cuore. Le zie le volteggiavano intorno di continuo, perché le zie nubili sono particolarmente interessate a simili faccende: le davano un'infinità di consigli avveduti su come comportarsi, cosa dire e in che modo accogliere l'atteso sposo. Il barone era altrettanto indaffarato nei preparativi. In verità, non aveva proprio niente da fare, ma essendo per sua natura un ometto collerico e smanioso, non riusciva a stare fermo mentre tutti quelli intorno a lui si davano da fare. In preda all'inqiuetudine, girava per tutto il castello con un'aria di ansia infinita, distraeva continuamente i servi dal loro lavoro per esortarli ad essere diligenti, e ronzava per tutti i saloni e le camere, inutile, irrequieto e inopportuno come un moscone in un caldo giorno d'estate. Nel frattempo, era stato ucciso il vitello grasso, nelle foreste aveva risuonato il clamore dei cacciatori, la cucina era colma di buoni manicaretti, le cantine avevano profuso interi oceani di vino del Reno e di vini importati, e perfino la grande botte Heidelberg Tun 6 aveva versato il suo contributo. Tutto era pronto per ricevere l'illustre ospite con opulenza, secondo il vero spirito dell'ospitalità germanica – ma l'ospite tardava a fare la sua comparsa.











Le ore si susseguivano. Il sole che aveva profuso i suoi raggi sulle ricche foreste dell'Odenwald, ora illuminava a mala pena la cima dei monti. Il barone aveva risalito la torre più alta, e si forzava di guardare lontano nella speranza di avvistare il conte e i suoi attendenti. Una volta gli era sembrato di vederli, il suono dei corni aveva risalito la valle, prolungato dall'eco della montagna, finché all'orizzonte apparve un gruppo di cavalieri, che avanzavano lentamente lungo la strada, ma quando erano quasi arrivati ai piedi della montagna, cambiarono improvvisamete direzione. L'ultimo raggio di sole sparì, i pipistrelli iniziarono a svolazzare nelle ombre del tramonto, la strada diventava sempre più buia, e niente sembrava animarla se non qualche solitario contadino che tornava a casa tardi dal lavoro. Mentre l'antico castello di Landshort si trovava in questo stato di perplessità, una scena molto interessante si stava svolgendo in una differente parte dell'Odenwald. Il giovane conte von Altenburg stava tranquillamente percorrendo la sua strada tenendo l'andatura moderata tipica di un uomo che viaggia verso il matrimonio dopo che i suoi amici gli hanno tolto di mano tutta la fatica e l'incertezza del corteggiamento, sicuro del fatto che alla fine del suo viaggio ci sarebbero stati ad aspettarlo una sposa e la sua cena. Egli aveva incontrato a Wurtzburg un giovane compagno d'armi, con cui aveva prestato sevizio alla frontiera: Hrman Von Starkenfaust, una degli uomini più forti e più valorosi della cavalleria tedesca, che stava appunto ritornando a casa dal servizio militare. Il castello di suo padre non era lontano dall'antica fortezza di Landshort, sebbene una faida ereditaria avesse reso le due famiglie ostili ed estranee. Presi dall'emozione del momento, i giovani amici si raccontarono tutte le loro passate avventure e il conte riferì tutta la storia delle sue future nozze con una giovane dama che non aveva mai visto, ma la cui bellezza gli era stata descritta con i toni più entusiastici. Visto che i due amici facevano la stessa strada, decisero di fare il resto del tragitto insieme, e per poter viaggiare più comodamente, partirono da Wurtzburg molto presto, dopo che il conte ebbe ordinato ad una parte della sua scorta di seguirlo in retroguardia e all'altra di precederlo in avanscoperta. I due amici ingannarono il tempo con i racconti della loro vita militare e delle loro avventure, ma il conte, di tanto in tanto, tendeva ad essere un po' noioso quando parlava dell'incredibile bellezza della sua sposa e della felicità che lo attendeva. Fu così che entrarono tra le montagne dell'Odenwald, e attraversarono una delle sue gole più solitaria e fittamente ricoperta di boschi. E' cosa nota che le foreste della Germania sono sempre state terribilmente infestate da banditi, così come i suoi castelli da fantasmi, e a quei tempi i primi erano particolarmente numerosi, a causa delle orde di soldati sbandati che vagavano per il paese. Non sembrerà straordinario, quindi, che i nostri cavalieri fossero attaccati da una banda di questi tagliagole nel bel mezzo della foresta. I giovani si difesero con coraggio, ma stavano quasi per essere sopraffatti quando la scorta del conte arrivò in loro soccorso. Alla loro vista, i banditi fuggirono via, ma non prima di aver inferto una ferita mortale al conte. Egli fu riportato nella città di Wurtzburg con ogni cautela, e da un vicino convento si mandò a chiamare un frate che era famoso per la sua abilità nel curare sia l'anima che il corpo. Ma metà della sua sapienza si risultò superflua, il conte aveva le ore contate. Prima di esalare l'ultimo respiro, pregò il suo amico di recarsi immediatamente al castello di Landshort e spiegare il motivo fatale che gli aveva impedito di rispettare il suo impegno con la sposa. Sebbene non fosse il più ardente degli amanti, era un uomo estremamente scrupoloso, ed era sinceramente preoccupato che l'incarico fosse portato a compimento con sollecitudine e delicatezza. “Finché questa cosa non sarà fatta,” disse, “Non potrò riposare nella tomba!” Ripeté queste ultime parole con particolare solennità. Una tale richiesta, fatta in un momento così drammatico, non ammetteva esitazione. Starkenfaust cercò di calmarlo, promise solennemente di esaudire il suo ultimo desiderio e gli diede la mano in segno di promessa solenne. Il moribondo la strinse per suggellare il patto, ma subito dopo sprofondò nel delirio, farneticò della sua sposa, del suo fidanzamento, dell'impegno preso, ordinò che gli preparassero il cavallo per recarsi al castello di Landshort, e spirò nell'illusione di montare in sella. Starkenfaust sospirò e versò una lacrima da soldato sulla prematura morte del suo camerata, poi meditò sulla difficile missione che lo aspettava. Aveva il cuore pesante e la mente perplessa, doveva presentarsi ospite non invitato tra gente ostile e rovinare la loro allegria con notizie che avrebbero distrutto le loro speranze. Eppure, dentro di sé sentiva una certa curiosità che lo spingeva a vedere la tanto decantata bellezza di Katzenellenbogen tenuta così accuratamente nascosta al mondo intero. Egli era, infatti, un appassionato estimatore del gentil sesso e c'era un tratto eccentricità e intraprendenza nel suo carattere che gli faceva amare le avventure più insolite. Prima di partire, prese tutti gli accordi con la santa confraternita del convento per le onoranze funebri del suo amico, che doveva essere seppellito nella cattedrale di Wurtzburg, accanto ad alcuni dei suoi più illustri parenti, mentre la sconsolata scorta del conte si prese cura dei suoi resti mortali. 



 Viaggiatori assaliti dai briganti - Nicolaes Berchem, 1670
 
 E' giunto il momento di ritornare all'antica famiglia di Katzenellenbogen, impazienti per il loro ospite e ancora di più per il pranzo, e al piccolo valoroso barone, che abbiamo lasciato a rinfrescarsi sulla torre di guardia. Sopraggiunse la notte, ma l'ospite non si faceva ancora vedere. Il barone scese disperato dalla torre. Il banchetto, che era stato rinviato di ora in ora, non poteva essere più rimandato. Le carni erano già stracotte, il cuoco era disperato e tutta la famiglia sembrava una guarnigione stremata dalla fame. Con riluttanza, il barone fu obbligato a dare ordini per il banchetto senza la presenza dell'ospite. Tutti erano seduti a tavola e sul punto di iniziare, quando il suono di un corno in lontananza annunziò l'arrivo di uno straniero. Un altro lungo squillo riecheggiò tra le vecchie mura del castello, a cui risposero le guardie dai bastioni. Il barone si affrettò a ricevere il suo futuro genero. Il ponte levatoio fu calato, e lo straniero era alle porte. Era un cavaliere alto e prestante, a cavallo di un nero destriero. La sua carnagione era pallida, ma aveva luminosi occhi romantici e un'aria di solenne malinconia. Il barone si sentì un po' mortificato nel vederlo arrivare senza seguito. Per un attimo, la sua dignità ne soffrì, e si sentì propenso a considerarlo un comportamento inappropriato per un'occasione così solenne e una mancanza di rispetto per l'importante famiglia con cui stava per imparentarsi. Comunque, si calmò arrivando alla conclusione che doveva essere stata l'impazienza giovanile a spronarlo, lasciando indietro la sua scorta. “Sono spiacente,” disse lo straniero, “di presentarmi in maniera così inopportuna...” A questo punto, il barone lo interruppe con un effluvio di complimenti e saluti, perché, a dire la verità, andava fiero della sua cortesia e della sua eloquenza. Lo stranierò tentò, un paio di volte, di fermare quel torrente di parole, ma in vano, così, chinò la testa e lo lasciò scorrere. Quando finalmente il barone fece una pausa, erano arrivati nel cortile interno del castello e lo straniero stava per parlare di nuovo, quando, ancora una volta, fu interrotto dall'arrivo della componente femminile della famiglia, che accompagnava una sposa tutta tremiti e rossori. Il giovane la guardò per un momento come in trance e sembrava che tutta la sua anima fosse concentrata in quello sguardo e che fosse stata rapita da quell'amabile figura. Una delle zie zitelle sussurrò qualcosa all'orecchio della nipote, la giovane si sforzò di parlare, sollevò timidamente i suoi luminosi occhi azzurri, diede un fuggevole sguardo allo straniero e li chinò di nuovo. Non riuscì a profferir parola, ma un dolce sorriso aleggiò sulle sue labbra, e delle morbide fossette le incresparono le guance, a riprova che l'occhiata non era stata deludente. Era impossibile per una romantica ragazza di diciotto anni, da sempre predisposta all'amore e al matrimonio, non compiacersi di un così bel cavaliere. L'ora tarda in cui era arrivato l'ospite non lasciava tempo ad altri convenevoli. Il barone fu perentorio, rimandò ogni tipo di conversazione al mattino seguente e fece strada al banchetto ancora intatto, allestito nella grande sala del castello. Alle pareti erano appesi i fieri ritratti degli eroi della casa di Katzenellenbogen, e i trofei che si erano guadagnati sul campo di battaglia e a caccia. Pettorali ammaccati, lance da giostra spuntate e stendardi rosicchiati dalle tarme erano mescolati alle spoglie delle battute di caccia: mandibole di lupo e zanne di cinghiale ghignavano orribilmente tra le balestre e le asce da combattimento, mentre un enorme paio di corna di cervo si diramava proprio sopra la testa del giovane sposo. Il cavaliere fece poco caso all compagnia e all'intrattenimento. A mala pena assaggiò il cibo, sembrava, invece, completamete perso nell'ammrazione della sua sposa. Conversava a bassa voce, per non essere udito dagli altri – perché l'amore preferisce i toni bassi, qual'è, infatti, quell'orecchio femminile così insensibile da non afferrare il più lieve sospiro dell'amante? Nel suo modo di fare c'era un miscuglio di tenerezza e solennità che sembrava fare grande effetto sulla giovane sposa. Mentre ascoltava con profonda attenzione, le sue guance si colorivano di improvvisi rossori. Di tanto in tanto, dava una timida risposta, e quando gli occhi dello sposo erano rivolti altrove, dava una furtiva occhiata al suo romantico volto, mentre le sfuggiva un gentile sospiro di tenera felicità. Era evidente che i due giovani erano perdutamente innamorati. 



 


Isabella - John Everett Millais, 1849
 
Le zie, così versate nei misteri del cuore, dichiararono che era stato amore a prima vista. Il banchetto andò avanti allegramente, o almeno rumorosamente, perché gli ospiti erano tutti benedetti da quei robusti appetiti tipici dei portafogli vuoti e dell'aria di montagna. Il barone raccontò le sue storie migliori e più lunghe, e mai le aveva narrate meglio o con tale efficacia. Se c'era qualcosa di meraviglioso, i suoi ascoltatori si mostravano quanto mai sorpresi, se, invece, c'era qualcosa di faceto, ridevano puntualmente al momento giusto. Il barone, in verità, come la maggior parte dei grandi uomini, era troppo dignitoso per raccontare storielle che non fossero noiose, sempre accompagnate, però, da un buon calice di eccellente Hoch-heimer, e perfino una barzelletta noiosa, alla propria tavola e innaffiata da un eccellente vino, diventa irresistibile. Tutti, sia gli spiriti più semplici che quelli più taglienti, si divertivano a raccontare facezie che non potrebbero essere ripetute se non in simili occasioni, molte frasi licenziose furono sussurrate all'orecchio delle signore, che si contorcevano nello sforzo di soffocare le risate. Un paio di canzoni furono ululate da un parente povero ma allegro e faccia tosta del barone, cosa che costrinse le zie zitelle a nascondersi dietro i loro ventagli. In mezzo a tutti questi festeggiamenti, l'ospite teneva un atteggiamento insolitamente grave e fuori luogo. Il suo volto assumeva un'espressione sempre più cupa man mano che la notte avanzava e, per quanto possa apparire strano, perfino le storielle del barone sembravano renderlo più triste e malinconico. A volte si perdeva nei suoi pensieri, a volte nei suoi occhi c'era uno sguardo turbato e irrequieto che tradiva il suo disagio. La sua conversazione con la sposa divenne sempre più intima e misteriosa. Nubi sempre più basse incombevano sulla sua bella fronte della fanciulla, mentre le sue belle membra erano percorse da tremori. Tutto ciò non poteva sfuggire all'attenzione della compagnia. La loro gioia fu raggelata dall' atteggiamento cupo della sposo, i loro spiriti ne furono influenzati, si scambiarono mormorii e occhiate, mentre facevano spallucce e scuotevano la testa in segno di disappunto. Le canzoni e le risate divennero sempre meno frequenti: c'erano pause tetre nella conversazione, che a lungo andare fu soppiantata dalla narrazione di racconti paurosi e leggende soprannaturali. Una storia fosca era seguita da una ancora più fosca, e il barone spaventò quasi a morte alcune signore con il racconto del goblin 7 che aveva portato via sul suo cavallo la bella Leonora 8– una storia spaventosa ma vera, che da allora è stata messa in versi eccellenti, e viene letta e creduta da tutti. 



 Lenore e William - J.D. Schubert

 Lo sposo ascoltava la storia con profonda attenzione. Teneva gli occhi fissi sul barone, e, mentre la storia volgeva al termine, cominciò pian piano ad alzarsi dalla sedia, diventando sempre più alto, finché, agli occhi del barone, sembrò torreggiare come un gigante. Quando il racconto finì, il giovane sospirò profondamente e si congedò solennemente dalla compagnia. Rimasero tutti stupiti. Il barone era completamente frastornato.“Cosa! Lasciare il castello a mezzanotte? Come, ogni cosa era stata preparata per riceverlo, una camera era pronta se desiderava ritirarsi.” Lo straniero scosse la testa tristemente e misteriosamente: “Questa notte devo dormire in un'altra camera!” C'era qualcosa nelle sua risposta e nel modo in cui l'aveva detta, che fece venir meno il cuore del barone, il quale, comunque, recuperate le forze, continuò a ripetere le e sue ospitali profferte. Ma ogni volta lo straniero scuoteva la testa silenziosamente ma inesorabilmente; alla fine, dopo aver salutato la compagnia con un cenno della mano, si avviò lentamente fuori dalla sala. Le zie nubili erano completamente pietrificate, la sposa chinò la testa, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. Il barone seguì lo straniero fino al grande cortile del castello, dove il suo nero destriero lo attendeva scalpitando e sbuffando d'impazienza. Quando ebbero raggiunto il portale esterno, la cui profonda arcata era debolmente illuminata da una torcia, lo straniero si fermò e si rivolse al barone con una voce bassa e cupa, che il soffitto a volta rendeva ancora più sepolcrale. “Ora che siamo soli,” disse, “vi rivelerò il motivo delle mia partenza. Ho un un impegno solenne e imprescindibile...” “Ma,” disse il barone. “Non potete mandare qualcun altro al vostro posto?” “E' una faccenda che non ammette sostituti – Devo presentarmi di persona – Devo andare alla cattedrale di Wurtzburg -” “Va bene,” rispose il barone, riprendendo coraggio, “ma prima di domani mattina – domattina vi condurrete la vostra sposa.” “No! No!” rispose lo straniero, con raddoppiata solennità, “il mio appuntamento non è con una sposa – i vermi! I vermi mi aspettano! Io sono un uomo morto. Sono stato trucidato dai briganti, il mio corpo giace a Wurtzburg – a mezzanotte sarà seppellito – la tomba mi attende – Devo mantenere la mia promessa!” Balzò in groppa al suo nero destriero e sparì oltre il ponte levatoio, mentre lo scalpitio degli zoccoli del suo cavallo si perdeva nel sibilo della tempesta notturna.
Il barone ritornò nel salone in preda alla più profonda costernazione e raccontò quello che era successo. Due signore persero subito i sensi, altre si sentirono male all'idea di aver banchettato con un fantasma. Era opinione di alcuni che potesse trattarsi del famoso cacciatore selvaggio delle leggende tedesche. Alcuni parlarono di spiriti della montagna, di demoni silvani e altri esseri soprannaturali, da cui la brava gente tedesca è così tristemente tormentata da tempo immemore. Uno dei parenti poveri si azzardò a suggerire che avrebbe potuto essere un scherzoso espediente del giovane cavaliere e che la macabra natura di quel capriccio ben si accordava alla malinconia del personaggio. Questo, comunque, gli attirò l'indignazione della compagnia e specialmente del barone, che lo considerò poco meno di un infedele, così che il poveretto si affrettò ad abiurare la sua eresia e a riabbracciare la fede dei veri credenti. Ma il giorno seguente, ogni possibile dubbio fu completamente fugato dall'arrivo di missive ufficiali che confermavano la notizia dell'uccisione del giovane conte e della sua sepoltura nella cattedrale di Wurtzburg. Si può ben immaginare quale fosse la costernazione al castello. Il barone si chiuse nella sua camera. Gli ospiti che erano arrivati per festeggiare insieme a lui, non pensarono minimamente di lasciarlo solo nel suo dolore. Gironzolavano per il castello o si raggruppavano nel salone, scoutendo la testa e le spalle di fronte ai guai di un così brav'uomo, e per tirarsi su, incominciarono a passare sempre più tempo a tavola, mangiando e bevendo più che mai. Ma la situazione della sposa vedova era la più penosa. Aver perso un marito ancor prima di poterlo abbracciare – e un tale marito! Se il suo stesso fantasma poteva essere così bello e nobile, cosa doveva essere stato da vivo? La giovane riempiva la casa con i suoi lamenti. La seconda notte della sua vedovanza, si era ritirata nella sua camera accompagnata da una delle zie, che aveva insistito a dormire con lei. La zia, che era una delle migliori narratrici di storie di fantasmi di tutta la Germania, ne stava giusto raccontando una delle più lunghe, quando si era addormentata proprio a metà. La camera era isolata e si affacciava su un piccolo giardino. La nipote dal suo letto guardava pensierosa i raggi della nascente luna, che illuminavano le foglie scosse dal vento di un albero di pioppo davanti alla sua finestra. L'orologio del castello aveva appena scoccato la mezzanotte, quando una dolce canzone salì furtiva dal giardino. La ragazza si alzò in fretta dal letto e si avvicinò in punta di piedi alla finestra. Tra le ombre degli alberi intravide una figura imponente, che alzò il viso verso di lei, così che un raggio di luna lo illuminò. Oh, cielo! Era lo sposo fantasma! In quel preciso momento sentì accanto a lei un urlo acuto e la zia, che era stata svegliata dalla musica e l'aveva seguita silenziosamente alla finestra, le cadde tra le braccia. Quando guardò di nuovo giù nel giardino, il fantasma era sparito






 Fair Rosamund - Waterhouse, 1905




Delle due donne, la zia era quella che aveva bisogno di più cure, essendo completamente fuori di sé dal terrore. La giovane, invece, provava una tenera emozione perfino per il fantasma del suo innamorato che conservava ancora la sua maschia bellezza, e sebbene l'ombra di un uomo non può certo soddisfare il bisogno di affetto di una ragazza innamorata, tuttavia, quando non si può avere la sostanza, anche l'apparenza può essere di consolazione. La zia dichiarò che non avrebbe mai più dormito in quella camera, la nipote, per una volta, fu ostinata e dichiarò con decisione che non avrebbe dormito in nessun'altra parte del castello: il risultato fu che dovette dormirci da sola, ma riuscì ad ottenere dalla zia la promessa di non rivelare la storia del fantasma, a meno di non privarla dell'unico malinconico piacere che le era rimasto sulla terra – quello di vivere nella stanza a cui faceva la guardia ogni notte la vigile ombra del suo amore. Non si sa per quanto tempo la buona vecchia avrebbe mantenuto la sua promessa, perché amava tanto parlare di eventi soprannaturali, ed è motivo di vanto raccontare una storia così paurosa per primi; comunque, nel vicinato viene ancora citato, come memorabile esempio di discrezione femminile, il fatto che mantenne il segreto per un'intera settimana, finché un giorno fu liberata da ogni ogni vincolo perché all'ora di colazione era arrivata la notizia che la giovane signora non si trovava da nessuna parte. La sua stanza era vuota – il letto intatto – la finestra aperta – e l'uccellino volato. Lo stupore e la preoccupazione con cui la notizia fu ricevuta può essere immaginata solamente da coloro che hanno visto quale agitazione possono causare le avversità di un grande uomo tra i suoi amici. Perfino i parenti poveri smisero per un momento l'nstancabile lavorio delle mandibole; quando la zia, che dapprincipio era rimasta senza parole, torcendosi le mani, gridò, “Il goblin! Il goblin! E' stata portata via dal goblin!” In poche parole riferì la terribile scena del giardino, e concluse che il fantasma doveva aver portato via la sua sposa. Due dei domestici confermarano la sua ipotesi, perché avevano sentito lo scalpitio degli zoccoli di un cavallo che scendeva dalle montagne intorno a mezzanotte, e non c'era dubbio che era il fantasma sul suo nero destriero che conduceva la sua sposa alla tomba. Tutti i presenti rimasero colpiti da questa terribile eventualità, perché eventi del genere sono estremamente comuni in Germania, come testimoniano tante storie autentiche. Quale penosa situazione era quella del povero barone! Che lacerante dilemma per un tenero padre e membro della grande famiglia dei Katzenellenbogen! I casi erano due: o la sua unica figlia era stata trascinata via verso la tomba, o avrebbe dovuto rassegnarsi ad avere un demone dei boschi come genero e, forse, una schiera di spiritelli come nipoti. Al solito, era completamente confuso, e il castello in subbuglio. Agli uomini fu ordinato di mettersi a cavallo e battere ogni strada, sentiero e gola dell'Odenwald. Lo stesso barone aveva appena indossato i suoi stivali, e dopo aver cinto la spada, stava per montare a cavallo per avventurarsi in una ricerca dagli esiti incerti, quando fu bloccato da una nuova apparizione. Una dama si stava avvicinando al castello, in sella ad un palafreno 9 scortato da un cavaliere. La signora cavalcò fino alla porta del castello, scese da cavallo e gettandosi ai piedi del barone, lo abbracciò alle ginocchia. Erano la sua figlia scomparsa e il suo compagno: lo sposo fantasma! Il barone era completamente frastornato. Guardò prima la figlia, poi lo spettro e quasi non credeva ai suoi occhi. L'aspetto di quest'ultimo, inoltre, era incredibilmente migliorato dalla sua ultima visita al mondo degli spiriti. Il suo abito era splendido e metteva in risalto la maschia bellezza della sua nobile figura. Non era più pallido e malinconico. La sua delicata carnagione era ravvivata dai colori della giovinezza e i suoi grandi occhi neri sprizzavano gioia. Il mistero fu subito chiarito. Il cavaliere (perché, come avete già capito, non era un goblin), si presentò come sir Herman Von Starkenfaust. Raccontò la sua avventura con il giovane conte e come si fosse affrettato ad arrivare al castello per portare l'infausta notizia, ma l'eloquenza del barone gli aveva impedito di dire la verità. Come la vista della sposa lo aveva completamente conquistato e che pur di trascorrere qualche ora con lei aveva tacitamente permesso che l'equivoco continuasse. Quale era stata la sua perplessità nel cercare un'onorevole via d'uscita, finché le storie di spiriti del barone gli avevano suggerito quell'eccettrinco sotterfugio. Poi, temendo l'antica ostilità delle due famiglie, aveva ripetuto le sue visite di nascosto, aveva assunto le sembianze di uno spirito per introdursi nel giardino sotto la finestra della giovane signora, l'aveva corteggiata, l'aveva conquistata, vittorioso l'aveva portata via e, in poche parole, l'aveva sposata. In ogni altra circostanza il barone sarebbe stato inflessibile, poiché era irremovibile nella sua autorità paterna e ostinatamente devoto a tutte le faide di famiglia, ma amava sua figlia, ed era felice di trovarla ancora viva, dopo averla pianta per morta, e sebbene il marito appartenesse ad un casato nemico, ringraziava il cielo che non fosse uno spirito maligno. Va detto, comunque, che c'era qualcosa nel tiro che gli aveva giocato il cavaliere facendosi credere morto, che non si accordava esattamente con la sua idea di lealtà. Alcuni suoi vecchi amici, che avevano combattuto diverse guerre, asserirono che in amore ogni stratagemma era permesso, e che il cavaliere godeva di speciali privilegi, essendo stato un valoroso soldato. La faccenda, pertanto, si risolse felicemente. Il barone perdonò la giovane coppia all'istante. Al castello ripresero i festeggiamenti. I parenti poveri colmarono di ogni attenzione il nuovo membro della famiglia che era così valoroso, così generoso – e così ricco. Le zie, in verità, non riuscivano a capacitarsi di come il loro sistema di rigido isolamento e assoluta obbedienza avesse avuto un così scarso risultato, ma, alla fine, attribuirono tutto alla loro negligenza per aver trascurato di mettere le sbarre alle finestre. Una di loro due era particolarmente mortificata perché la sua storia soprannaturale era stata rovinata, dal momento che l'unico fantasma che le fosse mai capitato di vedere, era poi risultato fasullo, mentre la nipote era assolutamente felice di aver trovato uno sposo in carne ed ossa – e questa è la fine della storia.




FINE




1 Greysteil ("Graysteel"), antica ballata del XVI secolo, intitolata anche Syr Egeir and Syr Gryme, dal nome di due cavalieri che sfidarono il temibile sir Greysteel per conquistare il cuore di una dama.
2 Landshort, cioè Poca terra, si riferisce ironicamente ai limitati possedimenti del barone che invece si atteggia a grande feudatario. Katzenellenbogen cioè gomito di gatto, Irving spiega in una nota che tale appellativo fu dato ad una dama della famiglia per celebrare la bellezza del suo braccio.
3 Heldenbruch (libro degli eroi) collezione di manoscritti e testi a stampa del XV e XVI secolo a carattere epico.
4 Minnie lieder componimenti musicali medievali a carattere sentimentale
5 Wurtzburg antica città della Baviera, sede vescovile e universitaria. La sua cattedrale fu costruita nel 1040-1225 in stile romanico.
6 Heidelberg Tun botte da vino di enormi dimensioni contenuta nelle cantine del castello di Heidelberg
7 I goblin sono leggendarie creature maligne presenti nel folklore di alcuni paesi e nel fantasy. Caratterizzati da una bassa statura, erano accusati di rapire durante la notte donne e bambini, sostituendo questi ultimi con i propri mostruosi figli
8 Gottfried August Bürger (Molmerswende, 31 dicembre 1747 – Gottinga, 8 giugno 1794) scrittore tedesco rappresentante dello Sturm und Drang. E’ a lui che si devono le prime ballate artistiche della letteratura tedesca; “Lenore”, la sua più conosciuta, fu tradotta in inglese da un giovanissimo Dante Gabriele Rossetti e in Italia dal poeta della scapigliatura Giovanni Berchet.
9 Palafreno Cavallo riccamente bardato che nel Medioevo era usato per i viaggi o le parate e non per il combattimento o la corsa

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