Corsa contro il tempo
In breve, la storia si svolge su un pianeta alieno, Cathor, popolato agente di Seilla in missione segreta in territorio nemico per uccidere l’inventore della bomba e sabotare l’ordigno su cui lo scienziato sta lavorando: un’arma dalla potenza inimmaginabile che dovrebbe capovolgere le sorti della guerra e assicurare la vittoria a Sixa. I Sixa, tuttavia, non sanno ancora come circoscrivere la potenza dell’ordigno che potrebbe innescare una tale reazione a catena da distruggere il mondo intero. Da qui la corsa contro il tempo del protagonista per salvare l’intera umanità.
Il 6 agosto 1945, sul finire della seconda guerra mondiale, la città di Hiroshima in Giappone subì il primo attacco nucleare della storia ad opera degli Stati Uniti d'America. Il 9 agosto toccò alla città di Nagasaki subire un secondo attacco nucleare che sancì la conclusione del conflitto mondiale. Tra il giorno dell'impatto e gli anni successivi, a causa delle ustioni e delle radiazioni, i due attacchi causarono complessivamente un numero di vittime tra le 150.000 e le 220.000 persone, in gran parte appartenenti alla popolazione civile.
Film consigliati:
💣Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb), noto più semplicemente anche come Il dottor Stranamore, è un film del 1964 co-sceneggiato, diretto e prodotto da Stanley Kubrick. Una commedia nera i cui aspetti comici si concentrano sull'incompetenza degli uomini in comando e la satira sui complessi sistemi politici e militari vulnerabili alle debolezze di chi li controlla.
💣Per saperne di più sul Progetto Manhattan: Oppenheimer. Un film del 2023 scritto, diretto e co-prodotto da Christopher Nolan. Basato sulla biografia Robert Oppenheimer, il padre della bomba atomica di Kai Bird e Martin J. Sherwin,
Canzoni:
✈Tra le tanti canzoni ispirate da quella tragedia c’è EnolaGay. Il singolo degli Orchestral Manoeuvres in the Dark è un brano pacifista che prende il nome dal bombardiere americano B-29, che il 6 agosto 1945 sganciò la bomba atomica su Hirosima. Il ritmo Synth pop dei primi anni 80, acuisce il contrasto con il contenuto estremamente serio.
Termine ultimo
di
CLEVE CARTMILL
C’era questa bomba che lui voleva distruggere. Si trovava nella capitale di una nazione nemica e poteva esplodere da un momento all’altro. Ed era esattamente quello che voleva evitare!
Pesanti colpi di contraerea accompagnarono il volo dei bombardieri che sfrecciavano nel cielo notturno del pianeta Cathor. Ybor Sebrof sogghignò mentre si tuffava giù col suo aliante, lontano da quei fuochi d’artificio. I bombardieri avevano compiuto la loro missione: lo avevano sganciato vicino Nilreq, simulando un’incursione aerea.
Era riuscito a sganciarsi prima che i riflettori scandagliassero il cielo con con le loro braccia affusolate e bianche. Non si erano soffermati sull’aliante, marcato con i loro stessi contrassegni. Era un loro aliante, infatti, catturato quando le colonne avanzate di Seilla avevano sorpreso nel sonno la guarnigione Namo. Lo avrebbe abbandonato sul luogo di atterraggio, e lasciato che i servizi di Sixa cercassero di capire come ci fosse arrivato.
Ammeso, naturalmente, di atterrare non visto.
Gli ufficiali dei servizi di Sixa avrebbero avuto anche un altro problema. Spiegare, cioè, quell’apparente bombardamento che non aveva sganciato nessuna bomba. Nessuno degli aerei di Seilla sra stato colpito, e la gente di Sixa non poteva sapere che i bombardieri erano vuoti: niente bombe, niente equipaggi, solo velocità.
Poteva vedere i giornali del giorno dopo e sentire i notiziari del giorno dopo. “Bombardieri nemici respinti. I piloti della democrazia di Craven battono in ritirata di fronte alla contraerei di Nilreq.” Ma i pezzi grossi si sarebbero preoccupati. Gli aerei di Seilla avrebbero potuto bombardare, se avessero avuto delle bombe. Erano sfrecciati sopra la grande città industriale impunemente. Avrebbero potuto deporre le loro uova. I pezzi grossi se ne sarebbero stupiti. Perché? Si sarebbero chiesto l’un l’altro insistentemente. Per quale ragione?
Ybor sogghignò. La ragione era lui. Gli avrebbe fatto desiderare che ci fossero state le bombe al posto suo. La possibilità di un fallimento non gli era mai passata per la mente. Tutto quello che doveva fare era era penetrare nella fortezza del nemico, trovare il dottor Sitruc, ucciderlo e distruggere l’arma più devastante della storia. Ecco tutto.
Ebbe un sospiro di sollievo quando intravide una fattoria poco lontano e virò bruscamente verso il confine di un bosco. Il velivolo grigioverde sarebbe risultato invisibile contro quello sfondo, a meno che occhi molto acuti non catturassero la sua ombra alla luce intermittente della luna. Quindi planò silenziosamente sostenuto da una lieve brezza che sfiorava le cime degli alberi. Soltanto il vento e gli alberi notarono il suo passaggio. Avrebbero mantenuto il segreto. Atterrò in un campo di grano che sussurrò una fiera protesta mentre l’aliante frusciava tra le sue spighe stracariche. Queste ondularono al di sopra del velivolo senza motore e Ybor decise che non sarebbe stato visto prima che le trebbiatrici raccogliessero il grano.
Dall’alto era un’altra questione. Non voleva che l’aliante fosse scoperto per il momento, in particolare non voleva essere intercettato nel viaggio di andata verso la capitale. Un’indagine elementare lo avrebbe collegato a quel velivolo abbandonato se fosse stato fermato nelle sue vicinanze per un motivo qualunque e se l’aliante fosse stato scoperto il giorno seguente. Prese un lungo coltello dal fodero inserito nell’aliante e con quello iniziò a menare colpi intorno a lui finché non ebbe tagliato diverse bracciate di grano. Le sparse a casaccio – senza uno schema – sulle parti del velivolo. Non sarebbe sembrato un aliante, nemmeno dall’alto. Si fece strada attraverso l’ondeggiante piantagione fino al limite del bosco.
Arrivato qui, si mosse furtivamente. Era quasi certo che lì ci fosse nascosta artiglieria pesante e doveva evitare di essere scoperto. Scivolò sul soffice tappeto di vegetazione come una lince, correndo a quattro zampe sotto i rami più bassi, in piedi quando possibile. Un improvviso sentore di pericolo lo assalì alle narici e si accucciò immobile mentre annusava quell’odore, che produsse un’immagine nella sua mente: uomini, lubrificante e l’acre odore di gas esplosi. Una squadra di artiglieria era lì davanti a lui. Ybor si accostò agli alberi. Si mosse dall’uno all’altro, con non più rumore delle soffici ali degli uccelli notturni e si avvicinò all’origine di quell’odore. Ogni tanto si fermava, per ascoltare i passi di una sentinella. Li sentì poco dopo, un soffice calpestio che si mescolava, con diverso ritmo, al russare che si poteva sentire nel vento leggero.
La parte migliore del coraggio 1, Ybor lo sapeva, era aggirare quel posto, lasciare la sentinella inconsapevole del suo passaggio nel bosco. Ma l’abitudine fu più forte. Doveva distruggerli, perché erano il nemico.
Si avvicinò al suono di passi. Poi, si accucciò sulla linea di marcia della sentinella, scrutando nel buio con gli occhi e con le orecchie. La guardia gli passò accanto e Ybor lo lasciò andare. Le sue orecchie si tesero attraverso il russare proveniente dalle tende lì vicino finché sentì un’altra guardia. Ce n’erano due a montare la guardia. Tirò fuori il pugnale dalla cintura e aspettò. Quando la sentinella gli passò accanto, Ybor gli saltò silenziosamente alle spalle, pugnalandolo mentre cadeva.
Ci fu un po’ di rumore. Non molto, appena un po’. Abbastanza per provocare un richiamo a bassa voce da parte dell’altra sentinella.
“Namreh ?” chiamò la sentinella. “Cosa è successo?”
Ybor emise un grugnito, prese il fucile e l’elmetto del morto e assunse il suo stesso passo. Marciò con lo stesso ritmo che i piedi del nemico avevano mantenuto finché incontrò la seconda guardia. Ybor zittì le domande con un fulmineo fendente del coltello e poi rivolse la sua attenzione alle tende. Poco dopo, era tutto finito. Strinse le dita della prima sentinella in torno al manico del coltello e se ne andò. Credessero pure che uno dei loro uomini fosse impazzito e avesse ucciso gli altri prima di suicidarsi. Che gli psicologi ci si lambiccassero il cervello.
Quando finalmente arrivò ai margini del bosco, l’alba aveva spruzzato un pallido colore sopra Nilreq, trasformando i vari edifici in nere sagome. Lì c’era la sua area di operazione. Lì, forse, lo attendeva il suo destino, e il destino di un’intera razza. Quest’ultimo pensiero non era il frutto di un’iperbole retorica. Era la fredda, dura verità. Non aveva niente a che fare con il patriottismo, né riguardava la filosofia politico-economica. Riguardava soltanto un fatto scientifico: se l’arma, che si trovava da qualche parte nella capitale nemica, fosse stata usata, l’intera razza umana poteva benissimo perire fino all’ultimo uomo.
Ora iniziava la parte difficile del compito di Ybor. Incominciò ad avviarsi fuori dal bosco. Un lieve rumore dietro di lui lo bloccò per la frazione di un secondo, giusto il tempo di identificarlo. Allora, con un movimento incredibilmente veloce, si giro e si gettò sulla sua sorgente.
Si rese conto di combattere con una donna dopo il primo istante di contatto. Fu colto di sorpresa in una qualche misura, ma non abbastanza per per compromettere la sua efficienza. Un colpo deciso e lei giacque svenuta ai suoi piedi. Rimase a fissarla strizzando gli occhi, incapace di distinguere i suoi lineamenti nell’oscurità del bosco. Poi l’alba irruppe come una bomba sganciata dall’alto, e vide che era giovane. Non immatura, assolutamente, ma giovane. Quando un raggio di sole penetrò nell’ombra, vide che era carina.
Ybor sfoderò il suo coltello da combattimento. Era una nemica e doveva essere distrutta. Alzò il braccio per il colpo di grazia e rimase immobile. Non poteva affondare la lama dentro di lei. Sembrava che fosse semplicemente addormentata, nel suo stato d’incoscienza, con le labbra carnose socchiuse e le mani abbandonate. Si può uccidere un uomo mentre dorme, ma la natura ha instillato una profonda avversione istintiva ad uccidere una donna indifesa.
La ragazza iniziò a lamentarsi debolmente. Poi, aprì i suoi grandi occhi marroni, dolci come quelli di una cerbiatta in trappola.
“Mi hai colpita.” Sussurrò accusandolo.
Ybor non disse niente.
“Cosa ti aspettavi?” le chiese bruscamente. “Caramelle e fiori? Che ci facevi qui?”
“Ti seguivo,” rispose. “Posso alzarmi?”
“Sì. Perché mi seguivi?”
“Quando ti ho visto atterrare nel nostro campo, mi sono chiesta perché. Sono uscita fuori e ti ho visto coprire il tuo aliante e dileguarti nei boschi. Ti ho seguito.”
Ybor era incredulo. “Mi hai seguito attraverso i boschi?”
“Avrei potuto toccarti,” disse. “In qualunque momento.”
“Tu menti!”
“Non sentirti in imbarazzo,” gli disse. Si mise un piedi con un movimento fluido. I suoi occhi erano quasi all’altezza di quelli di Ybor. Gli sorrise rivelando piccoli denti bianchi. “Sono molto brava in queste cose,” disse. “Meglio di tanti altri, sebbene ammetto che tu non sei una schiappa.”
“Grazie,” le disse laconico. “Molto bene, sentiamo la tua storia. Molto probabilmente sarà l’ultima che tu abbia mai raccontato. Qual è il tuo gioco?”
“Parli Ynamreno come un nativo,” disse la ragazza.
Gli occhi di Ybor luccicarono. “Io sono un nativo.”
Lei sorrise incredula. “E uccidi i tuoi stessi sodati? Non credo. Ti ho visto eliminare tutta la squadra degli artiglieri. C’era troppo distacco nel tuo atteggiamento. Uno di noi lo avrebbe fatto con odio. Per te, era una manovra tattica.”
“Ti stai tagliando la gola da sola,” l’avvisò Ybor. “Non posso lasciarti andare, sei troppo sveglia.”
Lei ripeté, “Non credo.” Dopo una pausa, gli disse, “Avrai bisogno di aiuto, qualunque sia la tua missione. Io posso offrirtelo.”
Lui reagì in modo spezzante. “Tu offri alla mia testa una bocca di leone. Dovrei ficcarcela? Non ho bisogno di aiuto. Specialmente da parte di qualcuno tanto imbranato da farsi prendere. E io ti ho presa, bellezza.”
Lei arrossì. “Tu eri sul punto di dare l’assalto al fortino. L’ho visto nella tua strana faccia mentre guardavi verso Nilreq. Ho trattenuto il respiro nella speranza che ci riuscissi. Questo è quello che hai sentito. Se avessi pensato che eri un mio nemico, non avresti sentito niente. Eccetto, forse, il suono della lama del mio coltello che raggiungeva il tuo cuore.”
“Che c’è di strano nella mia faccia?” le chiese. “Potrei passare in mezzo alla folla senza essere notato.”
“Le donne la noterebbero,” gli rispose. “È irregolare.”
Lui ignorò quella questione personale. Le prese la gola tra le mani. “Devo farlo,” disse. “È di vitale importanza che nessuno sappia della mia presenza qui. Questa è guerra. Non posso permettermi di essere umano.”
Lei non fece resistenza. Senza scomporsi, lo guardò e gli chiese, “Hai mai sentito di Ylas?” le dita di lui non si chiusero sulla sua morbida pelle. “Chi non ne ha sentito parlare?”
“Io sono Ylas,” disse la donna.
“Un trucco.”
“Nessun trucco. Posso dimostrarlo.” Lui strizzò gli occhi, “No, non ho documenti, naturalmente. Ascolta. Tu conosci Mulb, Sworb e Nomos? Li ho fatti fuggire io.”
Ybor esitò. Poteva essere Ylas, ma sarebbe stato un fantastico colpo di fortuna incappare nel favoloso direttore della rete clandestina di Ynamre così presto. Era difficile da crederci. Tuttavia, c’era una possibilità che stesse dicendo la verità. Non poteva trascurare quella possibilità.
“Nomi,” disse. “Avresti potuto sentirli dovunque.”
“Nomos ha una cicatrice a forma di mezza luna sul suo polso,” disse la ragazza. “Sworb è alto, quasi quanto te, con spalle un po’ cadenti. Parla così velocemente che puoi seguirlo a fatica. Mulb è un elegantone. Se la cava grazie alle sue maniere brillanti.”
Queste, pensò Ybor, erano descrizioni brevi e precise.
Lei sfruttò il suo vantaggio. “Sarei rimasta a guardare mentre tu uccidevi i soldati nell’accampamento se fossi un leale membro dell’alleanza di Sixa? Non avrei urlato per avvertirli quando uccidesti la prima sentinella e prendesti il suo elmetto e il suo fucile?”
C’era logica in questo, ammise Ybor.
“Non era forse ovvio per me,” continuò, “che tu fossi un agente di Seilla dal momento in cui atterrasti nel mio campo di grano? Avrei potuto telefonare alle autorità.” Ybor le tolse le mani dalla gola. “Voglio vedere il dottor Sitruc,” disse.
Lei guardò verso Nilrequ con preoccupazione, alle sue torri dorate nella luce del mattino. Ybor notò con distacco che il volto della ragazza assumeva un colorito vivace alla luce del sole. Un fiore scuro che si apriva all’alba. Non che gli importasse. Non aveva tempo per lei. Aveva poco tempo per qualunque cosa.
“Non sarà facile,” gli disse.
Lui le voltò le spalle. “Allora lo farò da solo. Il tempo stringe.”
“Aspetta!” La voce della donna aveva un tono che lo fece voltare. Sorrise amaramente vedendo la pistola puntata su di lui.
Il disprezzo verso sé stesso rannuvolò i pensieri di Ybor. L’aveva avuta tra le mani completamente indifesa, ma aveva pensato a lei come ad una donna, non come ad un nemico armato. Non l’aveva perquisita per stupido sentimentalismo. Aveva scalato le vette della stupidità, e ora sarebbe precipitato verso la fine che meritava. La pistola era impugnata saldamente e la determinazione le brillava cupamente negli occhi
“Ho un debole per le fiabe,” lo schernì. “Per un istante ho veramente pensato che tu fossi un agente di Seilla. Siete stati diabolicamente astuti, tu e la tua organizzazione! Avrei dovuto saperlo quando sono passati quegli aeroplani. Andavano troppo veloci.”
“È stata un’idea brillante,” continuò con la sua voce acida e amara. “Ti hanno rimorchiato e tu sei atterrato nel mio campo. Una coincidenza, sembrerebbe. Ero in quella fattoria da tre giorni soltanto. Di tutti i posti, scegli proprio quello. Non è stato un caso, no. Tu e gli altri cervelloni del consiglio di Sixa sapevate che gli aeroplani mi avrebbero portata alla finestra, sapevate che i miei occhi avrebbero intercettato l’ombra dell’aliante, sapevate che avrei investigato. Hai perfino ucciso sei dei tuoi uomini, per allontanare i miei sospetti. Oh, per un po’ ci ho creduto.”
“Parli come una pazza,” esclamò Ybor. “Metti via quella pistola.”
“Quando hai avuto la possibilità di uccidermi e non lo hai fatto,” gli disse, “il mio ultimo sospetto cadde. Che sciocca sono stata! No, amico mio, non tornerai indietro per raccontare dove vivo e fare appostare i tuoi scagnozzi in attesa che il mio comitato si riunisca così da catturarci tutti quanti. Non andrà così. Tu muori qui e adesso.”
I pensieri si rincorrevano nella mente di Ybor. Sarebbe stato uno sforzo inutile appellarsi a lei in base al fatto che se lo avesse ucciso avrebbe in effetti distrutto la sua specie. Sapeva di oratoria. Aveva bisogno di un appello semplice, incisivo e sorprendente. Ma quale? I suo tempo stava scadendo. Poteva vederlo nei suoi occhi scuri.
“Il tuo ultimo indirizzo,” disse, ricordando il racconto di Sworb della sua fuga, “era 40 Curk Way. Tu vendevi pasticcini e Sworb fece un’indigestione di dolcetti. Vomitò nel tuo furgone, mentre lo portava via undici minuti dopo la mezzanotte.”
Centro. L’intenzione di ucciderlo svanì dai suoi occhi mentre ricordava. La ragazza si fece pensierosa per un momento.
Poi i suoi occhi ebbero un lampo. “Non ho avuto notizie che sia giunto ad Acireb sano e salvo. Potresti averlo catturato mentre attraversava il confine di Enarta e picchiato fino a fargli dire la verità. Tuttavia,” rifletté, “forse stai dicendo la verità...”
“È così,” disse Ybor pacatamente. “Sono un agente di Seilla, e sono qui per un’importante missione. Se non puoi aiutarmi personalmente, devi lasciarmi andare. Immediatamente.”
“Però potresti anche mentire. Non posso correre il rischio. Tu camminerai davanti a me attraverso il bosco. Se fai un movimento, anche minimo, ti uccido.”
“Dove vuoi portarmi?” “A casa mia. Dove se no? Poi parleremo.”
“No, ascoltami,” disse con foga, “Non c’è tempo per...”
“Cammina!”
Lui camminò.
Il piano di Ybor di coglierla di sorpresa una volta dentro la fattoria si dissolse quando vide il colosso che li fece entrare. Questo era un ottuso bruto con il corpo più possente che Ybor avesse mai visto, imponente con la sua altezza ben oltre la media. Le braccia dell’uomo erano grosse come le cosce di Ybor, i suoi aridi occhi gialli erano piccoli e cattivi. Tuttavia, nonostante il suo aspetto da gorilla, il gigante si muoveva come un gatto di montagna, senza fare rumore, con una velocità sorprendente.
“Controllalo, ordinò la ragazza, e Ybor sapeva che quegli occhi gialli non lo avrebbero lasciato.
Sprofondò in una sedia, una vecchia sedia con un rozzo schienale di legno, e guardò la ragazza mentre si affaccendava all’enorme piano di cottura. Quella cucina avrebbe potuto ospitare una ventina di braccianti, e quell’enorme stufa a più fuochi avrebbe potuto preparare pasti caldi per tutti.
“Faremmo meglio a mangiare,” disse la ragazza. “Se non stai mentendo, avrai bisogno di metterti in forze. Se invece stai mentendo, potrai sopportare la tortura finché non ci dirai la verità.”
“Stai commettendo un errore,” iniziò Ybor con veemenza, ma si fermò quando il suo guardiano fece un gesto minaccioso. Tuttavia fra di loro era sorto una specie di cameratismo. Lui era un maschio, non troppo lontano dalla giovinezza, con luminosi occhi scuri ed era stato assemblato con un occhio all’efficienza, e lei era una femmina, nel fiore degli anni. La routine domestica di preparare un pasto e di condividerlo aveva allentato la tensione fra di loro. Lei di tanto in tanto gli fece un fuggevole sorriso mentre lui divorava il pasto.
“Sei una brava cuoca,” le disse, quando ebbero finito.
Il cameratismo svanì. Lo fissò con severità. “Adesso,” disse seccamente, “la prova.”
Ybor ebbe un fremito di rabbia. “Credi che io porti con me i documenti che mi identificano come un agente di Seilla? ‘A chi di competenza, il latore della presente è un importante membro delle istituzioni di Seilla. Qualunque aiuto possiate dargli sarà apprezzato.’Ho documenti che attestano che sono un giornalista di Eeras. Gli uffici del giornale e l’intero edificio sono stati distrutti a quest’ora, e non c’è modo di verificare.”
Lei ci pensò un attimo. “Voglio darti una possibilità,” disse. “Se tu sei un agente di alto livello di Seilla, uno dei tuoi uomini a Nilreq potrà identificarti. Nominane uno e te lo porteremo qui.”
“Nessuno di loro mi conosce di vista. La mia faccia è stata alterata prima che venissi in missione, così che nessuno potesse tradirmi, nemmeno accidentalmente.”
“Tu sai tutte le risposte, vero?” ironizzò la ragazza. “Bene, ti porteremo in cantina e ti tireremo fuori la verità. E non morirai finché non ci riusciamo. Ti terremo in vita, in un modo o nell’altro.”
“Un momento,” disse Ybor. “C’è un uomo che può riconoscermi. Potrebbe non essere arrivato. Solraq.”
“È arrivato ieri,” lo informò la ragazza. “Molto bene. Se ti identifica, sarà sufficiente. Sleyg,” disse alla mastodontica guardia, “vai a prendere Solraq.”
Dal fondo della gola di Sleyg uscì un cupo brontolio e lei fece un gesto di impazienza. “So aver cura di me stessa. Vai!” infilò un mano nella camicetta, tirò fuori la pistola dalla fondina e la puntò dall’altra parte del tavolo verso Ybor. “Tu starai seduto tranquillo.”
Sleyg uscì. Ybor sentì partire una macchina e il rumore del motore svanì rapidamente.
“Posso fumare?” chiese Ybor. “Certamente.” Con la mano libera gli lanciò un pacchetto di sigarette attraverso il tavolo. Lui ne accese una, facendo attenzione a tenere le mani in vista, gliela passò e poi ne accese una per lui. “Così tu sei Ylas,” disse, tentando di fare conversazione.
Lei non si diede pena di rispondergli. “Hai fatto un buon lavoro,” continuò. “Proprio sotto il loro naso. Devi aver passato dei brutti momenti.”
Lei gli sorrise con indulgenza, “Non fare il furbo, amico. Nella vaga speranza che tu possa fuggire. Non ti darò informazioni da usare un domani.” “Non ci sarà nessun domani se non esco di qui. Per te o chiunque altro.”
“Ora sei melodrammatico. Ci sarà sempre un domani, finché esisterà il tempo.”
“Il tempo esiste solo nella coscienza,” disse Ybor. “Non ci sarà nessun tempo, a meno che ne siano consci la polvere e le rocce.”
“È un quadro di distruzione totale quello che dipingi.”
“Sarà una distruzione totale. E tu la stai avvicinando sempre di più ad ogni istante. Stai assottigliando il margine di tempo in cui può essere scongiurata.”
Lei sogghignò. “Non sono una cattivona?”
“Anche se tu mi lasciassi andare in questo momento...” esordì lui.
“Cosa che non farò.”
“… la catastrofe non potrebbe essere evitata. Le nostre menti non possono a concepire l’inimmaginabile violenza che potrebbe benissimo distruggere ogni forma di vita animata. È una situazione assurda,” rifletté, “solamente a pensarci. Immagina dei viaggiatori spaziali del futuro che avvistano questo pianeta privo di vita, ricoperto di giungle. Non avrebbe nemmeno un nome. Oh, scoprirebbero il nome. Non tutte le tracce di civiltà sarebbero completamente distrutte. Frugherebbero tra le rovine cadenti e troverebbero brandelli di storia. Quindi ritornerebbero sul loro pianeta con il mistero di Cathor. Perché da Cathor è sparita ogni forma di vita? Troverebbero abbastanza scheletri per ricostruire le nostre dimensioni e la nostra forma e decifrerebbero i documenti ritrovati. Ma non scoprirebbero da nessuna parte alcun indizio che spieghi la causa della distruzione della nostra civiltà. Da nessuna parte troverebbero il nome di Ylas, la causa.”
Lei si limitò a sorridere.
“Ecco com’è seria la situazione,” concluse Ybor. “Non un uccello nel cielo, non un maiale nel porcile. Forse nemmeno insetti. Mi chiedo,” proseguì pensieroso, “se simili esplosioni distrussero la vita in altri pianeti del nostro sistema. Lara, per esempio. Una volta c’era vita. Forse la sua civiltà raggiunse il culmine e terminò in una guerra che coinvolse ogni singola persona di una delle fazioni? Forse una fazione, per disperazione, tentò di usare un esplosivo disponibile per entrambe ma incontrollabile e così distrusse il mondo?”
“Sss,” ordinò la ragazza. Restò immobile, in ascolto.
Allora, sentì anche lui il ritmico trapestio di passi. Lanciò un’occhiata attraverso la finestra verso il bosco. “Ynamre,” disse.
Un sergente guidava la marcia di otto soldati attraverso il campo, verso la casa. Ybor si voltò verso la ragazza.
“Devi nascondermi, svelta!”
Lei lo fissò freddamente. “Non ho posto.”
“Devi averlo. Devi prenderti cura dei rifugiati. Dove si trova?”
“Forse mi hai catturata.” disse con rabbia, “ma da me non saprai niente. La lotta clandestina continuerà.”
“Tu piccola pazza! Sono dalla tua parte.”
“È quello che dici. Non ne ho la prova.”
Ybor non perse altro tempo. La squadra era quasi arrivata alla porta. Balzò verso il muro e vi si accucciò contro. Si sfilò la giacca a metà, fece cadere i suoi neri capelli fin sopra gli occhi, lasciò andare la mandibola in modo che la faccia assumesse l’espressione vacua e deforme di un idiota. Iniziò a giocherellare con le dita e a farfugliare.
I colpi di un calcio di fucile fecero andare la ragazza alla porta. Ybor non alzò lo sguardo. Continuò a intrecciare le dita e a farfugliare.
“Hai sentito qualcosa la scorsa notte?” chiese il sergente.
“Qualcosa?” gli fece eco lei. “Alcuni aeroplani e delle fucilate.”
“Ti sei alzata? Hai guardato fuori?”
“Ero spaventata,” gli rispose con fare sottomesso.
Il sergente sputò con disprezzo. Ci fu un breve silenzio, disturbato soltanto dal farfugliare di Ybor.
“Chi è quello?” chiese di botto. Marciò attraverso la stanza, sollevò la testa di Ybor afferrandolo per i capelli. Ybor gli fece una risatina folle e bavosa. Lo sguardo del sergente era sprezzante. “Uno scemo!” ringhiò. Tolse via la mano. “Perché non lo uccidi?” chiese alla ragazza. “Tutto cibo in più per te. Però!” disse, come se l’avesse vista per la prima volta, “non male, non male. Una di queste notti, biscottino, verrò a trovarti.”
Ybor non si mosse finché non furono più a portata d’orecchio. Allora si mise in piedi e guardò Ylas tristemente. “Avrei potuto essere a Nirleq a quest’ora. Devi portarmi via. Hanno scoperto quell’accampamento di artiglieria e staranno in guardia.”
Lei aveva di nuovo impugnato la pistola. Lo fece andare verso la sedia. “Vogliamo sederci?” “Dopo quello che è successo? Sei ancora sospettosa? Sei pazza.”
“Ah? Non credo. Poteva essere parte del trucco, per sopire i miei sospetti. Siediti!” Lui si sedette. Ne aveva abbastanza di chiacchiere. Pensò alla visita dei soldati. Quel sergente probabilmente non l’avrebbe riconosciuto se si fossero incontrati. Tuttavia, era una cosa da tenere a mente. Un’altra faccia da ricordare, da scansare.
Se solo quel grosso gorilla fosse di ritorno con Solraq.
Le sue orecchie, neanche a farla apposta, percepirono il suono di un motore che si avvicinava. Constatò con compiacimento di averlo sentito un buon secondo prima di Ylas. I suoi riflessi non erano così veloci, dopo tutto.
Era Sleyg, e Sleig da solo. Entrò in casa con i suoi passi felpati da gatto. “Solraq,” riferì, “è morto. Ucciso ieri notte.”
Ylas sorrise, ma era un sorriso letale.
“Molto comodo,” disse, “per te. Non sembra strano perfino a te? Signor ufficiale dei servizi di Sixa, che di tutti gli agenti di Seilla scegli proprio uno che è morto? Penso che questa storia sia durata abbastanza. In cantina con lui, Sleyg. Stavolta sapremo la verità. Anche,” aggiunse a Ybor, “a costo di ucciderti.”
La sedia era simile ad una camicia di forza, con una serie di morse e cinghie che lo tenevano completamente immobile. Non poteva muovere nient’altro che gli occhi.
Ylas lo controllò. Annuì con soddisfazione. “Vai ad arroventare i ferri,” ordinò a Sleyg. “Per prima cosa,” spiegò a Ybor, “ti bruceremo completamente le orecchie, un pezzo alla volta. Se questo non dovesse convincerti, allora faremo sul serio.”
“Ora ti dirò la verità,” le disse Ybor.
Lei gli rise in faccia. “Nessuna meraviglia che il nemico stia bussando alle vostre porte. Siete stati cacciati via da Aissu al sud e da Ytal al nord. Adesso venite a casa nostra perché siete dei codardi.”
“Sono convinto che tu sia Ylas.” Continuò Ybor con calma. “E sebbene i miei ordini siano che nessuno debba sapere della mia missione, credo di potertene parlare. Devo. Non ho scelta. Allora, ascolta. Sono stato mandato a Ynmare per...”
Lei lo interruppe con un gesto rabbioso. “La verità!”
“Vuoi sentirla o no?”
“Non voglio ascoltare un’altra favoletta.”
“Dovrai ascoltarmi, che ti piaccio o no. E tieni a bada il tuo gorilla, finché non ho finito. Altrimenti avrai la fine della razza umana sulla tua coscienza.”
Lei storse la bocca. “Vai avanti.”
“Hai sentito parlare di U-235 ? È un isotopo dell’uranio.”
“E chi non ne ha sentito parlare?”
“Molto bene. Sto parlando di fatti, non di teoria. L’U-235 è stato isolato in quantità abbondantemente sufficienti per le ricerche preliminari sull’energia atomica e simili. Lo hanno ricavato dai giacimenti di uranio grazie a nuovi metodi di separazione dell’isotopo radioattivo: ora loro ne hanno quantità misurabili in chili. Quando dico ‘loro’ mi riferisco agli scienziati di Seilla. Ma non hanno messo insieme l’intero ammontare, o la maggior parte di esso. Perché non sono affatto sicuri che, una volta attivato, si fermi prima che si sia consumato tutto – in qualcosa come un microsecondo.”
Sleyg entrò nella cantina. In una mano teneva una forgia portatile, nell’altra un fascio di verghe metalliche. Ylas gli fece cenno di posarle in un angolo. “Vai su e stai di guardia,” gli ordinò. “Ti chiamerò.”
Una certa esultanza si fece strada in Ybor. Aveva ottenuto una concessione. “Ora l’esplosione di mezzo chilo di U-235,” riprese, “non sarebbe di una violenza insostenibile, sebbene rilasci un’energia pari a cinquanta milioni di chili di TNT. Fatto esplodere su di un’isola, potrebbe devastare l’intera isola, sradicare gli alberi, uccidere ogni forma di vita animale, ma perfino quelle cinquantamila tonnellate di TNT non danneggerebbero seriamente il volume di materia veramente inimmaginabile che perfino una piccola isola rappresenta.”
“Presumo,” lo interruppe la ragazza, “che stai per fare un’importante rivelazione. Non mi starai dando soltanto una lezione sugli esplosivi ad alto potenziale?”
“Aspetta. Il guaio è, che temono che una tale esplosione di energia sarebbe così incomparabilmente violenta, una sua pur minima concentrazione di insopportabile energia così potente, che la materia circostante verrebbe annientata. Se tu potessi immaginare di concentrare mezzo milione dei più violenti fulmini che si siano mai visti, comprimendo tutta la loro furia in uno spazio inferiore a mezzo pacchetto di sigarette, potresti farti un’idea della concentrata essenza di iperviolenza che una tale esplosione rappresenterebbe. Non è semplicemente la quantità di energia, ma la sua paurosa concentrazione di intensità in un minuscolo volume.
“La materia circostante, normalmente incapace di sostenere un’esplosione atomica autosufficiente 2, sotto la spinta del U-235 potrebbe essere iperstimolata fino a scatenare un’esplosione atomica e rilasciare, nelle immediate vicinanze, anche la sua energia. Cioè, l’esplosione non coinvolgerebbe soltanto il mezzo chilo di U-235, ma anche le cinquanta o cinquemila tonnellate di altra materia. L’estensione di una tale esplosione è pura congettura.”
“Arriva al punto,” lo apostrofò con impazienza.
“Aspetta. Lascia che ti faccia il quadro principale. Una tale esplosione sarebbe devastante. Eliminerebbe dal pianeta un’isola o un grosso pezzo di continente. Scuoterebbe Cathor da un polo all’altro, causerebbe terremoti abbastanza violenti da provocare seri danni all’altra faccia del pianeta e distruggerebbe completamente ogni cosa ad almeno mille miglia dal sito dell’esplosione. E voglio dire ogni cosa.
“Così, non hanno fatto esperimenti. Potrebbero finire la guerra da un giorno all’altro con bombe all’U-235. Potrebbero porre fine a questo ciclo di civiltà con un paio di bombe controllate. E non sanno cosa otterrebbero se le costruissero. Finora, non hanno escogitato nessun modo per controllare l’esplosione di U-235.”
“Se stai cercando di tirarla per le lunghe,” disse Ylas, “per quel che mi riguarda, non ti porterà nessun vantaggio. Se ci saranno visitatori, ti ucciderò dove siedi.”
“Tirarla per le lunghe?” gridò Ybor. “Sto facendo del mio meglio per accelerare le cose. Ancora non ho finito. Per favore non interrompermi. Voglio darti il resto del quadro. Come tu hai osservato, gli eserciti di Sixa vengono respinti da dove sono partiti: Ynmare. Sono partiti per conquistare il mondo, e c’erano quasi riusciti. Ma ora stanno per perdere. Noi, i Seilla, non oseremmo dare il via ad una bomba atomica sperimentale. Questa guerra, per noi, è una fase, per i Sixa è il loro futuro. Così i Sixa sono disperati, e il dottor Sitruc ha costruito una bomba con dentro non uno, ma otto chili di U-235. Potrebbe aver finito in qualsiasi momento. Devo trovarlo e distruggere quella bomba. Se verrà usata, perderemo in ogni modo. Perderemo la guerra, se l’esperimento avrà successo, se no, perderemo il mondo. Tu, e soltanto tu, ti frapponi tra l’estinzione della razza umana e la sua continuazione.”
Lei sembrò sobbalzare. “Stai mentendo! Distruggerla, dici. Come? Portarla in un’area deserta e farla esplodere? In un deserto? In alta montagna? Tu non oseresti nemmeno buttarla nell’oceano, per paura che possa esplodere. Una volta che ce l’hai, sarebbe come tenere dieci milioni di tigri per la coda – non oseresti liberartene.”
“Posso distruggerla, i nostri scienziati mi hanno detto come.”
“Per il momento mettiamo da parte questa questione,” gli disse. “Hai diversi punti da chiarire. Prima di tutto, sembra strano che tu ne abbia sentito parlare e noi no. Siamo molto più vicini ai laboratori di te, che sei a tremila miglia di acqua.”
“Sworb,” disse Ybor, “è un brav’uomo, anche se non può mangiare caramelle. Ne ha portato indietro un disegno. Ascolta, Ylas, il tempo è prezioso! Se il dottor Sitruc completa quella bomba prima che lo trovi, l’ordigno può essere preso in qualunque momento e sganciato vicino al nostro quartier generale. E anche se non provocasse l’esplosione che ho descritto – anche se è quasi certo che lo farebbe – cancellerebbe esercito ed armamenti del sud e perderemmo in ventiquattr’ore.”
“Altri due punti hanno bisogno di una spiegazione,” riprese la ragazza con calma. “Perché nel mio campo di grano? Ce n’erano altri da poter scegliere.”
“È stato un puro caso.” “Forse. Ma questa serie di coincidenze non è lunga in modo sospetto quando si considera la morte di Solraq?”
“Non ne so niente. Non sapevo che fosse morto.”
Lei rimase in silenzio. Prese a camminare nervosamente su e giù per la cantina, con la fronte corrucciata e fumando nervosamente. Ybor sedeva calmo. Era tutto quello che poteva fare, perfino le sue dita erano ferme.
“Sono quasi incline a crederti,” disse finalmente, “ma considera la mia posizione. Qui abbiamo una organizzazione potente. Abbiamo rischiato le nostre vite, e molti di noi sono morti per costruirla. So come siamo odiati e temuti dalle autorità. Se sei un agente di Sixa, e conclusi che lo eri dal modo in cui in cui parlavi, tu le avresti provate tutte, perfino inventarti un complotto elaborato come potrebbe essere questo, per scoprire i nostri metodi e i nostri membri. Non posso rischiar tutta quella fatica e la vita su niente altro che la tua parola.”
“Considera tu la mia posizione,” continuò Ybor. “Avrei potuto tentare la fuga, sia nel bosco che qui, dopo che Sleyg ci ha lasciati. Ma non ho osato correre il rischio. Vedi, è questione di tempo. C’è un preciso, anche se sconosciuto, limite temporale. Il dottor Sitruc potrebbe completare quella bomba in ogni momento e infilarci dentro il detonatore. Dopodiché, la bomba potrebbe essere presa e fatta esplodere. Se io avessi tentato la fuga e tu mi avessi sparato – e sono sicuro di sì – ci sarebbero volute settimane per rimpiazzarmi. E noi potremmo avere solo ore per fare il nostro lavoro.”
Lei non era più calma e distaccata. I suoi occhi avevano uno sguardo tormentato e le sue mani erano serrate come se stesse spremendo le parole dal cuore. “Non posso permettermi di correre il rischio.”
“Non puoi permetterti di non farlo,” disse Ybor.
Improvvisamente sentirono il calpestio di passi sulle loro teste. Ylas si irrigidì, lanciò a Ybor uno sguardo penetrante di sospetto e congetture e uscì dalla cantina. Lui accennò un sorriso: non gli aveva sparato, come aveva minacciato.
Sedeva immobile, ma ogni singolo nervo era teso, vibrante e in allarme. Cosa stava succedendo? Chi era arrivato? Cosa poteva significare per lui? A chi appartenevano quelle voci al piano di sopra? Di chi erano quei passi pesanti? Lo avrebbe saputo presto, perché i passi si dirigevano alla porta della cantina e Ylas precedeva il sergente che era arrivato prima.
“Ho ricevuto ordini di ispezionare ogni posto nelle vicinanze,” diceva il sergente, “così stai zitta.”
I suoi occhi si spalancarono quando caddero su Ybor. “Bene, bene!” esclamò. “Se non è quello scemo. Dico, ti sei ripreso bene!”
Ybor trattenne il respiro quando gli balenò in mente un’idea.
“Sono stato drogato,” disse Ybor, cogliendo al volo l’opportunità di fuggire. “Ora è passata.”
Ylas si accigliò, cercando, si rese conto, di cogliere il significato delle sue parole. Proseguì, dandole l’imbeccata: “Il servo di questa ragazza, quel grosso babbeo al piano di sopra...”
“È fuggito,” disse il sergente. “Lo prenderemo.”
“Capisco. Mi ha assalito la notte scorsa nel campo di grano lì fuori, mi ha portato qui e mi ha drogato.”
“Cosa stavi facendo nel campo di grano?”
“Stavo andando a trovare il dottor Sitruc. Ho informazioni di vitale importanza per lui.”
Il sergente si voltò verso Ylas. “E tu che ne dici, ragazza?”
Lei alzò la spalle. “Uno straniero nel mezzo della notte, cosa avreste fatto?”
“Allora perché non hai detto niente, quando sono venuto qui poco fa?”
“Se saltava fuori che era una spia, volevo il merito per averlo catturato.”
“Voi civili,” fece il sergente disgustato. “Bene, forse questo è il tipo che stavamo cercando. Perché hai ammazzato quella squadra di artiglieri?” ringhiò ad Ybor.
Ybor sbatté gli occhi. “Come facevate a saperlo? Li ho uccisi perché erano nemici.”
Il sergente allungò la mano verso la pistola. La sua faccia divenne furiosa. “E così… tu sporca spia.”
“Un momento!” gridò Ybor. “Quale squadra di artiglieri? Si riferisce all’avamposto di Seilla, in Aissu”
“Voglio dire la nostra squadra di artiglieri, brutto verme, nei boschi qui intorno.”
Ybor sbatté di nuovo gli occhi. “Non so niente di una squadra di artiglieri lì fuori. Ascolta, devi portarmi dal dottor Sitruc immediatamente. Ecco l’antefatto. Sono stato nel territorio di Seilla e ho scoperto qualcosa che il dottor Sitruc deve sapere. Il risultato della guerra dipende da questo. Portami da lui immediatamente, o sarai punito per questo.”
Il sergente ci pensò su. “C’è qualcosa di strano qui,” disse. “Perché l’hai legato come un salame?”
“Per interrogarlo,” rispose Ylas.
Ybor capì che lei aveva deciso di stare al suo gioco, ma non era convinta. La verità era, come aveva osservato lui, che non poteva fare altrimenti. Il sergente cadde in uno stato cogitabondo che rasentava la catalessi. Improvvisamente scosse la sua grossa testa. “Non riesco venirne a capo,” disse con aria perplessa. “Ogni volta che ci sono vicino, faccio un buco nell’acqua… che sto dicendo?” Divenne deciso, minaccioso, “Come ti chiami, tu?” sputò addosso a Ybor.
Ybor non riuscì a ritrarsi. Inarcò le sopracciglia con disappunto. “I miei documenti diranno che sono Yenraq Ekor, un giornalista. Non farti prendere in giro. Dirò il mio vero nome al dottor Sitruc. Lo conosce bene. Stai perdendo tempo, amico!” esclamò. “Portami immediatamente da lui. Sei peggio di questa stupida femmina!”
Il sergente si rivolse ad Ylas. “Ti ha detto perché voleva veder il dottor Sitruc?”
Lei fece di nuovo spallucce, ma con uno sguardo indagatore verso Ybor, “Mi ha solo detto che doveva.”
“Allora, dimmi,” domandò il sergente a Ybor, “perché vuoi vederlo?”
Ybor decise di giocare d’azzardo. Questo sciocco poteva tenerlo lì tutto il giorno con quell’inutile interrogatorio. Gli raccontò la storia della bomba, più o meno come l’aveva raccontata a Ylas. Osservò la faccia del sergente e vide che le sue osservazioni risultavano del tutto incomprensibili. Buon Dio! Il soldato, come tanta altra gente, non sapeva niente dell’U-235.
Ybor entrò nella fase immaginifica e incomprensibile del suo linguaggio, “E così, se è incontrollata,” disse, “potrebbe distruggere il pianeta, ridurlo in polvere all’istante. Ma quello che ho imparato è stato un metodo di controllo, e quelli di Seilla hanno quasi completato una bomba. La useranno per distruggere Ynamre. Ma se potremo usarla per primi, saremo noi a distruggere loro. Capisci, è uno scudo per neutroni quello che ho scoperto mentre ero una spia negli accampamenti di Seilla. È in grado di impedire ai neutroni, rilasciati dall’esplosione, di sfrecciare a razzo da ogni parte e polverizzare le montagne. Lo sapevi che un solo neutrone libero può spaccare questo pianeta in due? Questo scudo li confinerà entro un’area delimitata, e vinceremo la guerra. Pertanto sbrigati! Il tempo a nostra disposizione può essere misurato in minuti.”
Il sergente si bevve tutto. Non osava dubitare perché il quadro di distruzione che Ybor dipingeva era su una scala così vasta che ci sarebbero volute sedici generazioni di uomini come il sergente per capirci qualcosa.
Il sergente prese la sua decisione.
“Ehi!” gridò verso la porta della cantina e tre soldati entrarono. “Portatelo fuori. Lo porteremo dal capitano. Portate pure la ragazza. Forse il capitano vorrà farle delle domande.”
“Ma io non ho fatto niente,” protestò Ylas.
“Allora non hai niente da temere, bellezza. Se ti lasciano andare, mi prenderò personalmente cura di te.”
Il sergente le lanciò un’occhiata lasciva.
Tanto vale essere fatalisti, pensò Ybor mentre aspettava nell’anticamera del dottor Sitruc. Molto probabilmente lì dentro lo attendeva una morte certa, ma anche così, il gioco valeva la candela. Se doveva essere una pedina in un gioco più grande, il gioco più grande, in effetti, così sia.
Fino ad ora, aveva avuto successo. E gli venne in mente, mentre teneva d’occhio le sue due guardie, che il successo finale avrebbe avuto come esito la sua morte. Non poteva sperare di distruggere la bomba e uscire vivo da quella fortezza. Quelle uscite sorvegliate volevano dire morte, se mai fosse riuscito ad allontanarsi da quel laboratorio abbastanza da raggiungerne una.
Non si era mai veramente aspettato di uscirne vivo, rifletté. Era una missione suicida fin dall’inizio. Questa consapevolezza, ora lo sapeva, aveva reso plausibile la sua altrimenti esile storia. Il capitano, proprio come il sergente, non aveva osato mettere un dubbio il suo racconto. Aveva impartito verosimiglianza al suo racconto di distruzione a causa della sua profonda e ardente determinazione ad impedirla.
Non che avesse parlato a vanvera di scudi per i neutroni al capitano. Il capitano era intelligente, paragonato al suo sergente. E così Ybor aveva parlato praticamente di controllo del calore ed era stato abbastanza convincente da essere portato qui dalle guardie, che diventavano sempre più timorose ad ogni giro delle ruote del camion.
Apparentemente, la storia della bomba era conosciuta qui ai laboratori sperimentali governativi; perché tutte le guardie avevano uno sguardo preoccupato, come se sapessero che non avrebbero mai sentito l’esplosione se qualcosa andava storto. Tanto meglio, allora. Se poteva avvantaggiarsi di quel fatto, in qualche modo, forse… forse…
Si scrollò di dosso quell’idea.
L’attenzione delle guardie si ridestò quando la porta interna si aprì e un uomo fissò Ybor.
“Così lei è il risultato finale,” disse seccamente a Ybor. “Entri.”
Ybor lo seguì nel laboratorio. Il dottor Sitruc lo indirizzò ad una scomoda sedia con di legno, usando come indicatore la pistola che era improvvisamente nella sua mano. Ybor sedette e fissò l’altro con fermezza.
“Cosa intende con risultato finale?” chiese.
“Non è piuttosto ovvio?” chiese amabilmente il dottore.
“Quegli aeroplani che sono passati la scorsa notte erano vuoti: erano troppo veloci, diversamente. Ho pensato tutto il giorno al loro scopo. Ora capisco. Hanno sganciato lei.”
“Ho sentito qualcosa a proposito di aeroplani,” disse Ybor, “ma non li ho visti”
Il dottor Sitruc inarcò educatamente le sopracciglia. “Temo di non crederle. La mia interpretazione degli eventi è questa: quegli aeroplani di Seilla avevano un obbiettivo, far atterrare qui un agente incaricato di distruggere la bomba all’uranio. So da un po’ di tempo che il comando di Seilla è a conoscenza della sua esistenza, e mi chiedevo quali passi avrebbero fatto per distruggerla.”
Ybor non vide l’utilità di restare sulla difensiva.
“Stanno costruendo la loro bomba,”disse. “Ma loro hanno un sistema di controllo. Sono qui per parlargliene, così che lei possa usarlo sulla nostra bomba. Abbiamo il tempo.”
Il dottor Sitruc disse: “Ho ascoltato il rapporto su di lei, questa mattina. Lei ha fatto delle dichiarazioni folli e insensate. La mia opinione personale è che lei sia un profano, con solo una scarsa conoscenza dell’argomento su cui è stato così disinvolto. Ho deciso di scoprirlo – prima di ucciderla. Oh, sì,” disse, sorridendo, “lei morirà in ogni caso. Nella mia attuale posizione, il sapere è potere. Se scoprirò che lei possiede realmente un sapere che io non ho, ho deciso che io sia l’unico ad averlo. Capisce quello che intendo?”
“Lei è come un dio qui. È abbastanza chiaro dall’atteggiamento delle guardie.”
“Esattamente. Io ho il controllo della più più grande forza esplosiva delle storia mondiale e i miei capricci sono obbediti come ordini perentori. Se decido, posso dare ordini al comando supremo. Non hanno scelta se non ubbidirmi. Adesso, lei – il suo nome non ha importanza, è falso, senza dubbio – mi dica quello che sa.”
“Perché dovrei? Se morirò comunque, propenderei per mandarla al diavolo. So qualcosa che lei non sa e lei non ha tempo per ottenerlo da nessun altro se non da me. Nel frattempo che una delle vostre spie riesca ad arrivare abbastanza in alto da imparare quello che ho imparato io, Sixa sarebbe sconfitta. Ma non vedo alcuna ragione per regalarle questa informazione. Gliela venderò. In cambio della mia vita.”
Ybor guardò in giro per il piccolo, scintillante laboratorio mentre parlava, e la vide. Non era particolarmente grande, le sue dimensioni non giustificavano la fitta di terrore che gli trapassò il cuore. Era il fatto che la bomba fosse finita. Era sospesa in una culla anti-shock. Nemmeno un bombardamento aereo avrebbe potuto smuoverla. Poteva esplodere quando e dove sceglieva il dottore.
“Diventi pure bianco come un lenzuolo,” ridacchiò il dottor Sitruc. “Eccola, l’arma più distruttiva che il mondo abbia mai conosciuto.”
Ybor deglutì convulsamente. Sì, eccola. Letteralmente il mezzo per raggiungere il fine – la fine del mondo. Pensò ironicamente che quei bigotti che ancora sostenevano che questa guerra si sarebbe miracolosamente conclusa per intervento divino, non sarebbero mai vissuti abbastanza per definire la bomba un miracolo. Che colpo alla loro religiosità avrebbe dato quell’esplosione se solo avessero potuto sopravviverle.
“Sono sbiancato,” rispose al dottor Sitruc, “perché la vedo come una forza cieca, incontrollata. La vedo come la fine di un ciclo, quando ogni forma di vita muore. Ci vorranno millenni prima che un’altra civiltà possa raggiungere il nostro livello attuale.”
“È vero che è coinvolto anche un elemento di casualità. Se la bomba distrugge la materia circostante per un considerevole raggio, è assolutamente possibile che ogni forma di vita animata venga distrutta in un batter d’occhio. Comunque, se non distruggerà la materia circostante, avremo vinto la guerra. Io soltanto – e adesso lei – ne sono a conoscenza. L’alto comando vede solo la vittoria in quell’arma. Ma basta chiacchiere. Lei vorrebbe barattare la sua vita con le informazioni su come controllare l’esplosione. Se mi convincerà di avere questa conoscenza, la lascerò andare. Cosa c’è?”
“Questo ci mette in un circolo vizioso,” obbiettò Ybor, “non parlerò finché non sarò libero, e non sarò libero finché non parlerò.”
Il dottor Sitruc strinse le labbra. “Vero,” disse. “Bene, allora, che ne dice di questo? Darò alla guardie lì fuori un biglietto, ordinandogli che a lei sia consentito di andare via indisturbato quando uscirà dalla porta del laboratorio.”
“E cosa le impedirà di uccidermi qui dentro una volta che avrò parlato?”
“Le do la mia parola.”
“Non è abbastanza.”
“Quale altra scelta ha?”
Ybor ci pensò su e ammise che aveva ragione. Ad un certo punto, lui o il dottor Sitruc avrebbero dovuto fidarsi l’uno dell’altro. Dal momento che questo era il regno del dottore, e dal momento che teneva Ybor prigioniero, era facile capire chi avrebbe dovuto fidarsi dell’altro. Bene, questo gli avrebbe dato un attimo di respiro. Il tempo era quello di cui aveva bisogno adesso.
“Scriva il biglietto,” disse.
Il dottor Sitruc andò alla scrivania e iniziò a scrivere. Lanciò ad Ybor occhiate che escludevano la possibilità di attaccarlo con successo. Perfino il balzo più fulmineo sarebbe stato fatale, perché il dottore era abbastanza lontano da avere il tempo di alzare la sua pistola e fare fuoco. Aspettò.
Il dottor Sitruc chiamò una guardia, gli diede il biglietto e ordinò che a Ybor fosse permesso di leggerlo. Ybor lo lesse e annuì. La guardia uscì.
“Ora,” esordì il dottor Sitruc, ma si interruppe per rispondere al telefono. Ascoltò, annuì, lanciò uno sguardo tagliente a Ybor e riattaccò. “Le interesserebbe sapere,” chiese, “che la ragazza che l’ha catturata è stata sottratta alle guardie da quelli dell’organizzazione clandestina?”
“Non particolarmente,” disse Ybor. “Eccetto che… sì,” esclamò, “mi interessa. Prova la mia sincerità. Lei sa come è diffusa la rete clandestina, come è potente. È chiaro quello che è successo; sapevano che sarei venuto, conoscevano il mio itinerario e mi hanno catturato. Stavano per torturarmi nella loro cantina. Ho detto la verità a quel sergente. Ora cercheranno di rubare la bomba. Se ci riuscissero, potrebbero dettare le loro condizioni.”
L’affermazione suonava un tantino illogica, forse, ma Ybor mise nella voce tutta la sincerità che poteva. Il dottor Sitruc sembrava pensieroso.
“Che ci provino pure. Adesso, torniamo a noi.”
L’intricata ragnatela di bugie che aveva intessuto, adesso aveva catturato lui. Non conosceva nessun metodo per controllare la bomba. Il dottor Situc ne era inconsapevole e non avrebbe sparato finché lo era. Ybor adesso doveva temporeggiare e cercare un’opportunità per fare quello che doveva. Aveva ottenuto un punto a suo favore: se fosse uscito da quella porta, sarebbe stato libero. Allora, doveva uscire da quella porta, se voleva essere libero – con la bomba. E la pistola era nella mano del dottor Sitruc.
“Vediamo come avviene la reazione,” Iniziò Ybor.
“Il metodo di controllo!” ringhiò il dottor Sitruc.
Il volto di Ybor si indurì. “Non usi le maniere forti. La mia vita dipende da questo. Devo convincerla che so di cosa sto parlando e posso farlo descrivendo il metodo dal principio. Se mi interrompe, allora tanto peggio per lei.”
La strana faccia del dottor Sitruc divenne paonazza per la rabbia. Dopo un attimo si placò e annuì. “Vada avanti.”
“L’ossigeno e l’idrogeno non bruciano – altrimenti, il primo fuoco avrebbe devastato l’atmosfera di questo pianeta con una stupenda esplosione. L’ossigeno e l’idrogeno bruciano se riscaldati fino a circa tremila gradi centigradi e durante questo processo liberano energia. Ma non liberano energia sufficiente a mantenere quella temperatura – così si raffreddano rapidamente e il fuoco si spegne. Se quella temperatura viene mantenuta artificialmente – beh, il processo per ottenere ossido nitrico le è familiare.”
“Indubbiamente,” rispose acido il dottor Sitruc.
“Molto bene. Ora, l’ U-235 può innalzare la temperatura della materia circostante fin a dove, uh, ‘brucia’ e libera energia. Pertanto ipotizziamo di far esplodere appena un pizzico di U-235. Anche la materia circostante esplode, dal momento che viene portata ad una temperatura inimmaginabile. Si raffredda rapidamente: in circa un cento milionesimo di secondo arriva sotto il punto di accensione. Poi, trascorso circa un intero milionesimo di secondo, arriva ad una temperatura di un milione di gradi e può passare quasi un minuto prima che sia visibile nel vero e proprio senso. Ora, quella radiazione visibile rappresenterà non più di un cento millesimo della radiazione totale ad un milione di gradi – ma anche così. Sarebbe diverse centinaia di volte più brillante del sole. Giusto?”
Il dottor Sitruc annuì. Ybor pensò che ci fosse quasi un cenno di defferenza nel suo gesto.
“Questo è praticamente il ciclo della temperatura dell’ U-235 più l’esplosione della materia circostante, dottor Sitruc. Sto semplificando al massimo, immagino, ma non è necessario scendere nei dettagli. Ora, la pressione della radiazione è dovuta alla potenza del materiale. La pura forza inerziale 3, la pressione fisica della luce derivante dal materiale ad un milione di gradi, ammonterebbe a tonnellate, tonnellate e tonnellate di pressione. Potrebbe abbattere gli edifici come un vento titanico se non fosse per il fatto che la concentrazione di un’energia così spaventosa volatilizzerebbe gli edifici prima che possano essere abbattuti. Giusto?”
Il dottor Sitruc annuì di nuovo. Quasi sorrise.
“Benissimo,” continuò Ybor. Ora stava entrando nella fase di quel duello dove avrebbe dovuto tirare ad indovinare, e non ci sarebbe stato spazio per ripensamenti. “Ciò di cui abbiamo bisogno è uno smorzatore, qualcosa per mantenere bassa la temperatura della materia circostante. In questo modo, possiamo limitare l’effetto dell’esplosione all’area desiderata e impedire che distrugga la città sul lato opposto di Cathor. Il metodo di applicazione dello smorzatore dipende dall’esatta struttura meccanica della bomba stessa.”
Ybor si alzò agilmente in piedi e attraversò il laboratorio fino alla culla che custodiva la bomba. Non lanciò nemmeno un’occhiata al dottor Sitruc, non osava. Gli sarebbe stato permesso di raggiungere la bomba? Un proiettile non udito e non percepito avrebbe raggiunto il suo cervello prima che facesse un altro passo?
Quando fu a mezza strada, si sentì come se avesse già camminato per centinaia di chilometri. Ogni passo sembrava essere al rallentatore e lungo svariate leghe. E la bomba restava ancora lontana chilometri. Mantenne una faccia tranquilla, combattendo con ogni atomo della sua volontà il desiderio di correre alla sua meta, rubarla e fuggire.
Si fermò davanti alla bomba, la guardò. Annuì pensoso. “Vedo,” disse, ricordando i disegni di Sworb e le accurate spiegazioni che aveva ricevuto. “Due semisfere di ghisa, fissate sopra i segmenti arancioni in lega di cadmio. E il detonatore – vedo che è dentro – una scatoletta di lega di cadmio contenente un granello di radio in un contenitore di berillio e un po’ di esplosivo sufficiente a sfondare le pareti di cadmio. Allora – mi corregga se baglio, le dispiace? - l’ossido di uranio in polvere scorre contemporaneamente nella cavità centrale. Il radio spara neutroni nella massa – e a questo punto subentra l’U-235. Giusto?”
Il dottor Sitruc era arrivato dietro Ybor e si era fermato alle sue spalle. “Ma come sa tanto su questa bomba?” chiese con una sfumatura di sospetto.
Ybor lanciò un sorriso noncurante dietro di lui. “È ovvio, no? Il cadmio blocca i neutroni, ed è economico ed efficace. Così il radio e l’U-235 vengono separati da sottili pareti di cadmio, fragili abbastanza perché l’esplosione di luce li frantumi, ma abbastanza robusti per essere maneggiati con la dovuta cautela.”
Il dottore ridacchiò.
“Bene, sta dicendo la verità.”
Il dottor Sitruc si rilassò e Ybor si mosse. Arrotolò la sua corta coda prensile intorno alla canna della pistola del dottor Sitruc, abbassò l’arma e allo stesso tempo il suo pugno colpì pesantemente il mento dello scienziato. Con la mano libera strappò la pistola dalla mano del dottor Sitruc.
Non diede al dottore la possibilità di riprendersi dal suo pugno. Colpì col calcio della pistola e il dottor Sitruc perse immediatamente i sensi. Ybor socchiuse gli occhi e fissò la figura stesa sul pavimento. Doveva rischiare uno sparo? No, perché le guardie non l’avrebbero lasciato andare, nonostante le istruzioni del dottore, senza ulteriori indagini.
Colpì di nuovo col calcio della pistola. Il dottor Sitruc non avrebbe rappresentato una minaccia per un po’, comunque. E tutto quello di cui Ybor aveva bisogno era un po’ di tempo. Per prima cosa doveva uscire da lì.
Questo significava estrarre il detonatore dalla bomba. Si avvicinò alla culla ed esaminò il detonatore. Provò a svitarlo. Era troppo stretto. Si guardò intorno alla ricerca di una chiave inglese. Non ne vide nessuna. Si fermò quasi in preda al panico. Poteva permettersi di cercare una chiave per rimuovere il detonatore? Se fosse entrato qualcuno, era spacciato. No, doveva uscire finché era in tempo.
E se qualcuno gli avesse sparato e colpito la bomba, allora addio a Cathor e a tutto quello che c’era dentro. Ma non osava aspettare lì. E doveva smetterla di sudare freddo, smetterla di tremare.
Afferrò la culla e si avviò cautamente alla porta. Fuori, nell’anticamera, le guardie che l’avevano portato lì impallidirono. Il sangue andò via dalle loro facce come l’aria da un pallone bucato. Rimasero immobili, eccetto per un lieve tremore delle ginocchia, a guardare Ybor incamminarsi nel corridoio.
Indisturbato, aveva detto il dottor Sitruc. Non era soltanto indisturbato, ma evitato. La notizia sembrava essersi sparsa in tutto l’edificio come un gas velenoso su di una brezza sostenuta. Porte si spalancavano, persone si precipitavano fuori e fuggivano via da Ybor e dal suo carico. Guardie, scienziati, uomini in uniforme, ragazze dalla gambe snelle, ragazzi in calzoni corti – fuggivano tutti.
Dove? Si chiese Ybor col cuore in gola. Non c’era un posto sicuro in tutto il mondo. Correvano a più non posso, il più lontano possibile, ma sarebbero stati raggiunti se lui fosse caduto o la bomba fosse esplosa accidentalmente.
Gli serviva un aereo, ma come procurarsene uno, se tutti fuggivano? Avrebbe potuto camminare fino all’aeroporto, se avesse saputo dov’era. Inoltre, una volta lontano dai laboratori, un qualunque poliziotto, all’oscuro della bomba, poteva fermarlo, confiscare l’ordigno e forse farlo esplodere.
Doveva restare in mano sua.
Il problema fu in parte risolto da qualcun altro. Mentre usciva fuori dall’edificio, per vedere la gente che fuggiva in tutte le direzioni, una grossa sagoma uscì da dietro un pilastro e lo afferrò per le braccia. “Sleyg” Ybor quasi gridò di paura che divenne sollievo.
“Vieni,” disse Sleyg “Ylas ti vuole.”
“Portami ad un aeroplano!” disse Ybor. Pensava di aver parlato a bassa voce, ma gli occhi gialli di Sleig lo fissarono battendo curiosamente le palpebre.
L’omaccione annuì, ripiegando un dito lo invitò a seguirlo e fece strada. Non sembrava curioso della bomba. Ybor lo seguì fino ad una vetturetta parcheggiata lungo il marciapiedi. Vi saltarono dentro, partirono e Sleyg si incanalò nel traffico. Così Ylas lo cercava, eh? Perché? Smise di fare ipotesi per osservare la strada davanti, cullando la bomba nelle sua braccia per proteggerla dalle irregolarità dell’asfalto.
Sentì il rombo di un aeroplano e scrutò ansiosamente il cielo. Proprio quello di cui aveva bisogno a quel punto, un bombardamento aereo e magari un colpo diretto alla macchina. Gli avevano promesso che non sarebbero stati tentati raids finché non fossero stati certi del suo successo o del suo fallimento, ma i pezzi grossi erano una strana razza. Non sapevi mai quale sarebbe stata la prossima mossa, come ad esempio revocare gli ordini dati solo pochi minuti prima. Tuttavia le sirene degli allarmi non partirono, perciò gli aeroplani dovevano essere di Sixa. Ybor ebbe un sospiro di sollievo.
La macchina continuò ad andare e Ybor si interrogò sulla grossa figura silenziosa accanto a lui. Sleig come aveva saputo che sarebbe uscito da quell’edificio? Come aveva saputo che era lì? Il movimento clandestino aveva una linea diretta perfino nell’ufficio del dottor Sitruc?
Queste speculazioni erano inutili, peraltro, e se ne liberò mentre Sleyg usciva dalla città e guidava attraverso campi di granturco. Quelli di Sixa, apparentemente, avrebbero dato da mangiare polenta ai loro eserciti, perché non vide altre coltivazioni. Sleyg uscì dalla strada principale e tagliò in un sentiero dissestato, Ybor abbracciò forte la bomba. “Fai piano,” esclamò.
Sleyg rallentò obbediente e Ybor si stupì di nuovo dell’atteggiamento dell’uomo. Ybor non sembrava essere un prigioniero, tuttavia qui non era completamente al comando. Era una sorte di combinazione delle due cose che lo metteva a disagio.
Arrivarono ad una striscia di terra brulla e pianeggiante dove sostava un aeroplano, con le eliche che giravano pigramente. Sleyg andò in quella direzione. Fermò la macchina e fece cenno a Ybor di uscire. Poi, segnalò a Ybor di entrare nel grosso aeroplano.
“Dammi la tua cassetta degli attrezzi,” disse Ybor e l’omaccione gliela passò.
L’aeroplano aveva le insegne di Sixa, ma Ybor ora non aveva scelta. Se avesse usato la bomba come minaccia, poteva far fare a tutti quello che voleva. Tuttavia provava una sottile preoccupazione.
Proprio prima che salisse sulla rampa d’accesso, dall’aeroplano uscì uno sparo. Ybor si piegò istintivamente, ma fu Sleyg a cadere – con un bel buco tra gli occhi. Ybor si irrigidì e rimase immobile.
“Sleyg era un furbo,” disse. “Pensavamo che fosse uno scimmione ignorante. Stava giocando una partita importane ed era sul punto di concluderla. Ma, quando tu hai fatto il mio nome per la tua identificazione, sapeva che avrebbe dovuto consegnare quel messaggio perché noi potessimo mandarti immediatamente dal dottor Sitruc e aiutarti. Ma Sleyg non era ancora pronto, così disse che ero morto. Poi fece venire i soldati e perquisire la casa, sapendo che saresti stato trovato e arrestato. Finì nei guai quando quel donnaiolo di un sergente decise di prendere anche Ylas. Dovette informare gli altri membri del movimento clandestino perché aveva bisogno che si tenesse ancora un’altra grande riunione prima che potesse ottenere l’ultima dritta.
“Capisci, non aveva mai consegnato un rapporto,” continuò Solraq. “Era controllato e aveva paura di correre il rischio. Quando Ylas ed io ci incontrammo, confrontammo gli appunti, perquisimmo le sue cose e trovammo la prova. Poi organizzammo questo incontro – nel caso tu fossi fuggito. Ylas disse a Sleyg dov’eri e di portarti qui. Non credevo che saresti riuscito a fuggire, ma lei insistette che eri troppo abile per essere catturato. Bene, ci riuscisti, e tanto di guadagnato. Non che avrebbe fatto molta differenza. Se tu avessi fallito, ci saremmo impadroniti della bomba in qualche modo, o l’avremmo fatta esplodere nel laboratorio del dottor Sitruc.”
Ybor non si diede pena di dirgli che non importava dove esplodesse la bomba. Era troppo impegnato ad impedire che esplodesse lì. Alla fine riuscì ad estrarre il detonatore. Fece cenno a Solraq di aprire il vano portabombe. Quando le porte pieghevoli si aprirono, lasciò cadere giù il detonatore.
“Ho tolto i denti,” disse, “e ora svuoterò questa cosa.”
Allentò le morse e separò gli emisferi. Prese uno scalpello dalla borsa degli attrezzi e praticò un foro in ogni scatola di cadmio, una dietro l’altra, facendo scivolare fuori la polvere. Polvere che sarebbe caduta, si sarebbe dispersa e non sarebbe mai stata notata da quelli che ora avrebbero continuato a vivere.
Sarebbero vissuti perché la guerra sarebbe finita prima che i dottor Sitruc potesse costruire un’altra bomba. Ybor alzò occhi che erano umidi.
“Questo è tutto, penso,” disse. “Dove stiamo andando?”
“Ci paracaduteremo fuori e lasceremo precipitare l’aereo nel mare quando saremo in vista della nostra nave lontana circa cinquanta miglia. Poi ci presenteremo per ricevere ordini. Questa missione è compiuta.”
FINE
1 'Discretion is the better part of valor' (La prudenza è la parte migliore del coraggio) proviene dall'opera Enrico IV, parte 1 di William Shakespeare.
2 La traduzione corretta di "self-supporting atomic explosion" in italiano è esplosione atomica autosufficiente (o auto-sostenuta). Si riferisce a una reazione nucleare a catena in cui l'energia rilasciata è sufficiente a mantenere la reazione stessa, rendendo l'esplosione continua fino all'esaurimento del materiale fissile.
3 L'espressione inglese "sheer momentum" si traduce comunemente come "slancio inarrestabile", "pura forza d'inerzia" o "slancio formidabile




