lunedì 28 luglio 2014

Il padrone di Moxon


 Una partita a scacchi

Il Padrone di Moxon (Moxon's Master) è un racconto breve dello scrittore americano Ambrose Bierce (1842, Ohio, Stati Uniti - 1914, Chihuahua, Messico), pubblicato la prima volta nel 1893 nella raccolta Can Such Things Be?. Bierce fu scrittore, giornalista e aforista statunitense, tra i più caustici della San Francisco a cavallo tra il 1850 e i primi anni del XX secolo, al punto da meritarsi il soprannome di “Bitter Bierce”. Viene ricordato soprattutto per il suo Dizionario del diavolo, dove, sotto l'innocua veste di lessicografo, mette alla berlina la società del suo tempo. I suoi racconti brevi sono considerati tra i migliori del XIX secolo, soprattutto quelli sulla guerra di secessione come An Occurrence at Owl Creek Bridge (Accadde al ponte di Owl Creek), A Horseman in the Sky (Un cavaliere nel cielo) ampiamente antologizzati. I suoi racconti fantastici anticiparono lo stile grottesco che sarebbe diventato un vero e proprio genere letterario nel XX secolo. La sua fine fu degna dei suoi migliori racconti soprannaturali: scomparve in una nuvola di polvere durante una battaglia in Messico dove era andato per seguire le vicende della rivoluzione di Pancho Villa.


Il padrone di Moxon, (tradotto anche come Il signore di Moxon o La creatura di Moxon) è un racconto breve ma ricco di suggestioni. Protagonisti sono Moxon, inventore e filosofo dilettante, e la sua creatura meccanica: un automa giocatore di scacchi. Lo spunto narrativo parte dal saggio di E. A. Poe Il giocatore di scacchi di Maelzel (Maelzel's Chess Player,1836) in cui lo scrittore smaschera un falso automa scacchista detto Il Turco che era diventato famoso in Europa e negli Stati Uniti. Ma “Bitter Bierce” manipola la materia a suo modo. Come si intuisce dal titolo, egli mette in guardia gli uomini del suo tempo contro la tirannia di una macchina tanto simile all'uomo da ereditarne anche il suo lato oscuro (ricordate HAL 9000 in 2001: Odissea nello spazio?). La prima parte del racconto si svolge sotto forma di dialogo quasi-platonico tra Moxon e il narratore sulla natura dell'intelligenza e sul concetto di vita, che Moxon interpreta in maniera meccanicistica, sulla scia di quel pensiero positivista che faceva coincidere il progresso dell'umanità con quello scientifico-tecnologico, senza spazio per la spiritualità, riducendo l'uomo a “macchina” vivente. E del resto egli mette in dubbio la stessa idea di progresso, il suo “Turco” è un ibrido mostruoso, sul volto impassibile sono dipinte fattezze umane, ma il corpo è quello di un gorilla, con arti asimmetrici dalla presa mortale, simbolo di una regressione ad uno stadio puramente istintivo, dove vige la logica del più forte. Egli sembra portare alle estreme conseguenze le teorie del filosofo inglese Herbert Spencer, padre del darwinismo sociale che predicava “The survival of the fittest”: in un mondo dove non c'è più spazio per lo spirito, chi è il più adatto a sopravvivere, l'uomo o la macchina?
Testi correlati:
Dizionario del diavolo - Bierce Ambrose, 2010, Guanda € 13,00
Tutti i racconti. Vol. 1- 2 - Bierce Ambrose, 2006, Fanucci
Io, robot - Asimov Isaac, 2003, Mondadori
2001: Odissea nello spazio - Clarke Arthur C., 2000, Longanesi






IL PADRONE DI MOXON

di
Ambrose Bierce








Dici sul serio...? Credi veramente che una macchina possa pensare?”
Non ebbi una risposta immediata; apparentemente Moxon era impegnato con i tizzoni nel focolare, toccandoli abilmente qua e là con l'attizzatoio finché quelli diedero un senso alla sua attenzione con una fiamma più brillante. Per diverse settimane avevo osservato in lui la crescente abitudine di rispondere in ritardo anche alle domande più semplici e comuni. Questo atteggiamento, tuttavia, era dovuto più alla preoccupazione che alla cautela: si sarebbe detto che “aveva in mente qualcosa.”
Dopo un po' disse:
Che cos'è una “macchina”? Questa parola è stata definita in diversi modi. Ecco la definizione di un popolare dizionario: “Qualunque strumento o apparato, grazie al quale l'energia viene impiegata e resa operativa, o viene ottenuto un preciso effetto.” Bene, allora, l'uomo non è forse una macchina? E ammetterai che pensa... o pensa di pensare.”
Se non desideri rispondere alla mia domanda,” dissi, in maniera piuttosto irritata, “perché non lo dici...? tutto quello che dici è solo per sviare il discorso. Sai fin troppo bene che quando dico “macchina” io non intendo l'uomo, ma qualcosa che l'uomo ha costruito e controlla.”
Quando non ne è controllato,” disse, alzandosi improvvisamente e guardando fuori dalla finestra, da dove non si vedeva niente a causa dell'oscurità di una notte tempestosa. Un momento dopo si girò e con un sorriso disse: “Ti chiedo scusa, non volevo essere evasivo. Consideravo quella del dizionario un'ignara testimonianza dell'umo e tuttavia suggestiva e degna di essere discussa. Posso dare abbastanza facilmente una risposta diretta alla tua domanda: sono convinto che una macchina possa pensare al lavoro che sta facendo.”


Quella era di certo una risposta sufficientemente diretta. Non era per niente rassicurante, perché tendeva a confermare il triste sospetto che la devozione di Moxon allo lo studio e al lavoro nel suo “laboratorio meccanico” non era stato un bene per lui. Sapevo, per dirne una, che soffriva di insonnia, e che quella non era una lieve afflizione. Aveva danneggiato la sua mente? La sua risposta alla mia domanda sembrava comprovarlo; ora, forse, la penserei diversamente. Allora ero più giovane, e fra tutte le benedizioni che non sono negate alla gioventù c'è l'ignoranza. Incitato da quel grande stimolo alla controversia, dissi:
E, di grazia, con che cosa pensa... in assenza di un cervello?”
La risposta arrivò con un ritardo inferiore a quello che gli era d'abitudine e prese la forma a lui più congeniale del controinterrogatorio:
Con che cosa pensa una pianta... in assenza del cervello?”
Ah, anche le piante appartengono alla classe dei filosofi! Mi piacerebbe conoscere alcune delle loro conclusioni, e puoi omettere le premesse.”
Forse,” replicò, apparentemente non toccato dalla mia sciocca ironia, “si possono dedurre le loro convinzioni dai loro atti. Ti risparmierò l'esempio familiare della mimosa sensitiva, i diversi fiori insettivori e quelli i cui stami si piegano in basso e scuotono il loro polline sulle api che entrano nella corolla allo scopo di fertilizzare i loro compagni distanti. Ma considera attentamente questo. In una piccola radura del mio giardino ho piantato una vite rampicante. Appena questa è sbucata in superficie ho piantato nel suolo un palo a poche iardei di distanza. La vite vi si è immediatamente diretta, ma mentre stava per raggiungerlo dopo pochi giorni, l'ho spostato di qualche piedeii. La vite ha immediatamente modificato il suo corso, formando un angolo acuto, e si è diretta di nuovo verso il palo. Questa manovra fu ripetuta diverse volte, ma alla fine, come se si fosse scoraggiata, la vite abbandonò il suo inseguimento, e ignorando ogni ulteriore tentativo di sviarla, si diresse verso un piccolo albero, più in là, e vi si arrampicò.
Le radici dell'eucalipto si allungano incredibilmente alla ricerca di umidità. Un famoso orticultore racconta di una che entrò in un vecchio tubo di scolo e lo seguì finché arrivò ad un ostacolo, in quanto una sezione del tubo era stata rimossa per fare spazio ad un muro di pietra che era stato costruito attraverso il suo percorso. La radice abbandonò la tubatura e seguì il muro finché trovò un'apertura dove era caduta una pietra. Vi scivolò attraverso e seguendo l'altra parte del muro per ritornare al tubo, entrò nella sezione inesplorata e proseguì il suo cammino.
E con ciò?”
Possibile che non ne afferri il significato? Dimostra che la pianta ha una coscienza. E' la prova che pensano.” “Anche se fosse così... a che servirebbe. Noi non stavamo parlando di piante, ma di macchine. Esse possono essere in parte fatte di legno... un legno senza più vita... o completamente di metallo. Forse il pensiero è un attributo anche del regno minerale?”
In quale altro modo potresti, per esempio, spiegare i fenomeni di cristallizzazione?”
Non li spiego.”
Perché non puoi senza affermare quello che desideri negare, cioè l'intelligente cooperazione tra gli elementi che formano i cristalli. Quando i soldati si allineano o formano dei quadrati, tu lo chiami ragionare. Quando le oche selvatiche in volo prendono la forma della lettera V tu lo chiami istinto. Quando gli atomi omogenei di un minerale, muovendosi liberamente in una soluzione, si organizzano in forme matematicamente perfette, o particelle di umidità congelata si aggregano nelle forme belle e simmetriche dei fiocchi di neve, tu non hai niente da dire. Non hai ancora inventato un nome dietro cui nascondere la tua eroica irragionevolezza.”
Moxon stava parlando con insolita animazione e serietà. Fece una pausa ed io sentii in una stanza contigua, a me nota come il suo “laboratorio meccanico”, dove nessuno, se non lui stesso, poteva entrare, uno strano rimbombare, come se qualcuno stesse colpendo il tavolo con il palmo della mano. Moxon lo sentì nello stesso momento e, visibilmente agitato, si alzò e in tutta fretta passò nella camera da dove proveniva quel suono. Pensai che fosse strano che lì dentro ci potesse essere qualcun altro, e il mio interesse per il mio amico – con un indubbio tocco di imperdonabile curiosità – mi convinse ad ascoltare con attenzione, ma, sono felice di poterlo dire, non dal buco della serratura. Si sentivano suoni confusi, come una lotta o una zuffa; il pavimento tremava. Sentii distintamente un pesante ansimare e una voce roca sussurrare “Dannazione!” Poi cadde il silenzio, e dopo un po' Moxon riapparve e disse, con un sorriso alquanto dispiaciuto:
Scusami se ti ho lasciato così improvvisamente. Ho una macchina là dentro che ha perso la pazienza ed è andata in escandescenze.”




Erone di Alessandria - Progetto di automa, I secolo d.C.



Tenendo fisso lo sguardo sulla sua guancia sinistra, che era attraversata da quattro escoriazioni parallele rosse per il sangue, dissi:
Che ne dici di tagliargli le unghie?” Avrei potuto risparmiarmi la battuta; non vi prestò attenzione, ma si sedette nella sedia che aveva lasciato e riprese il monologo interrotto come se niente fosse accaduto:
Senza dubbio tu non stai dalla parte di quelli (non ho bisogno di farne il nome ad un uomo della tua cultura) che pensano che tutta la materia è senziente, che ogni atomo è un'entità dotata di vita, sensibilità e coscienza. Io sì. Non esiste materia morta, inerte: tutto è vivo, tutto è istinto dotato di forza, attuale e potenziale; tutto è sensibile alle stesse forze del proprio ambiente e suscettibile all'influenza di quelle più alte e raffinate che risiedono negli organismi superiori con cui può essere messo in relazione, questo succede anche con l'uomo, quando forgia uno strumento da lui progettato. Quello assorbe qualcosa della sua intelligenza e volontà – e più ne assorbe in proporzione alla complessità della macchina che ne risulta e al lavoro che essa svolge.
Per caso ricordi la definizione di “vita” secondo Herbert Spencer4 L'ho letta trenta anni fa. Può averla modificata in seguito, per quanto ne so, ma per tutto questo tempo non sono riuscito a trovare una singola parola che potesse essere proficuamente cambiata, aggiunta o rimossa. Per me non è solamente la definizione migliore, ma l'unica possibile.
La vita” afferma, “è una determinata combinazione di cambiamenti eterogenei, simultanei e successivi, in corrispondenza a coesistenze e sequenze esterne.”
Questo definisce il fenomeno,” dissi, “Ma non dà alcun indizio riguardo alla causa.”
Questo,” replicò, “è tutto ciò che può fare una definizione. Come sottolinea Mills5, della causa sappiamo solo che è un antecedente – dell'effetto che è una conseguenza. Riguardo a certi fenomeni, uno non accade mai senza l'altro, che è di diversa natura: il primo in termini temporali viene chiamato causa, il secondo effetto. Se abbiamo visto tante volte un coniglio inseguito da un cane, e non abbiamo mai visto conigli e cani diversamente, potremmo pensare che il coniglio sia la causa del cane. Ma temo,” aggiunse, ridendo in modo abbastanza spontaneo, “che il mio coniglio mi stia portando molto lontano dal sentiero della mia legittima ricerca: sto indulgendo nel piacere della caccia per il gusto di farlo. Quello che voglio farti osservare è che nella definizione di “vita” di Herbert Spencer è inclusa anche l'attività di una macchina... non c'è niente in questa definizione che non si possa applicare ad essa. Secondo quello che è il più acuto degli osservatori e il più profondo dei pensatori, se un uomo durante il suo periodo di attività è vivo, lo è anche una macchina quando è in funzione. Come inventore e costruttore di macchine so che è vero.”
Moxon rimase in silenzio per un pezzo, fissando il fuoco con uno sguardo assente. Si stava facendo tardi e pensai che fosse ora di andare, ma non mi piaceva molto l'idea di lasciarlo in quella casa isolata, tutto solo se non per la presenza di una persona la cui natura secondo me non poteva che essere ostile e forse maligna. Chinandomi verso di lui e guardandolo intensamente negli occhi mentre con la mano indicavo la porta del suo laboratorio, dissi:
Moxon, che cosa hai lì dentro?”
Fui alquanto sorpreso quando, ridendo sommessamente, mi rispose senza esitazione:
Nessuno. L'incidente a cui stai pensando è stato causato dalla mia follia nel voler lasciare in azione una macchina senza nulla su cui agire, mentre io mi sobbarcavo l'interminabile compito di illuminare il tuo intelletto. Sei forse a conoscenza del fatto che la coscienza è figlia del ritmo?”
Al diavolo tutti e due!” risposi, alzandomi e afferrando il mio cappotto. “Ti auguro la buona notte, e aggiungo l'auspicio che la macchina che hai inavvertitamente lasciato in azione indossi i guanti la prossima volta che riterrai necessario spegnerla.”





Léger, Élément mécanique, 1924, olio su tela




Lasciai la casa senza aspettare di vedere l'effetto della mia tirata.
Stava cadendo la pioggia e l'oscurità era intensa. Potevo vedere il debole chiarore delle luci della città nel cielo oltre la cima della collina verso cui avanzavo brancolando su precarie passerelle di legno e attraverso fangose strade sterrate, ma dietro di me nulla era visibile se non una sola finestra nella casa di Moxon. Da questa emanava un bagliore che mi sembrò allo stesso tempo misterioso e fatale. Sapevo che era un'apertura priva di tende nel “laboratorio meccanico” del mio amico, e non avevo dubbi che avesse ripreso gli studi interrotti dai suoi doveri come mio istruttore sulla coscienza meccanica e la paternità del ritmo. Per quanto strane, e in qualche misura divertenti, mi fossero sembrate allora quelle sue convinzioni, non riuscivo a spogliarmi completamente della sensazione che esse avessero una tragica relazione con la sua vita e il suo carattere – forse il suo destino – sebbene non le considerassi più come le stranezze di una mente confusa. Qualunque cosa si potesse pensare delle sue opinioni, l'esposizione che ne aveva fatto era troppo logica. Le sue ultime parole continuavano a venirmi in mente: “La coscienza è figlia del ritmo.”
Anche se quell'affermazione era esplicita e concisa, ora la trovavo infinitamente allusiva. Ogni volta che mi ritornava in mente, acquistava un significato più ampio e una suggestione più profonda. Ma sì (pensai), ecco qualcosa su cui fondare una filosofia. Se la coscienza è il prodotto del ritmo, tutte le cose sono coscienti, perché tutte sono dotate di movimento, e ogni movimento è ritmico. Mi chiesi se Moxon conoscesse il significato e la grandezza del suo pensiero – la portata di questa straordinaria teoria, oppure era arrivato a questa fede filosofica per la strada tortuosa e incerta dell'osservazione?
Quella fede era per me completamente nuova allora, e l'esposizione di Moxon non era riuscita a convertirmi, ma adesso mi sembrò che una grande luce mi brillasse tutto intorno, come quella che cadde su Saulo di Tarso6, e lì fuori nella tempesta, nelle tenebre e nella solitudine provai quello che Lewes7chiama “L'infinita varietà ed eccitazione del pensiero filosofico.” Esultai per il nuovo significato di conoscenza, per il nuovo orgoglio della ragione. Mi sembrava che i piedi toccassero a mala pena la terra, era come se fossi sollevato e trasportato in aria da ali invisibili.
Cedendo all'impulso di ricevere altra luce da colui che io adesso riconoscevo come mio maestro e guida, ero tornato indietro inconsciamente, e quasi prima di rendermi conto di quel che avevo fatto, mi trovai di nuovo alla porta di Moxon. Ero zuppo di pioggia, ma non provavo alcun disagio. Incapace di trovare il campanello per via dell'eccitazione, afferrai istintivamente la maniglia. La girai e, entrando, salii le scale che conducevano alla stanza che avevo da così poco tempo lasciato. Era tutto buio e silenzioso, Moxon, come avevo immaginato, era nella stanza adiacente – il “laboratorio meccanico”. Procedetti a tentoni lungo la parete finché, trovata la porta di comunicazione, bussai forte diverse volte, ma non ottenni risposta, cosa che attribuii al frastuono esterno, perché il vento stava soffiando furiosamente e gettava catinelle di pioggia contro le pareti sottili. Il tambureggiare sopra le assi di legno del tetto che ricoprivano la stanza senza soffitto era fragoroso e incessante. Non ero mai stato invitato nel laboratorio meccanico – di fatto, l'ingresso mi era stato vietato, come a tutti gli altri, con una sola eccezione, quella di un abile artigiano del ferro, di cui non si sapeva niente se non che si chiamava Haley e aveva un carattere silenzioso. Ma nella mia esaltazione spirituale, discrezione e buone maniere furono parimenti dimenticate, e aprii la porta. Quello che vidi scacciò via da me ogni speculazione filosofica in men che non si dica.





 Il Turco costruito nel 1770 da Wolfgang von Kempelen, accquistato nel 1784 da Johann Maelzel, celebre inventore del metronomo.


Moxon sedeva di fronte a me dall'altra parte di un tavolino su cui una sola candela faceva tutta la luce che c'era nella stanza. Di fronte a lui, con la schiena verso di me, sedeva un'altra persona. Sul tavolo, tra i due, c'era una scacchiera; i due uomini stavano giocando. Sapevo poco di scacchi, ma siccome erano rimasti solo pochi pezzi, era ovvio che il gioco stava per concludersi. Moxon era estremamente interessato, non tanto, mi sembrò, al gioco quanto al suo antagonista, su cui aveva concentrato uno sguardo così assorto che, anche se ero proprio nella sua visuale, passai del tutto inosservato. La sua faccia era spaventosamente bianca, e i suoi occhi brillavano come diamanti. Del suo antagonista vedevo solo le spalle, ma era sufficiente, non mi interessava vedere la sua faccia.
Apparentemente, non era più alto di cinque piedi, con proporzioni che suggerivano quelle di un gorilla – spalle tremendamente ampie, un collo corto e largo, la testa tozza, ricoperta da un groviglio di capelli neri su cui era sistemato un fez cremisi. Una tunica dello stesso colore, stretta in vita da una cintura, arrivava fino al sedile, apparentemente una scatola, su cui era seduto, non si vedevano né i piedi né le gambe. L'avambraccio sinistro era apparentemente appoggiato sul suo grembo, muoveva i pezzi con la mano destra, che sembrava sproporzionatamente lunga.
Indietreggiai e mi sistemai sul lato in ombra della porta. Se Moxon avesse guardato oltre la faccia del suo avversario non avrebbe potuto accorgersi di niente se non che la porta era aperta. Qualcosa mi impediva sia di entrare che di andare via, il sentimento – non so da cosa provenisse – che ero in presenza di un'imminente tragedia e che rimanendo avrei potuto essere utile al mio amico. Con un vago senso di ribellione contro l'indelicatezza del mio gesto, rimasi.
La partita fu rapida. Moxon a mala pena guardava la scacchiera prima di fare le sue mosse, e al mio occhio inesperto sembrava che muovesse il pezzo più a portata di mano, con movimenti veloci, nervosi e privi di precisione. La risposta del suo antagonista, mentre era egualmente pronta all'inizio, era poi eseguita con un movimento del braccio lento, uniforme, meccanico e, pensai, in qualche modo teatrale, il che metteva a dura prova la mia pazienza. C'era qualcosa di soprannaturale in quella situazione, e mi sorpresi a tremare. Ma ero bagnato e infreddolito. Due o tre volte dopo aver mosso un pezzo lo straniero inclinò leggermente la testa, e mi accorsi che ogni volta Moxon aveva mosso il re. Tutto d'un tratto mi venne da pensare che l'uomo fosse muto. E poi che fosse una macchina, un automa giocatore di scacchi! Poi ricordai che una volta Moxon mi aveva detto di aver inventato un tale meccanismo, anche se non avevo capito se l'avesse veramente costruito. Tutto quel suo parlare sulla coscienza e l'intelligenza delle macchine era semplicemente un preludio all'eventuale esibizione del suo congegno – solo un trucco per intensificare l'effetto della sua macchina su di me che ero all'oscuro del suo segreto.
Una bella fine, per tutti i miei trasporti intellettuali – la mia “infinita varietà ed eccitazione del pensiero filosofico”! Ero sul punto di ritirarmi disgustato quando accadde qualcosa che catturò la mia curiosità. Notai la cosa scuoter le sue larghe spalle, come se fosse irritato: e tutto era così naturale, così assolutamente umano... che alla luce della mia mutata opinione ne rimasi sgomento. E non era tutto, perché un momento dopo la cosa colpì violentemente il tavolo con il pugno serrato. A quel gesto Moxon sembrò ancora più sgomento di me: spinse la sedia un po' più indietro, come allarmato. Subito dopo Moxon, a cui toccava giocare, alzò la mano sulla scacchiera, si avventò su uno dei suoi pezzi come un falco ed esclamando “scacco matto!” si alzò in piedi di scatto e si mise dietro la sedia. L'automa sedeva immobile.
Il vento era calato, ma sentivo, ad intervalli sempre più ravvicinati e progressivamente più fragoroso, il rombo del tuono. Allora, durante le pause mi accorsi di un un mormorio o brusio sommesso che, come il tuono, diventava sempre più alto e distinto. Sembrava provenire dal corpo dell'automa, ed era un inconfondibile ronzio di ingranaggi.
Mi diede l'impressione di un meccanismo in disordine sfuggito all'azione repressiva e regolatrice di un elemento di controllo... un effetto simile a quello che ci si potrebbe aspettare se un nottolino d'arresto fosse estratto dai denti di un ingranaggio facendolo girare all'impazzata. Ma prima che avessi il tempo per altre congetture riguardo alla natura di quel rumore, la mia attenzione fu attratta dagli strani movimenti dell'automa stesso. Sembrava posseduto da un tremore leggero ma continuo. Tremava nel corpo e nella testa come un uomo colpito dalla paralisi o in preda alla febbre malarica, e il movimento aumentava ad ogni momento finché l'intera figura fu presa da una violenta agitazione. Improvvisamente balzò in piedi e con un movimento quasi troppo veloce perché l'occhio potesse seguirlo, balzò in avanti attraverso il tavolo e la sedia, con entrambi le braccia protese in avanti per tutta la loro lunghezza, la stessa postura e lo stesso slancio di un tuffatore. Moxon tentò di spostarsi indietro per mettersi fuori dalla sua portata, ma era troppo tardi: vidi la mano dell'orribile cosa chiudersi intorno alla sua gola, mentre la mano di Moxon gli afferrava il polso, quindi il tavolo si rovesciò, la candela cadde a terra e si spense, e nella stanza ci fu un buio impenetrabile. Ma il rumore della lotta era spaventosamente chiaro, e più terribili di tutto erano i suoni rauchi e lamentosi che l'uomo strangolato faceva nello sforzo di respirare. Guidato da quel fracasso infernale, mi lanciai in aiuto del mio amico, ma avevo appena fatto un passo nelle tenebre quando per tutta la stanza risplendette un'accecante luce bianca che incise a fuoco nel mio cervello e nel cuore e nella memoria l'immagine vivida dei due lottatori sul pavimento, Moxon sotto, la sua gola ancora nella morsa di quelle mani di ferro, la testa spinta indietro, gli occhi strabuzzati, la bocca spalancata e la lingua di fuori, e – orribile contrasto! - sul volto dipinto del suo assassino un'espressione di tranquilla e profonda concentrazione, come se si trattasse di risolvere un problema di scacchi! Questo è ciò che vidi, poi ci furono solo tenebre e silenzio.






  Antonio Ligabue - Gorilla con donna, 1957




Tre giorni dopo ripresi i sensi in ospedale. Mentre il ricordo di quella tragica notte mi ritornava lentamente in mente man mano che il mio cervello si ristabiliva, riconobbi nella persona che si prendeva cura di me Haley, il riservato artigiano di Moxon.
Rispondendo al mio sguardo, si avvicinò sorridendo.
Raccontatemi tutto,” riuscii a dire, debolmente... “tutto quello che è successo.”
Certamente,” disse: “siete stato portato qui privo di sensi da una casa in fiamme – quella di Moxon. Nessuno sa come mai vi trovavate là. Dovreste dare qualche spiegazione. Anche l'origine del fuoco è alquanto misteriosa. La mia idea è che la casa sia stata colpita da un fulmine.”
E Moxon?”
E' stato seppellito ieri... quello che ne restava.”
Apparentemente quella persona riservata poteva aprirsi occasionalmente. Quando rivelò quelle informazioni scioccanti ad una persona ammalata come me si dimostrò abbastanza garbato. Dopo alcuni momenti di estrema sofferenza mentale mi arrischiai a fargli un'altra domanda:
Chi mi ha soccorso?”
Bene, se la cosa vi interessa... sono stato io.”
Grazie, Mr. Haley, e che Dio vi benedica. Siete riuscito a salvare anche quell'affascinante prodotto prodotto del vostro ingegno, l'automa giocatore di scacchi che ha ucciso il suo inventore?”
L'uomo rimase a lungo in silenzio, distogliendo lo sguardo dalla mia persona. Poi tornò a fissarmi e disse con tono grave:
Lo sapete?”
Sì.” risposi; “l'ho visto.”
Questo successe tanti anni fa. Se me lo chiedessero oggi, risponderei con minor sicurezza.






FINE


1Unità di misura di lunghezza che appartiene al Sistema Imperiale: 1 iarda = 0,9144 metri
2Unità di misura di origine antropometrica: 1 piede = 30,48 centimetri
3Probabilmente si riferisce a Ernst Haeckel - Zoologo tedesco (Potsdam 1834 - Jena 1919). Sostenitore del darwinismo, cui si era avvicinato nel 1860, e di un materialismo scientifico a cui diede il nome di monismo. Nel monismo sostanza e spirito sono un tutt'uno, compongono un'unità che rende manifesto il mondo, attraverso una ciclica ed eterna evoluzione. Il suo sistema filosofico non è pertanto né materialistico né spiritualistico, è stato definito come un "ilozoismo scientifico" o un "panteismo ateistico" ispirato da Goethe
4Herbert Spencer (Derby, 27 aprile 1820 – Brighton, 8 dicembre 1903) è stato un filosofo britannico. Compì studi a carattere scientifico e maturò convinzioni evoluzionistiche indipendentemente da Darwin. Egli applica i principi dell'evoluzionismo alla realtà sia naturale, sia storica, sia sociale, elaborando una teoria secondo cui in tutti questi ambiti si passa dal semplice al complesso, dal disorganico all'organico, dall'omogeneo all'eterogeneo. In politica fu un convinto assertore dei principi liberali, fu uno dei fondatori del darwinismo sociale e a lui si deve la frase “survival of the fittest” erroneamente attribuita a Darwin.
5 John Stuart Mill (Londra 1806 - Avignone 1873), è stato un filosofo ed economista britannico, uno dei massimi esponenti del liberalismo e dell'utilitarismo. Nell'opera System of Logic (1843), Mill conduce una critica alla logica come era tradizionalmente insegnata in Inghilterra nella prima metà del XIX secolo. Egli asserisce che la scienza deve essere modellata sull'esperienza e la forma tipica delle conclusioni scientifiche dev'essere quella induttiva. L'induzione viene concepita come la generalizzazione delle molteplici esperienze fatte. Che sia possibile la generalizzazione dell'esperienza è garantito a sua volta dalla fiducia nell'uniformità e nella regolarità della natura. In economia fu un liberista e sostenne che le leggi della distribuzione delle ricchezze potevano essere cambiate in modo da garantire condizioni di vita più eque ai cittadini. In politica nel saggio Sulla libertà (1859) rifiuta il socialismo e sostiene la difesa dei diritti individuali, che si esplica in tre direzioni fondamentali: la libertà di coscienza, pensiero e parola; la libertà dei gusti e dei desideri; la libertà di associazione.
6 Ironica allusione alla conversione di San Paolo (o Saulo) di Tarso. Secondo la narrazione biblica Paolo si convertì al cristianesimo mentre, recandosi da Gerusalemme a Damasco per organizzare la repressione dei cristiani della città, fu improvvisamente avvolto da una luce fortissima e udì la voce del Signore che gli diceva: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?". Reso cieco da quella luce divina, Paolo vagò per tre giorni a Damasco, dove fu poi guarito dal capo della piccola comunità cristiana di quella città, Anania. L'episodio, noto come "Conversione di Paolo", diede l'inizio all'opera di evangelizzazione di Paolo.
7George Henry Lewes filosofo e psicologo inglese (Londra 1817-1878). Aderì al positivismo e introdusse nel suo Paese le dottrine di A. Comte. Suscitò scandalo, nella società vittoriana, la lunga convivenza di Lewes con la scrittrice George Eliot.

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