martedì 16 luglio 2024

La voglia - The Birthmark

 

Elogio dell’imperfezione




La voglia (The Birth-Mark) è un racconto breve dello scrittore americano Nathaniel Hawthorne (Salem, 4 luglio 1804 – Plymouth, 19 maggio 1864). Fu pubblicato per la prima volta nell’edizione del marzo 1843 della rivista letteraria The Pioneer e più tardi apparve in Mosses from an Old Manse (Muschi di una vecchia canonica), una raccolta di racconti brevi pubblicata nel 1846.


Protagonista della storia è Aylmer, uno scienziato e filosofo della natura, vissuto nell’ultima parte del settecento, quando scienza e alchimia ancora coincidevano. Egli ha fatto del suo lavoro l’unica ragione di vita, fino al matrimonio con Georgiana, una giovane donna di una bellezza quasi perfetta, se non per una piccola macchia rossa a forma di mano su di una guancia. Quella piccola imperfezione, più o meno evidente, a seconda delle emozioni della donna, inizia ad ossessionare l’uomo, perfino nei sogni, fino a diventare ‘...il simbolo della predisposizione di sua moglie al peccato, al dolore e alla morte.’ Per un uomo che tende al sublime e sente il suo spirito ‘gravato dalla creta del corpo’ l’imperfezione della moglie diventa un limite da superare, l’ultimo e più importante successo di una carriera prestigiosa ma fonte di frustrazione, perché troppi sono ancora i segreti della natura che gli sfuggono.

Dal canto suo Georgiana, che aveva sempre pensato che quella voglia aggiungesse fascino alla sua bellezza, è dapprima profondamente ferita dall’atteggiamento del marito: “Ti fa orrore, marito mio!… Non puoi amare ciò che ti fa orrore.” Ma poi, vedendo come l’ossessione per quella piccola macchia sta avvelenando il suo matrimonio, pur consapevole dei rischi che corre, cede alla volontà del marito “Rimuovi questa spaventosa mano, oppure prendi la mia vita!” Pur nutrendo ammirazione per l’uomo di scienza stimato da tutti, si rende conto che la sua è una carriera di fallimenti rispetto agli obbiettivi irraggiungibili che si era proposto. Decide così di farsi vittima sacrificale delle ambizioni di Aylmer, pur di sentirsi finalmente pienamente accettata.


Il racconto di Hawthorne ha il sapore di un apologo sui rischi di una scienza che non riconosce i limiti imposti dalla natura nel nome di un’ideale, quanto irrealistica, perfezione. Così Aylmer rinuncia alla felicità di cui avrebbe potuto godere se solo fosse riuscito a ‘trovare il futuro perfetto nel presente,’ e, come un Pigmalione al contrario, toglie la vita alla dolce Georgiana pur di renderla perfetta, senza rendersi conto del paradosso semantico di cui è vittima: mentre la vita è cambiamento, la perfezione è statica, immutabile, e quindi è la negazione stessa della vita.








The Birth-Mark

 

di

 

Nathaniel Hawthorne

 

 

John Collier, The Laboratory, 1895





Nell’ultima parte del secolo scorso, viveva un uomo di scienza, un autorevole esperto di ogni branca della filosofia naturalei che, non molto prima che la nostra storia abbia inizio, aveva fatto esperienza di un’affinità spirituale più attraente di una qualunque affinità chimica. Aveva lasciato il suo laboratorio alle cure di un assistente, ripulito i suoi bei lineamenti dal fumo della fornace, lavato le macchie degli acidi dalle dita e persuaso una bella donna a diventare sua moglie. A quei tempi, quando la scoperta relativamente recente dell’elettricità e di altri simili misteri della natura sembravano aprire sentieri nella regione dei miracoli, non era insolito che l’amore per la scienza rivaleggiasse, per profondità e passione totalizzante, con l’amore per una donna. L’intelletto più alto, l’immaginazione, lo spirito e perfino il cuore potevano tutti trovare il loro nutrimento ideale in ricerche che, come credevano alcuni dei loro più ferventi adepti, avrebbero scalato uno dopo l’altro i vari gradi del possente intelletto fino a che il filosofo non avesse messo le mani sul segreto della forza creatrice e forse forgiato per sé nuovi mondi.

Non sappiamo se la fede di Aylmer nel supremo controllo dell’uomo sulla natura arrivasse fino a questo livello. Comunque, si era dedicato in modo troppo totalizzante agli studi scientifici per esserne mai distratto da una seconda passione. Il suo amore per la giovane moglie avrebbe potuto rivelarsi il più forte dei due, ma poteva esserlo soltanto intrecciandosi con il suo amore per la scienza e unendo la forza di quest’ultima alla sua.

Tale unione si realizzò proprio in questi termini e fu accompagnata da conseguenze veramente formidabili e da una morale estremamente rimarchevole.

Un giorno, subito dopo il suo matrimonio, Aylmer sedeva guardando sua moglie con un’espressione turbata che diventava sempre più evidente fino a che parlò.

“Georgiana,” disse, “hai mai preso in considerazione l’idea che il segno sulla tua guancia possa essere rimosso?”

“No, davvero,” disse lei, sorridendo, ma percependo la serietà del suo tono, arrossì fortemente. “Per dirti la verità, è stato così spesso considerato un abbellimento, che sono stata abbastanza ingenua da credere che potesse esserlo.”

Per spiegare questa conversazione, è necessario specificare che al centro della guancia sinistra di Georgiana c’era una singolare macchia, profondamente intessuta, per così dire, nella superficie e nella carne del suo volto. Nello stato abituale del suo incarnato – un colorito salutare ma delicato – la voglia era di un cremisi appena più scuro, che definiva imperfettamente la sua forma nel colorito roseo circostante. Quando lei arrossiva, diventava gradualmente più indistinta, e infine svaniva nel copioso afflusso di sangue che irrorava l’intera guancia con il suo acceso rossore.

“Ah, su di un altro volto, forse,” rispose suo marito, “ma mai sul tuo. No, carissima Georgiana, tu sei uscita dalle mani della natura così vicina alla perfezione, che questo lieve eventuale difetto, che non sappiamo se considerarlo un difetto o un ornamento, mi fa orrore, come se fosse il segno tangibile della terrena imperfezione.”

“Ti fa orrore, marito mio!” esclamò Georgiana, profondamente ferita, prima arrossendo per una rabbia passeggera, ma poi scoppiando in lacrime. “Allora perché mi hai portata via da mia madre? Non puoi amare ciò che ti fa orrore.”

Per spiegare questa conversazione, è necessario specificare che al centro della guancia sinistra di Georgiana c’era una singolare macchia, profondamente intessuta, per così dire, nella superficie e nella carne del suo volto. Nello stato abituale del suo incarnato – un colorito salutare ma delicato – la voglia era di un cremisi appena più scuro, che definiva imperfettamente la sua forma nel colorito roseo circostante. Quando lei arrossiva, diventava gradualmente più indistinta, e infine svaniva nel copioso afflusso di sangue che irrorava l’intera guancia con il suo acceso rossore.

Ma se un cambiamento d’umore la faceva impallidire, ecco di nuovo il segno, una macchia cremisi sopra la neve, con una nettezza che Aylmer a volte considerava quasi terrificante. La sua forma aveva una non piccola somiglianza con una mano umana, sebbene di una dimensione estremamente minuta. I corteggiatori di Georgiana erano soliti dire che, alla sua nascita, una fata aveva poggiato la sua manina sulla guancia dell’infante e lasciato questa impronta come segno dei magici poteri che le avrebbero dato tanta influenza su tutti i cuori.

Molti corteggiatori disperati avrebbero rischiato la vita per il privilegio di imprimere le labbra sulla misteriosa mano. Non va nascosto, comunque, che l’impressione fatta da questo sigillo fatato variava moltissimo, a seconda della differenza di carattere dell’osservatore. Alcune persone schizzinose – ma erano esclusivamente del suo stesso sesso – affermavano che quella mano insanguinata, come la definivano, distruggeva completamente il fascino della bellezza di Georgiana e rendeva il suo volto perfino detestabile.

Ma sarebbe altrettanto logico asserire che una di quelle piccole macchie azzurre che a volta ci sono nel più puro marmo statuario trasformerebbero la Eva scolpita da Powersii in un mostro. Gli osservatori di sesso maschile, nel caso la voglia non suscitasse la loro ammirazione, si accontentavano di desiderare che fosse cancellata, affinché il mondo potesse avere un esempio vivente di bellezza ideale senza l’ombra di un difetto. Dopo il suo matrimonio – perché prima egli pensava poco o niente a questo problema - Aylmer scoprì questo era il suo caso.

Fosse stata meno bella – se la stessa invidia avesse potuto trovare qualcos’altro da deridere – lui avrebbe potuto sentire il suo affetto accresciuto dalla leggiadria di quel simulacro di mano, ora vagamente delineato, ora scomparso, ora riapparendo di nuovo e splendendo ritmicamente a seconda degli impulsi emotivi che palpitavano nel suo cuore; ma al contrario, vedendola così perfetta, egli scoprì che quest’unico difetto diventava sempre più intollerabile ad ogni momento della loro vita comune.

Era il fatale difetto dell’umanità che la natura, in una forma o nell’altra, imprimeva indelebilmente su tutte le sue produzioni, per significare sia che esse sono temporanee e caduche, sia che la loro perfezione deve essere ottenuta con fatica e dolore. La mano cremisi esprimeva l’inevitabile stretta in cui la mortalità afferra le più alte e le più pure delle forme terrene degradandole a quelle più infime della loro specie, e perfino agli stessi bruti, come quelli la loro forma visibile ritornerà alla polvere. In questo modo, scegliendola come il simbolo della predisposizione di sua moglie al peccato, al dolore e alla morte, la cupa immaginazione di Aylmer non impiegò molto a trasformare la voglia in un oggetto terrificante, che gli causava più preoccupazione e orrore di tutta la gioia, fisica o spirituale, che Georgiana gli avesse mai dato.

In tutti quei momenti che avrebbero dovuto essere i più felici per loro, lui invariabilmente e senza volerlo, anzi, a dispetto di un intento contrario, ritornava a quest’unico disastroso argomento. Per quanto all’inizio fosse sembrato insignificante, esso si connesse a tal punto con innumerevoli successioni di pensieri e moti dell’animo da diventare il punto centrale di ognuno di essi. Alle prime luci del giorno, Aylmer apriva gli occhi sul volto di sua moglie e riconosceva il simbolo dell’imperfezione. E quando a sera sedevano insieme accanto al focolare i suoi occhi vagavano furtivamente fino alla sua guancia e fissavano, tremula con lo sfavillante fuoco, la mano spettrale che scriveva mortalità là dove egli avrebbe desiderato adorare. Georgiana imparò ben presto a tremare sotto quello sguardo. Bastava una sola occhiata alla particolare espressione che il volto di lui assumeva, per mutare il rosa delle sue guance in un pallore mortale, in mezzo a cui la mano cremisi era messa fortemente in evidenza, come un bassorilievo di rubino sul marmo più bianco.

Una volta, a tarda sera, quando le luci stavano diventando sempre più fioche, così da tradire a malapena la macchia sulla guancia della povera moglie, ella stessa, per la prima volta, affrontò volutamente l’argomento.

“Ricordi, mio caro Aylmer,” disse, tentando debolmente di sorridere, “hai alcun ricordo di un sogno, la scorsa notte circa, questa odiosa mano?”

“Nessuno! Proprio nessuno!” rispose Aylmer trasalendo, ma poi aggiunse, con un tono secco e freddo, assunto allo scopo di nascondere la reale profondità delle sue emozioni, “Avrei ben potuto sognarla, perché prima di addormentarmi si era fortemente impossessata della mia immaginazione.”

“E l’hai sognata?” continuò Georgiana, frettolosamente, perché temeva che un fiotto di lacrime potesse interrompere quello che aveva da dire. “Un sogno terribile! Mi meraviglia che tu possa dimenticarlo. È possibile dimenticare una frase come questa? ‘È nel suo cuore, adesso, dobbiamo estirparla!’ Rifletti, marito mio, perché vorrei proprio che tu ricordassi quel sogno.”

La mente è in un triste stato quando il sonno, che tutto avvolge, non riesce a confinare i suoi spettri nell’oscura regione della sua influenza, ma lascia che essi fuggano via, terrorizzando la vita reale con segreti che forse appartengono ad una più più profonda.

Aylmer ora ricordava il suo sogno. Si era immaginato insieme al suo aiutante Aminadab, mentre tentavano un’operazione per rimuovere la voglia, ma più a fondo andava il coltello, più la mano affondava, fino a che la sua minuscola presa sembrò essersi impossessata del cuore di Georgiana, da dove, comunque, suo marito era inesorabilmente risoluto a tagliarla o a strapparla via. Quando il sogno ebbe preso compiutamente forma nella sua memoria, Aylmer sedette di fronte a sua moglie sentendosi in colpa.

La verità spesso si fa strada nella mente completamente avvolta nelle vesti del sonno, e poi parla con schietta franchezza di argomenti riguardo ai quali pratichiamo un inconscio autoinganno durante i nostri momenti di veglia. Fino ad ora egli non era stato consapevole della tirannica influenza acquisita sulla sua mente da un’unica idea e di dove poteva spingersi in cuor suo nel tentativo di darsi pace.

“Aylmer,” ricominciò Georgiana, con tono solenne, “io non so quanto può costare ad entrambi liberarmi da questo marchio fatale. Forse la sua rimozione può causare una deformità incurabile, o forse la macchia va in profondità quanto la stessa vita. Ancora una volta: sappiamo se c’è una possibilità, costi quel che costi, di sciogliere la soffocante stretta di questa piccola mano che fu messa su di me prima che venissi al mondo?”

“Carissima Georgiana, ho riflettuto a lungo su questo argomento,” la interruppe precipitosamente Aylmer. “Sono convinto della perfetta fattibilità della sua rimozione.”

“Se c’è la più remota possibilità,” continuò Georgiana, “lasciamo che il tentativo venga fatto a qualunque costo. Il pericolo non è niente per me, perché la vita, mentre questo odioso segno mi rende l’oggetto del tuo orrore e del tuo disgusto, la vita è un fardello di cui mi libererei con gioia. Rimuovi questa spaventosa mano, oppure prendi la mia vita! Tu possiedi una scienza smisurata. Tutto il mondo ne è testimone. Hai compiuto grandi meraviglie. Non puoi rimuovere questo piccolo, piccolo segno, che posso coprire con la punta di due piccole dita? Questo va oltre il tuo potere, per amore della tua stessa pace e per salvare la tua povera moglie dalla pazzia?”

“Nobilissima, carissima, tenerissima moglie,” esclamò entusiasta Aylmer, “non dubitare del mio potere. Ho già dedicato a questo argomento le riflessioni più profonde – riflessioni che avrebbero quasi potuto guidarmi a creare un essere meno perfetto di te. Georgiana, tu mi hai condotto più in fondo che mai nel cuore della scienza. Mi sento assolutamente in grado di rendere questa cara guancia perfetta come la sua compagna e poi, mia amata, quale sarà il mio trionfo quando avrò corretto quello che la natura ha lasciato imperfetto nella sua più bella creazione! Perfino Pigmalioneiii, quando la sua donna scolpita prese vita, non provò un’estasi maggiore di quella che sarà la mia.”

“È deciso, allora,” disse Georgiana, con un flebile sorriso. “E, Aylmer, non risparmiarmi, anche se tu dovessi scoprire che la voglia si sia infine rifugiata nel mio cuore.”

Il marito baciò teneramente la sua guancia – quella destra- non quella che portava impressa la mano cremisi.

Il giorno seguente Aylmer informò sua moglie che aveva messo a punto un piano che gli avrebbe permesso lo studio intenso e la costante attenzione che l’operazione proposta avrebbe richiesto, mentre Georgiana, dal canto suo, avrebbe goduto del perfetto riposo essenziale al suo successo. Si sarebbero chiusi nel grande appartamento occupato da Aylmer come laboratorio e dove, durante la sua laboriosa giovinezza, aveva fatto scoperte nel campo delle forze elementari della natura che avevano suscitato l’ammirazione di tutte le società erudite in Europa. Tranquillamente seduto nel suo laboratorio, il pallido filosofo aveva investigato i segreti delle più alte regioni delle nuvole e delle miniere più profonde, aveva saziato la sua curiosità con le cause che accendono e tengono vivi i fuochi dei vulcani e aveva esplorato i misteri delle sorgenti, e di come accada che alcune scaturiscano dall’oscuro seno della terra così chiare e pure e altre così ricche di virtù medicinali. Qui, inoltre, tempo prima, aveva studiato le meraviglie del corpo umano e tentato di capire quegli stessi processi attraverso cui la natura assimila dalla terra e dall’aria, e dal mondo spirituale, tutte le sue preziose essenze per creare e sviluppare l’uomo, suo capolavoro.

Aylmer, tuttavia, aveva per lungo tempo messo da parte quest’ultimo studio, nella riluttante accettazione della verità, contro cui prima o poi tutti i ricercatori vanno a sbattere, che la nostra grande madre creatrice, mentre ci distrae operando apparentemente alla luce del sole, tuttavia è inflessibilmente attenta a mantenere i suoi segreti e, a dispetto di un’ostentata trasparenza, non ci mostra altro che i risultati. Ci permette, infatti, di danneggiare ma raramente di riparare e, come un inventore geloso, mai di creare. Ora, comunque, Aylmer riprese quelle ricerche quasi dimenticate non, naturalmente, con quelle speranze e quei desideri che le avevano ispirate, ma perché contenevano tanta verità sulla fisiologia umana ed andavano nella stessa direzione dello schema che si era proposto per la cura di Georgiana.

Mentre la conduceva oltre la soglia del laboratorio, Georgiana era gelata e tremante. Aylmer la guardò in faccia sorridente, con l’intento di rassicurarla, ma fu così impressionato dall’intenso splendore della voglia sul candore della guancia che non poté trattenere un forte brivido convulso. Sua moglie svenne.

“Aminadab! Aminadab!” gridò Aylmer, pestando violentemente i piedi sul pavimento. Immediatamente, da una stanza interna uscì un uomo di bassa statura, ma tarchiato, con capelli scarmigliati intorno al viso, che era sporco dei vapori della fornace. Questo personaggio era stato l’assistente di Aylmer durante tutta la sua carriera scientifica ed era mirabilmente adatto all’ufficio grazie alla sua grande preparazione meccanica e all’abilità con cui, sebbene incapace di comprendere un singolo principio, egli eseguiva dettagliatamente gli esperimenti del suo padrone. Con la sua incredibile forza, i capelli scarmigliati, il volto affumicato e l’indescrivibile materialità di cui era incrostato, sembrava rappresentare la natura fisica dell’uomo, mentre la figura snella di Aylmer, il viso pallido e intelligente, erano non meno adatti ad un tipo

 della sfera spirituale.

-John_Dee_and_Edward_Kelly

“Spalanca la porta del salotto, Aminadab,” disse Aylmer, “e brucia un’essenza.”

“Sì, padrone,” rispose Aminadab, guardando intensamente la figura senza vita di Georgian, e poi mormorò fra sé, “se fosse mia moglie, non mi separerei mai da quella voglia.”

Quando Georgiana riprese conoscenza, si trovò a respirare un’atmosfera di penetrante fragranza, la cui gentile potenza l’aveva richiamata dal suo svenimento simile alla morte. La scena intorno a lei sembrava un incantesimo. Aylmer aveva convertito quelle stanze affumicate, squallide e buie, dove aveva trascorso gli anni più brillanti in recondite ricerche, in una serie di splendide stanze non indegne di essere la tranquilla dimora di una bella donna. Alle pareti erano appesi splendidi tendaggi, che conferivano quella combinazione di grandezza e grazia che nessun altro tipo di addobbo può eguagliare, e siccome cadevano dal soffitto fino al pavimento, le loro ricche e vaporose pieghe, nascondendo tutti gli angoli e le linee rette, sembravano ritagliare la scena da uno spazio infinito. Per quel che ne sapeva Georgiana, poteva essere un padiglione fra le nuvole. E Aylmer, escludendo la luce del sole che avrebbe interferito con i suoi processi chimici, al suo posto aveva messo lampade profumate, che emettevano fiamme variopinte ma tutte convergenti in una morbida luminosità purpurea. Si inginocchiò accanto alla moglie, osservandola con uno sguardo serio ma non allarmato, perché aveva fiducia nella sua scienza e sentiva di poter tracciarle intorno un cerchio magico, che nessun male avrebbe potuto penetrare.

“Dove sono? Ah, ricordo,” disse Georgiana, debolmente, e coprì la guancia con la mano per nascondere il terribile segno agli occhi del marito

“Non temere, adorata!” esclamò. “Non ritrarti da me! Credimi Georgiana, gioisco perfino di questa singola imperfezione, poiché sarà una tale estasi rimuoverla.”

“Oh, risparmiami!” rispose tristemente la moglie. “Ti prego, non guardarla ancora. Non potrò mai dimenticare quel brivido convulso.”

Allo scopo di calmare Georgiana e, per così dire, liberarle la mente dal fardello delle presenti contingenze, Aylmer allora mise in pratica alcuni dei semplici e giocosi segreti che la scienza gli aveva insegnato, insieme a quelli più profondi. Figure aeree, idee assolutamente incorporee e forme di una bellezza inconsistente avanzarono e danzarono davanti a lei, imprimendo le loro fugaci orme sui raggi di luceiv.

Sebbene Georgiana avesse una vaga idea del metodo usato per creare questi fenomeni ottici, tuttavia l’illusione era sufficientemente perfetta da farle credere che suo marito possedesse il dominio del mondo spirituale. Poi, quando avvertì il desiderio di guardare oltre i confini della stanza, immediatamente, come in risposta ai suoi pensieri, una sequenza di immagini del mondo esterno volteggiò su di uno schermo.

Lo scenario e le figure della vita reale erano perfettamente rappresentate, ma con quella seducente, tuttavia indescrivibile differenza che sempre rende un dipinto, una immagine o un’ombra tanto più attraenti dell’originale. Quando se ne fu stancata, Aylmer la invitò a posare gli occhi su di un su di un vaso che conteneva della terra. Lei così fece, all’inizio con poco interesse, ma subito si stupì nel vedere il germe di una pianta spuntare dal terreno. Poi fu la volta di un esile stelo, le fogli si aprirono gradualmente e nel mezzo un perfetto e grazioso fiore.

“È una magia!” gridò Georgiana. “Non oso toccarlo.”

“Al contrario, raccoglilo,” rispose Aylmer, “raccoglilo e inala il suo fuggevole profumo finché puoi. Il fiore appassirà fra pochi istanti e non lascerà altro che i gusci scuri dei suoi semi, ma da questi si potrà perpetuare una specie altrettanto effimera.”

Ma Georgiana aveva appena toccato il fiore, quando tutta la pianta patì una moria, essendo le sue foglie diventate nere fumo come per l’azione del fuoco.

“C’è stato uno stimolo troppo potente,” disse Aylmer pensieroso.

Per rimediare a questo esperimento fallimentare, propose di farle il ritratto con un processo scientifico di sua invenzione. Sarebbe stato realizzato da raggi di luce impressi su di una piastra di metallo lucidato. Georgiana acconsentì ma, guardando il risultato, si spaventò trovando i lineamenti del ritratto appannati e indefinibili, mentre la minuta immagine di una mano appariva là dove avrebbe dovuto essere la guancia. Aylmer agguantò la piastra metallica e la gettò in un vaso colmo di acido corrosivov.

Comunque, dimenticò subito questi mortificanti fallimenti. Durante gli intervalli tra lo studio e gli esperimenti chimici ritornava da lei accalorato ed esausto, ma sembrava rinvigorito dalla sua presenza e parlava con un linguaggio brillante delle risorse della sua arte. Fece la storia della lunga dinastia degli alchimisti che avevano trascorso i secoli alla ricerca del solvente universale grazie al quale l’elemento aureo può essere ricavato da ogni cosa vile e spregevole.

Aylmer sembrava credere che, alla luce della più evidente logica scientifica, era completamente entro i limiti del possibile scoprire questo medium a lungo ricercato, “ma,” aggiunse, “un filosofo che andasse abbastanza a fondo da acquisire questo potere otterrebbe un sapere troppo elevato per umiliarsi ad esercitarlo.” Non meno singolare era la sua opinione riguardo all’elisir di lunga via. Egli fece capire che era una sua opzione se preparare un liquido in grado di prolungare la vita per anni, forse per sempre, ma che questo avrebbe prodotto uno squilibrio nella natura che tutto il mondo, e in particolare i fruitori di questo particolare preparato, avrebbe finito col maledire.

“Aylmer, dici il vero?” chiese Georgiana, guardandolo con stupore e paura. “È terribile possedere un tale potere, o perfino sognare di averlo.”

“Oh, non tremare, amore mio,” disse suo marito. “Non farei del male a te o a me stesso sperimentando sulle nostre vite tali disarmonici effetti, ma vorrei farti riflettere su come sia insignificante, in confronto, l’abilità richiesta per rimuovere questa piccola mano.”

Sentendo menzionare la voglia, Georgiana, al solito, si ritrasse, come se un ferro rovente le avesse toccato la guancia.

Aylmer tornò di nuovo alle sue fatiche. Georgiana poteva udire la sua voce nella lontana stanza della fornace mentre dava ordini ad Aminadab, che sireplicava con toni aspri, crudi e rozzi, più simili al grugnito o al ringhiare di qualche bestia che che alla parola umana. Dopo alcune ore di assenza, Aylmer riapparve e le propose di esaminare il suo armadio dei prodotti chimici e dei tesori naturali della terra. Tra i primi le mostrò una piccola fiala in cui, fece notare, era contenuta una fragranza gentile e tuttavia estremamente potente, capace di impregnare tutte le brezze che soffiano su un regno.

Era di inestimabile valore, il contenuto di quella piccola fiala e, mentre lo diceva, gettò un po’ di quel profumo nell’aria e riempì la stanza con quella rinvigorente e penetrante delizia.

“E questo cos’è?” chiese Georgiana, indicando un piccolo globo di cristallo che conteneva un liquido color oro. “È così piacevole per gli occhi che potrei considerarlo l’elisir di lunga vita.”

“In un certo senso lo è,” rispose Aylmer, “o, piuttosto, l’elisir dell’immortalità. È il veleno più prezioso che sia mai stato concepito al mondo. Col suo aiuto potrei determinare la durata della vita di ogni mortale su cui tu puntassi il dito. Sarebbe la potenza della dose a determinare se costui dovesse tirare avanti per anni o morire di colpo. Nessun re sul suo trono ben protetto conserverebbe la vita se io, da privato cittadino, dovessi pensare che il benessere di milioni mi autorizzasse a privarlo della vita.”

“Perché conservi un preparato così spaventoso?” chiese Georgiana con orrore.

“Non diffidare di me, mia cara,” disse il marito, sorridendo, “le sue qualità benefiche sono di gran lunga maggiori di quelle dannose. Ma osserva: ecco un potente cosmetico. Poche gocce in una bacinella d’acqua, possono lavare via le lentiggini con la stessa facilità con cui si lavano le mani. Un’infusione più potente toglierebbe il sangue dalle guance, lasciando la più rosea bellezza pallida come un fantasma.”

“È con questa lozione che intendi lavare la mia guancia?” chiese Georgiana con ansia.

“Oh, no” si affrettò a rispondere il marito. “Questo agisce semplicemente in superficie. Il tuo caso richiede un rimedio che vada più a fondo.”

Durante i suoi colloqui con Georgiana, Aylmer faceva solitamente domande minuziose circa le sue sensazioni e voleva sapere se il confinamento in quelle stanze e la temperatura dell’ambiente le si confacessero. Queste domande avevano un tenore così particolare che Georgiana iniziò a pensare di essere già soggetta a certe influenze fisiche, respirate con quell’aria fragrante oppure ingerite con il cibo. Allo stesso modo immaginava, ma poteva essere soltanto una fantasia, che ci fosse un risveglio del suo organismo – una sensazione strana, indefinita che le attraversava le vene e che le dava un brivido al cuore, in parte doloroso, in parte piacevole.

Tuttavia, ogni volta che osava guardarsi allo specchio, si vedeva pallida come una rosa bianca e con la voglia cremisi stampata sulla guancia. Neppure Aylmer adesso la odiava quanto lei.

Per dissipare il tedio delle ore che suo marito trovava necessario dedicare ai processi di combinazione e analisi, Georgiana si dedicò ai volumi della sua biblioteca scientifica. In molti vecchi tomi anneriti si imbatté in capitoli pieni di romanticismo e poesia. Erano le opere dei filosofi medioevali, come Alberto Magno, Cornelio Agrippa, Paracelso e il famoso frate che creò la profetica testa di bronzovi.

Tutti questi antichi naturalisti erano avanti rispetto ai loro tempi, della cui credulità, tuttavia, erano alquanto intrisi e pertanto si credeva, e forse lo pensavano essi stessi, che dalle loro indagini sulla natura avessero tratto un potere sulla natura stessa, e dalla fisica una certa influenza sul mondo spirituale. Poco meno strani e fantasiosi erano i primi volumi della Transactions of the Royal Societyvii, in cui i membri, conoscendo poco i limiti delle potenzialità naturali, davano continuamente testimonianza scritta di fenomeni meravigliosi o proponevano metodi per ottenere tali meraviglie.

Ma il volume più avvincente era un grande in folioviii vergato dalla stessa mano del marito, in cui egli aveva annotato ogni esperimento della sua carriera scientifica, il suo fine originale, i metodi adottati per svilupparlo e il successo o il fallimento finale, con le circostanze a cui i due diversi esiti erano attribuibili. Il libro, in verità, era sia la storia che l’emblema della sua vita ardente, ambiziosa, visionaria e tuttavia pratica e laboriosa. Trattava i dettagli fisici come se al di là di essi non ci fosse niente altro, eppure li spiritualizzava tutti e si riscattava dal materialismo con la sua forte e ansiosa aspirazione verso l’infinito.

Nelle sue mani la più infima zolla di terra assumeva un’anima. Georgiana, mentre leggeva, rispettava Aylmer e lo amava più profondamente che mai, ma con una fiducia nel suo giudizio meno profonda di prima. Sebbene lui avesse raggiunto tanti traguardi, Georgiana non poteva fare a meno di osservare che la maggior parte dei suoi splendidi successi erano quasi invariabilmente dei fallimenti, se paragonati con l’ideale a cui tendeva. I suoi più brillanti diamanti non erano che dei semplici ciottoli, ed egli stesso ne era consapevole, se paragonati con le inestimabili gemme che giacevano nascoste oltre la sua portata.

Il volume, ricco delle conquiste che avevano guadagnato tanta fama al suo autore, era tuttavia la più malinconica rassegna che mai mano mortale avesse compilato. Era la triste confessione e la continua esemplificazione dei limiti dell’uomo composito, con lo spirito gravato dalla creta del corpo e destinato ad operare nella materia, e della disperazione che assale la natura più alta nello scoprirsi impedita dalla sua parte terrena. Forse ogni uomo di genio, qualunque fosse la sua sfera d’interesse, poteva riconoscere la descrizione della propria esperienza nel diario di Aylmer.

Queste riflessioni colpirono Georgiana così profondamente che poggiò il volto sul volume aperto e scoppiò a piangere. Fu in queste condizioni che la trovò suo marito.

“È pericoloso leggere i libri di uno stregone,” disse lui con un sorriso, sebbene la sua espressione fosse preoccupata e contrariata.

“Georgiana, ci sono pagine in questo volume su cui io posso a mala pena posare lo sguardo e restare lucido. Stai attenta affinché non risulti altrettanto dannoso per te.”

“Ha più che mai accresciuto la mia venerazione per te,” disse.

“Aspetta quest’ultimo successo” replicò, “poi, potrai venerarmi, se vorrai. Non me ne riterrò del tutto indegno. Ma vieni, sono venuto a cercarti per godere della tua voce. Canta per me, mia cara.”

Così, lei fece fluire la liquida musica della sua voce per dare sollievo alla sete del suo spirito. Egli, quindi, prese congedo con la gioiosa esuberanza di un ragazzo, assicurandola che il suo isolamento sarebbe durato soltanto un altro poco e che il risultato era ormai certo. Era appena andato via, quando Georgiana si sentì irresistibilmente spinta a seguirlo. Aveva dimenticato di informare Aylmer di un sintomo che aveva iniziato a suscitare la sua attenzione nelle ultime due o tre ore.

Si trattava di una sensazione nella voglia fatale, non dolorosa, ma che induceva un’irrequietezza in tutto il suo organismo. Affrettandosi dietro al marito, si intrufolò nel laboratorio per la prima volta.

La prima cosa che le colpì l’occhio, a causa dell’intenso bagliore del suo fuoco, fu la fornace, quel lavoratore bollente e febbrile, che per la gran quantità di fuliggine che lo ricopriva, sembrava che bruciasse da secoli. C’era un apparato distillatore in piena azione. In giro per la stanza c’erano storte, provette, cilindri, crogioli e altri apparecchi della ricerca chimica. Un apparecchio elettrico era pronto per un uso immediato. L’atmosfera risultava oppressivamente chiusa ed era infestata da odori gassosi che erano stati espulsi dai processi della scienza.

La semplicità austera e umile della stanza, con le sue pareti nude e il pavimento di mattoni, sembrava strana, abituata com’era diventata Georgiana alla fantastica eleganza del suo salottino.

Ma quello che soprattutto, in effetti quasi soltanto, attrasse la sua attenzione, fu l’aspetto dello stesso Aylmer. Era pallido come la morte, ansioso e concentrato ed era chino sulla fornace come se dipendesse dalla sua massima attenzione se il liquido che veniva distillato dovesse essere la pozione dell’immortale felicità o dell’infelicità. Quanto diverso dall’aspetto gioioso e sanguigno che aveva assunto per incoraggiare Georgiana.

“Attento adesso, Aminadab, attento, tu macchina umana, attento, tu uomo di creta!” mormorava Aylmer, più a sé stesso che al suo assistente. “Adesso, anche solo un pensiero di troppo o di meno, sarebbe la fine.”

“Ho! Ho!” borbottò Aminadab. “Guardate, padrone! Guardate!”

Aylmer alzò immediatamente gli occhi e dapprima arrossì, poi divenne pallido più che mai nel vedere Georgiana. Corse verso di lei e le afferrò il braccio con una stretta che vi lasciò sopra l’impronta delle dita.

“Perché sei venuta qui? Non hai fiducia in tuo marito?” gridò lui, con impeto. “Vorresti gettare il cattivo influsso di quella fatale voglia sulle mie fatiche? Hai fatto male. Va, impicciona, va!”

“No, Aylmer,” disse Georgiana con una fermezza di cui non era certo poco dotata, “non sei tu che hai diritto di lamentarti. Tu non ti fidi di tua moglie, mi hai nascosto l’ansia con cui segui lo sviluppo di questo esperimento. Non considerarmi così da poco, marito mio. Dimmi tutti i rischi che corriamo, e non temere che io mi tiri indietro, perché la mia parte in esso è di gran lunga inferiore alla tua.”

“No, no, Georgiana!” disse Aylmer, con impazienza, “Non è così.”

“Io mi sottometto,” rispose lei con calma. “E, Aylmer, manderò giù qualunque pozione tu mi porterai, ma sarà in base allo stesso principio che mi indurrebbe a prendere una dose di veleno se mi venisse offerta dalle tue mani.”

“Mia nobile moglie,” disse Aylmer profondamente commosso, “Non conoscevo l’altezza e la profondità della tua natura fino ad ora. Niente ti sarà nascosto. Sappi, allora, che quella mano cremisi, per quanto sembri superficiale, ha stretto la sua presa sul tuo essere con una forza di cui non avevo cognizione prima. Io ho già somministrato agenti abbastanza potenti da fare tutto eccetto mutare il tuo intero sistema fisico. Rimane solo da tentare un’ultima cosa. Se fallisce, siamo rovinati.”

“Perché esitavi a dirmelo,” gli chiese.

“Perché, Georgiana,” disse Aylmer, a voce bassa, “c’è un pericolo.”

“Pericolo? Non c’è che un unico pericolo…che quest’orribile stigma resti sulla mia guancia!” gridò Georgiana. “Rimuovilo, rimuovilo, a qualunque costo, o impazziremo entrambi!”

“Lo sa il cielo quanto sono vere le tue parole,” disse Aylmer con tristezza. “Ed ora, carissima, ritorna nel tuo boudoir. Fra breve, tutto sarà verificato.”

La riportò indietro e si accomiatò da lei con una solenne tenerezza che diceva molto più delle sue parole quanto fosse adesso in gioco. Dopo che se ne fu andato, Georgiana si immerse nei suoi pensieri. Considerò il carattere di Aylmer e gli rese una giustizia più completa di quanto avesse mai fatto prima. Il suo cuore esultava e tremava allo stesso tempo, per quell’amore encomiabile, così puro e nobile che non avrebbe accettato niente meno della perfezione, né si sarebbe miseramente accontentato di una natura più terrena di quella che aveva sognato.

Sentiva quanto un tale sentimento fosse più prezioso di quello più misero che avesse tollerato quell’imperfezione per amor suo e sarebbe stato colpevole di tradimento verso quel sacro amore degradando la sua perfezione ideale al livello della realtà fattuale, e con tutta la sua anima pregò che, per un solo momento, ella potesse soddisfare l’ideale più elevato e più profondo del marito. Sapeva molto bene che non poteva essere più di un momento, perché lo spirito di Aylmer era sempre in marcia, sempre verso l’alto, e ogni istante richiedeva qualcosa che andasse oltre l’obbiettivo dell’istante precedente.

Il suono dei passi del marito la ridestarono. Recava un calice di cristallo che conteneva un liquido incolore, ma abbastanza brillante da essere la pozione dell’immortalità. Aylmer era pallido, ma sembrava piuttosto la conseguenza di un’estrema agitazione mentale e di una tensione spirituale, piuttosto che della paura o del dubbio.


“La preparazione di questa pozione è stata perfetta,” disse, in risposta allo sguardo di Georgiana. “Se tutta la mia scienza non mi ha ingannato, non fallirà.”

“Se non fosse per te, mio caro Aylmer,” osservò sua moglie, “desidererei liberarmi di questo segno di mortalità abbandonando la mortalità stessa, piuttosto che in altro modo. La vita non è che un bene senza valore per quelli che che hanno raggiunto esattamente il mio stesso grado di progresso morale. Se fossi più debole e più cieca, sarebbe la felicità. Se fossi più forte, potrei sopportare fiduciosamente. Ma, così come sono, penso di essere, fra tutti i mortali, la più adatta a morire.”

“Tu sei fatta per il cielo senza assaporare la morte!” rispose suo marito. “Ma perché parliamo di morire? Questa pozione non può fallire. Osserva i suoi effetti su questa pianta.”

Sulla panca sotto la finestra c’era un geranio malato, con tutte le sue foglie ricoperte da chiazze gialle. Aylmer versò una piccola quantità di quel liquido sul terriccio in cui cresceva. In poco tempo, quando le radici della pianta ebbero assorbito tutta l’umidità, quelle brutte chiazze iniziarono a disfarsi in un vivido verde.

“Non c’era bisogno di alcuna prova,” disse Georgiana con calma. “Dammi quel calice su cui gioiosamente scommetto tutto fidandomi della tua parola.”

“Bevi, allora, tu nobile creatura!” esclamò Aylmer, con fervida ammirazione. “Non c’è nessuna macchia d’imperfezione sul tuo spirito. Anche la tua forma sensibile sarà presto del tutto perfetta.”

Georgiana bevve il liquido avidamente e restituì il calice nelle sue mani.

“È gradevole,” disse con un placido sorriso. “Mi sembra l’acqua di una fontana celeste, perché contiene non so quale discreta e piacevole fragranza. Placa una sete febbrile che mi ha tormentato per molti giorni. Ora, mio caro, lasciami dormire. I miei sensi terreni si stanno chiudendo sul mio spirito come le foglie intorno al cuore di una rosa al tramonto.”

Disse le ultime parole con una gentile riluttanza, come se questo richiedesse quasi più energia di quanta ne disponesse per pronunciare le esitanti e deboli sillabe. Le erano appena scivolate via dalle labbra che si perse nel sonno. Aylmer sedeva al suo capezzale, osservando il suo aspetto con le emozioni proprie di un uomo l’intero valore della cui esistenza era coinvolto nel processo che ora sarebbe stato verificato. A questo stato d’animo, comunque, si mescolava la ricerca filosofica tipica dell’uomo di scienza.

Non il minimo sintomo gli sfuggì. Un più evidente rossore della guancia, una lieve irregolarità del respiro, un fremito della palpebra, un tremore appena percettibile del corpo. Tali erano i dettagli che, di momento in momento, egli annotava sul suo in folio. Un intenso lavorio mentale aveva caratterizzato tutta le precedenti pagine del volume, ma le idee di anni erano tutte concentrate sull’ultima.

Mentre era intento a scrivere, non mancò mai di dare spesso uno sguardo alla mano fatale, e non senza un brivido. Tuttavia, una volta, per uno starno e incomprensibile impulso, vi premette sopra le labbra. Il suo spirito, comunque, si ritrasse da quello stesso gesto e Georgiana, nel mezzo del suo profondo sonno, si mosse nervosamente e mormorò come per protestare. Di nuovo Aylmer riprese le sue osservazioni. E non fu invano.

La mano cremisi, che all’inizio era stata fortemente visibile sul pallore marmoreo di Georgiana, ora diventava sempre più debolmente delineata. Lei rimaneva non meno pallida che mai, ma la voglia perdeva qualcosa della sua precedente evidenza ad ogni respiro che andava e veniva. La sua presenza era stata spaventosa, la sua scomparsa era ancor più spaventosa. Osservate la macchia dell’arcobaleno che scompare dal cielo e saprete come come quel misterioso simbolo svanì.

“Santo cielo! è quasi sparita!” disse Aylmer a sé stesso, in un’estasi quasi incontenibile. “Riesco a malapena a individuarla, adesso. È fatta, è fatta! E adesso è come il più pallido color rosa. Il minimo afflusso di sangue alla guancia la sovrasterebbe. Ma lei è così pallida!”

Scostò le tende della finestra e permise alla luce naturale del giorno di entrare nella stanza e posarsi sulla sua guancia. Nello stesso momento sentì un ridacchiare rozzo e rauco, che da lungo tempo sapeva essere l’espressione di gioia del suo servo Aminadab.

“Ah, zolla! Ah, grumo di terra!” gridò Aylmer, ridendo in una sorta di frenesia, “mi hai servito bene! Materia e spirito… terra e cielo… hanno entrambi fatto la loro parte in questo! Ridi, creatura dei sensi! Ti sei guadagnato il diritto di ridere.”

Queste grida interruppero il sonno di Georgiana. Dischiuse lentamente gli occhi e guardò nello specchio che suo marito aveva predisposto per quello scopo. Un debole sorriso aleggiò sulle sue labbra quando vide come fosse appena percettibile ora la mano cremisi che una volta spiccava con tale disastroso splendore da scacciare tutta la loro felicità. Ma poi i suoi occhi cercarono il volto di Aylmer con un’inquietudine ed un’ansia che egli non riusciva assolutamente a spiegare.

“Mio povero Aylmer!” mormorò.

“Povero? No, il più ricco, il più felice, il più fortunato!” esclamò. “Mia impareggiabile sposa, è stato un successo! Sei perfetta!”

“Mio povero Aylmer,” ripeté, con una tenerezza più che umana, “hai mirato in alto, hai agito nobilmente. Non pentirti se a causa di un sentimento così puro ed elevato, tu hai rifiutato il meglio che la terra potesse offrirti. Aylmer, carissimo Aylmer, sto morendo!”

Ahimè! Era fin troppo vero! La mano fatale aveva afferrato il mistero della vita ed era il legame tramite cui uno spirito angelico si manteneva unito ad una forma mortale. Mentre l’ultima sfumatura cremisi della voglia – quell’unico segno di umana imperfezione – svaniva dalla sua guancia, l’ultimo respiro di quella donna ormai perfetta passò nell’atmosfera e la sua anima, indugiando per un attimo accanto al marito, intraprese il suo volo verso i cielo.

Poi si sentì di nuovo una risata rauca, sghignazzante! Così la rude fatalità della terra esulta del suo costante trionfo sull’essenza immortale che, in questa opaca sfera di sviluppo a metà, esige la completezza di uno stato più elevato. Tuttavia, se Aylmer avesse raggiunto una saggezza più profonda, non avrebbe gettato via in questo modo la felicità che avrebbe intessuto la sua vita mortale con la medesima trama di quella celeste. La situazione contingente fu troppo dura per lui, egli non riuscì a guardare oltre l’oscuro limite del tempo e, vivendo una volta per tutte nell’eternità, trovare il futuro perfetto nel presente.



FINE



iLa filosofia naturale o filosofia della natura, conosciuta in latino come philosophia naturalis, consiste nella riflessione filosofica applicata allo studio della natura. È considerata la controparte, o dai positivisti la precorritrice, di ciò che oggi si chiama scienza naturale. Fu una specifica disciplina filosofico-scientifica di grande importanza storica, tramontata per vari motivi tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo. Prima di allora, la filosofia naturale aveva rappresentato per molti secoli l'avanguardia dell'indagine scientifica, che coniugava l'osservazione sperimentale con la riflessione filosofica.

ii Hiram Powers ha realizzato "Eve Disconsolate" 1873 come compagno del suo precedente "Eve Tempted" (progettato nel 1842; Smithsonian American Art Museum, Washington, D.C.)

iii Pigmalione, secondo il mito narrato da Ovidio nelle Metamorfosi, era uno scultore greco che aveva modellato nell'avorio un nudo femminile. Perdutamente innamoratosi della sua opera, l'aveva ritenuta espressione più alta della femminilità, superiore a qualunque donna anche in carne e ossa, tanto da dormirle accanto nella speranza che un giorno si animasse. A questo scopo, in occasione delle feste rituali in onore di Afrodite, Pigmalione si recò al tempio della dea e la pregò di concedergli in sposa la scultura creata con le sue mani rendendola una creatura umana: la dea acconsentì. Egli stesso vide la statua lentamente animarsi, respirare e aprire gli occhi.

ivTali effetti si ottenevano con la lanterna magica, uno strumento di proiezione di immagini dipinte (di solito su vetro) su una parete (o uno schermo appositamente predisposto) in una stanza buia, tramite una scatola chiusa contenente una candela, la cui luce è filtrata da un foro sul quale è applicata una lente. Il procedimento è del tutto analogo nella sostanza a quello di un moderno proiettore di diapositive. Si tratta del dispositivo del precinema più vicino allo spettacolo cinematografico vero e proprio. Considerata l'evoluzione della lanterna magica, la lanterna di Drummond è stata grazie alla sua versatilità, tra le lanterne più utilizzate tra la metà dell'800 e i primi del '900. Funzionante tramite luce elettrica o attraverso una lampada ad arco, fu largamente usata in ambito scientifico, didattico e ricreativo, trovandosi difatti contemporaneamente sia in laboratori che in anfiteatri.

vAncora una volta l’autore attinge alle scoperte scientifiche dell’epoca, questa volta tocca alla fotografia, o meglio la dagherrotipia che fu il primo procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini (tuttavia non riproducibili). Messo a punto dal francese Louis Jacques Mandé Daguerre, venne presentato al pubblico nel 1839 presso l'Académie des Sciences e l'Académie des Beaux Arts. Le immagini venivano ottenute utilizzando una lastra di rame su cui veniva applicato elettroliticamente uno strato d'argento. La lastra doveva, quindi, essere esposta entro un'ora e per un periodo variabile tra i 10 e i 15 minuti.

vi Alberto Magno detto Doctor Universalis, conosciuto anche come Alberto il Grande o Alberto di Colonia ( ira il 1193 e il 1206 – 1280), è stato un vescovo cattolico, scrittore e filosofo tedesco appartenente all'ordine domenicano. È considerato il più grande filosofo e teologo tedesco del Medioevo sia per la sua grande erudizione che per il suo impegno nel tenere distinto l'ambito filosofico da quello teologico.

Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim (Colonia, 14 settembre 1486 – Grenoble, 18 febbraio 1535) è stato un alchimista, astrologo, esoterista e filosofo tedesco. Divenne medico personale di Luisa di Savoia nonché storiografo di Carlo V; ritenuto principe dei maghi neri e degli stregoni, riuscì tuttavia a sfuggire all'Inquisizione. Il suo pensiero risiede essenzialmente nella sua opera più importante, il De occulta philosophia, scritta nell'arco di circa venti anni, dal 1510 al 1530: la filosofia occulta è la magia, considerata «la vera scienza, la filosofia più elevata e perfetta, in una parola la perfezione e il compimento di tutte le scienze naturali».

Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, detto Paracelsus, o Paracelso (Einsiedeln, 14 novembre 1493 – Salisburgo, 24 settembre 1541), è stato un medico, alchimista e astrologo svizzero. Paracelso o "Paracelsus" (che deriverebbe da «eguale a» o «più grande di Celsus», forse riferito all'enciclopedista romano del primo secolo Aulo Cornelio Celso, noto per il suo trattato De medicina) è una delle figure più rappresentative del Rinascimento. Egli è anche noto per aver battezzato lo zinco, chiamandolo zincum, ed è considerato come il primo botanico sistematico. Si laureò all'Università di Ferrara, più o meno negli stessi anni in cui vi si laureò Niccolò Copernico.

La testa di bronzo era un leggendario automa attribuito al monaco francescano e filosofo Roger Bacon, vissuto nel XII secolo e che si era guadagnato una reputazione come mago. L’automa era considerato capace di rispondere a qualsiasi domanda, anche se spesso soltanto con un ‘sì’ o un ‘no’ Questi automi sono poi diventati popolari nelle fiere di paese e nei luna park, come il mago Zoltar nel film Big interpretato da Tom Hanks nel 1988.

vii Le Philosophical Transactions of the Royal Society sono una rivista scientifica pubblicata dalla Royal Society di Londra (fondata nel 1660). Nata nel 1665, è la prima rivista al mondo dedicata esclusivamente alla scienza, ed è rimasta attiva da allora fino ad oggi, rendendola anche la rivista scientifica più longeva al mondo. L'aggettivo "filosofiche" nel titolo si riferisce alla filosofia naturale, allora equivalente a ciò che oggi chiamiamo scienza. Tra gli autori famosi che contribuirono ci furono Isaac Newton, James Clerk Maxwell, Michael Faraday e Charles Darwin.

Lo stesso Newton praticò convintamente l’alchimia al punto da essere considerato come ‘l’ultimo dei maghi’ dal grande economista Keynes.

viiiquello di un libro i cui fogli di stampa risultino piegati una volta sola in modo che ciascuno di essi presenti quattro facciate. Nell'uso moderno si dice di ogni volume che, indipendentemente dal numero delle volte in cui è piegato il foglio, misuri come minimo 40 cm di altezza e 26 di larghezza.

lunedì 29 aprile 2024

Sfortunatamente - FREDRIC BROWN

 

Occhio alla penna



Sfortunatamente (Unfortunately) pubblicato nel 1958, è un racconto di fantascienza che rispetta tutti i crismi della narrativa di FREDRIC BROWN: la brevità, il tono ironico e dissacrante, l’amore per il paradosso e, naturalmente, il coup de theatre finale.

Anche questa volta l’autore prende spunto dalle classiche lacune dello studente medio americano, e non solo. Mentre in in Natually, si era preso gioco dell’ignoranza in matematica, in questa storia prende di mira le difficoltà con l’ortografia (è stato pubblicato da Mondadori con il titolo Errore d’ortografia), che risulta particolarmente ardua in una lingua non fonetica come l’inglese. Grazie alla sua maestria nell’uso del paradosso, riesce a trasformare queste situazione di ordinaria quotidianità in incubi raccapriccianti, dove i protagonisti sono gli zimbelli del caso che, proprio quando tutto sembra andare per il meglio, rovescia il tavolo.



Lost in translation:

La traduzione in italiano non riesce a rendere appieno la sorpresa finale, basata su di un gioco di parole alquanto intraducibile. Per fare chiarezza, sono stati aggiunti tra parentesi le parole chiave e in nota la spiegazione.





Sfortunatamente

di

FREDRIC BROWN

 



Ralph NC*5 fece un sospiro di sollievo quando nel suo visore apparve il pianeta quattro di Arturo, proprio là dove il suo computer aveva detto che sarebbe stato. Arturo IV era l’unico pianeta abitato o abitabile del suo sole e distava solo pochi anni luce dal successivo sistema solare.

Aveva bisogno di cibo – le sue riserve di acqua e carburante erano okay ma l’ufficio addetto al vettovagliamento su Plutone aveva fatto un errore nel rifornire il suo ricognitore – e, secondo il manuale spaziale, i nativi erano amichevoli. Gli avrebbero dato qualunque cosa avesse chiesto.

Il manuale era molto specifico su quel punto, rilesse la breve sezione sugli arturiani non appena ebbe inserito i controlli per l’atterraggio automatico.

“Gli arturiani,” lesse, “non sono umani, ma molto amichevoli. Un pilota che atterri lì deve soltanto chiedere quello che vuole e gli sarà dato generosamente, prontamente e senza discussioni.

“Tuttavia, la comunicazione con loro deve avvenire con carta e matita, dal momento che non hanno organi vocali o organi uditivi. Comunque, leggono e scrivono l’inglese con considerevole padronanza.”

A Ralph NC-5 venne l’acquolina in bocca mentre cercava di decidere quello che voleva mangiare come prima cosa, dopo due giorni di completa astinenza dal cibo, preceduti da cinque giorni di razioni ridotte: una settimana fa aveva scoperto che gli addetti alle vettovaglie avevano commesso un errore nello stoccaggio della dispensa.

Cibi, cibi meravigliosi si susseguirono uno dietro l’altro nella sua mente.

Atterrò. Gli arturiani, una dozzina di loro ed erano veramente inumani – una coda di più di tre metri, sei braccia, magenta brillante – si avvicinarono e il loro capo si inchinò e gli consegnò carta e matita.

Improvvisamente seppe esattamente ciò che voleva, scrisse velocemente e riconsegnò il taccuino. Gli arturiani se lo passarono di mano in mano.

Poi, di colpo, si trovò agguantato, le braccia immobilizzate. E poi lo legarono ad un palo (stake)i intorno a cui stavano ammucchiando sterpaglie e rami. Uno di loro gli diede fuoco.

Lanciò urla di protesta, ma caddero non su orecchie sorde, ma su orecchie che non esistevano affatto. Urlò di dolore, e poi smise di urlare.

Il manuale spaziale era stato abbastanza corretto nel dire che gli arturiani leggono e scrivono l’inglese con considerevole padronanza. Ma aveva omesso di aggiungere che erano molto carenti in ortografia, altrimenti l’ultima cosa che Ralph NC-5 avrebbe chiesto sarebbe stata una bistecca sfrigolante (sizzling steak)ii.


FINE

iIl termine stake letteralmente significa sia palo che rogo, quello usato per bruciare le streghe, per intenderci.

ii Sizzling vuol dire sia sfrigolante che rovente, ed ha anche una connotazione sessuale, un po’ come hot. Steak, o bistecca,viene confuso con stake, in quanto le due parole sono composte dalle stesse lettere, inoltre, ma in questo caso non vale, sono pronunciate allo stesso modo.

sabato 16 marzo 2024

ASSOLUTAMENTE INFLESSIBILE

 

 

 

Robert Silverberg (New York, 15 gennaio 1935) è uno scrittore di fantascienza, curatore editoriale e sceneggiatore statunitense, ripetutamente vincitore, tra gli altri riconoscimenti, dei premi Hugo e Nebula, con una sconfinata bibliografia di romanzi e racconti.

“Absolutely Inflexible” pubblicato nella rivista Fantastic Universe, (luglio 1956), affronta uno dei temi cari all’autore, quello dei paradossi temporali.

Siamo nell’anno 2776 e i viaggi nel tempo sono ormai una realtà consolidata. C’è un però: sono possibili in una sola direzione, dal passato al futuro. Ma in questo futuro che ha ormai debellato le malattie, i viaggiatori del tempo rappresentano un pericolo mortale, pertanto vengono tutti spediti in una terribile prigione lunare dove non possono nuocere a nessuno, pur non avendo commesso alcun crimine. Incaricato di questo ingrato compito è l’ Assolutamente Inflessibile Mhaler, soprannome che si è meritato per non aver mai ceduto alle suppliche delle sue vittime. La sua nemesi si presenterà sotto forma di uno strano dispositivo temporale a doppio senso, in cui egli intravede una possibile alternativa all’attuale situazione. Ma non ha fatto i conti con i paradossi temporali…

Il racconto prende di mira diversi stereotipi del nostro tempo, quale la diffidenza verso gli stranieri (sono sporchi, portano malattie etc…) criminalizzati solo per il fatto di essere stranieri. Altro bersaglio è la cieca obbedienza al proprio dovere, che taglia fuori ogni umana solidarietà e rende le persone schiave delle proprie ambizioni.

Profetico a pare mio, in questa nostra era post-covid, il terrore delle malattie in attesa della prossima pandemia.

 

⏰Tutto è iniziato qui:

La macchina del tempo (1895), H.G. Wells

 





Assolutamente Inflessibile





Una debole luce rossa lampeggiò nel detector posto in un angolo del piccolo ufficio di Mahler. Con uno stanco gesto della mano, la indicò al viaggiatore del tempo che lo fissava con i suoi occhi tristi, goffamente appollaiato su di una sedia dall’altra parte della scrivania, confinato com’era nell’ingombrante tuta spaziale che era costretto ad indossare.

“Ecco,” disse Mahelr, tambureggiando sulla scrivania. “Ne hanno appena trovato un altro. Siamo costantemente bombardati da voialtri. Quando arriverà sulla Luna, ne scoprirà una cupola piena. Soltanto io ce ne ho mandati più di quattromila da quando ho assunto l’incarico di questo dipartimento. E questo è stato otto anni fa – nel 2776. Una media di cinquecento all’anno. Non passa giorno senza che qualcuno capiti qui da noi.

“E nessuno è stato rilasciato,” disse l’altro. “Ogni viaggiatore del tempo che è arrivato qui è stato spedito sulla Luna immediatamente. Nessuno escluso.”

“Nessuno escluso,” disse Mahler. Guardò attraverso i suoi spessi occhiali, cercando di capire che sorta di uomo era nascosto dentro la tuta spaziale. Mahler si poneva spesso domande sugli uomini che condannava così facilmente alla Luna. Questo era piccolo di statura, con sottili riccioli di capelli bianchi appiccicati sulla fronte a causa del sudore. Evidentemente era stato uno scienziato, un rispettabile uomo del suo tempo, forse un padre felice (anche se pochissimi viaggiatori del tempo avevano famiglia). Forse possedeva delle conoscenze scientifiche che sarebbero state di scarso valore per il ventottesimo secolo, o forse no. Non importava. Come tutti gli altri, doveva essere mandato sulla Luna, per vivere quel che restava dei suoi giorni nelle terribili, primitive condizioni della Cupola.

“Non crede che sia un po’ crudele?”chiese l’altro. “Sono venuto qui senza cattiveria, senza nessuna intenzione di fare del male. Sono semplicemente un osservatore scientifico del passato. Ho fatto il salto temporale spinto dalla curiosità. Non mi aspettavo che avrei trascorso il resto della vita in prigione.”

“Sono spiacente,” disse Mahler alzandosi. Decise di terminare il colloquio, doveva liberarsi di questo viaggiatore, perché subito dopo ce n’era un altro in arrivo. Certi giorni arrivavano a frotte e senza sosta, e questo sembrava uno di quei giorni. Ma gli efficienti tracciatori meccanici li intercettavano tutti.

“Ma non potrei vivere sulla Terra chiuso in questa tuta spaziale?” chiese il viaggiatore, in preda al terrore ora che vedeva che il suo colloquio con Mahler stava volgendo alla fine. “In questo modo sarei escluso da ogni contatto in qualunque momento.”

“Per favore, non mi renda la cosa più difficile,” disse Mahler. “Le ho spiegato perché dobbiamo essere assolutamente inflessibili al riguardo. Non ci possono essere – non ci devono essere – eccezioni. Sono trascorsi due secoli dall’ultimo episodio di malattia sulla Terra. In tutto questo tempo abbiamo perso la maggior parte della resistenza acquisita durante le precedenti innumerevoli generazioni di malattia. Sto rischiando la mia vita avvicinandomi tanto a lei, nonostante la tuta spaziale che la isola.”

Maler fece segno alle alte e nerborute guardie che aspettavano nel corridoio, chiuse nell’oscuro involucro che le proteggeva dalle infezioni. Questo era sempre il momento peggiore.

“Ascolti,” disse Mahler, aggrottando la fronte per l’impazienza. “Lei è una trappola mortale vagante. Probabilmente trasporta abbastanza patogeni da uccidere mezzo mondo. Perfino un raffreddore, un comune raffreddore, ne eliminerebbe milioni oggi. La resistenza alle malattie è semplicemente sparita negli ultimi due secoli, non è più necessaria, avendole sconfitte tutte. Ma voi viaggiatori del tempo vi presentate potenzialmente carichi di tutti i malanni che il mondo aveva in passato. E noi non possiamo rischiare di lasciarvi qui in queste condizioni.

“Ma io...”

“Lo so. Vorrebbe giurare per tutto quello che è sacro a lei o a me che non lascerebbe mai i confini della sua tuta spaziale. Spiacente. La parola dell’uomo più onorevole non ha alcun peso di fronte alla salvezza della vita di miliardi di abitanti della Terra. Non possiamo correre il rischio di permetterle di restare sulla Terra. Non è giusto, è crudele, è tutto quello che vuole. Lei non aveva idea che stava per imbattersi in qualcosa del genere. Ebbene, mi dispiace per lei. Ma sapeva che stava per intraprendere un viaggio di sola andata per il futuro e deve sottostare a tutto quello che il futuro vuol fare di lei, dal momento che non c’è modo di rimandarla indietro.”

Mahler iniziò a riordinare gli incartamenti sulla sua scrivania in un modo che stava ad indicare che erano giunti alla conclusione. “Sono terribilmente spiacente, ma lei deve comprendere il nostro modo di vedere la cosa. Siamo spaventati a morte alla sua sola presenza qui. Non possiamo permetterle di andarsene a zonzo per la Terra, nemmeno in una tuta spaziale. No, non c’è niente per lei se non la Luna. Devo essere assolutamente inflessibile. Portatelo via,” disse, con un cenno della mano verso le guardie. Quelli avanzarono verso il piccolo uomo e iniziarono ad accomodarlo gentilmente fuori dall’ufficio di Mahler.

Mahler sprofondò sollevato nella sedia pneumatica e si spruzzò in gola un laringogel. Questi lunghi discorsi lo facevano sempre sentire esausto, lasciandogli la gola arrossata e irritata. Prima o poi mi beccherò un cancro alla gola con tutto questo parlare, pensò Mahler. E questo comporterà la seccatura di un’operazione. Ma se non lo faccio io questo lavoro, lo dovrà fare qualcun altro. Mahler ascoltò impassibile le urla di protesta del viaggiatore del tempo. All’inizio era stato pronto a dare le dimissioni, quando assistette per la prima volta alle inevitabili reazioni frenetiche di viaggiatore dopo viaggiatore, mentre le guardie li trascinavano via, ma otto anni lo avevano indurito.

Gli avevano assegnato quell’incarico perché era un duro, prima di tutto. Era un lavoro che richiedeva un uomo duro. Condrin, il suo predecessore, non era stato la stessa specie di uomo che era Mahler, e per questa ragione ora Condrin era anche lui sulla Luna. Si era ammorbidito dopo aver diretto il dipartimento per un anno e aveva lasciato andare un viaggiatore; il viaggiatore aveva promesso di nascondersi nelle aree remore dell’Antartico e Condrin, pensando che l’Antartico fosse sicuro come la Luna, lo aveva stupidamente lasciato andare. Questo successe quando convocarono Mahler. In otto anni Mahler aveva spedito quattromila uomini sulla Luna. (Il primo fu il viaggiatore fuggiasco intercettato a Buenos Aires dopo aver lasciato una scia di malattie lungo l’emisfero che va dagli Appalchi al protettorato dell’Argentina. Il secondo fu Condrin).

Stava diventando un incarico usurante, pensò Mahler, ma era orgoglioso di ricoprirlo. Ci voleva un uomo forte per fare quello che stava facendo. Si appoggiò allo schienale e attese l’arrivo del prossimo viaggiatore.

La porta si aprì scivolando dolcemente mentre il robusto corpo del dottor Fournet, il capo del dipartimento medico, attraversava il raggio fotoelettronico. Mahler alzò lo sguardo. Fournet stava facendo dondolare da una mano un dispositivo temporale.

“L’ho preso al nostro ultimo cliente,” disse Fournet. “Ha detto al medico che lo esaminava che era un dispositivo bi-direzionale e ho pensato di portarlo a fartelo vedere.”

Di colpo, l’attenzione di Mahler si accese completamente. Un dispositivo bi-direzionale? Poco probabile, pensò. Ma poteva significare la fine della terribile prigione per viaggiatori sulla Luna, se fosse stato vero. Solamente, come poteva esistere un dispositivo bi-direzionale?

Allungò la mano e lo prese a Fournier. “Sembra essere un tipo standard del ventiquattresimo secolo,” disse.

“Ma osserva quest’altro quadrante extra,” disse Fournier. Mahler guardò e annuì.

“Sì, sembra essere un dispositivo bi-direzionale. Ma come possiamo testarlo? E inoltre, non è molto realistico,” disse Mahler. “Perché un dispositivo a doppio senso dovrebbe improvvisamente apparire dal ventiquattresimo secolo quando nessun altro viaggiatore ne aveva uno? Nemmeno noi abbiamo viaggi del tempo nelle due direzioni, e i nostri scienziati non pensano che sia possibile. Tuttavia,” rifletté, “è un bel sogno. Dobbiamo studiare la cosa un po’ più attentamente. Ma non penso seriamente che funzionerà. Portalo dentro, per favore.”

Mentre Fournier faceva segno alle guardie, Mahler gli chiese, “Qual è il tuo referto medico, a proposito”

“Detto fra noi,” disse Fournier cupamente, “Dinne una, e lui ce l’ha. La cosa migliore è spedirlo sulla Luna il prima possibile. Non mi sentirò al sicuro finché non sarà fuori da questo pianeta.” Il corpulento dottore salutò le guardie.

Mahler sorrise. L’eccessiva cautela di Fournier era proverbiale nel dipartimento. Se anche un viaggiatore fosse arrivato completamente libero da ogni malattia, Fournier avrebbe probabilmente insistito che aveva qualunque cosa che poteva andare dall’asma alla lebbra.

Le guardie portarono il viaggiatore nell’ufficio di Mahler. Era un uomo piuttosto alto e giovane. Era difficile vedere chiaramente la sua faccia attraverso l’opaco schermo protettivo della tuta spaziale che tutti i viaggiatori erano costretti ad indossare, ma Mahler poteva arguire che la faccia del giovane viaggiatore del tempo rassomigliava molto a quella dura e scarna di Mahler. Ebbe l’impressione che gli occhi del viaggiatore si fossero spalancati per la sorpresa entrando nell’ufficio, ma Mahler non ne era sicuro.

“Non mi sarei mai sognato di trovarla qui,” disse il viaggiatore. Il trasmettitore della tuta spaziale diffuse la sua voce con un suono cupo ed echeggiante. “Il suo nome è Mahler, vero?”

“Giusto,” acconsentì Mahler.

“Attraversare tutti questi anni e trovare lei. Quando si dice l’improbabilità!”

Mahler lo ignorò, rifiutandosi di accusare la provocazione. Aveva scoperto che era buona pratica non permettere ad un viaggiatore catturato di avere la meglio in una conversazione. La sua procedura standard era di spiegare con fermezza al viaggiatore i motivi per cui era imperativo che fosse spedito sulla Luna e poi mandarcelo, il prima possibile.

“Lei dice che questo è un dispositivo temporale per entrambe le direzioni?” chiese Mahler reggendo nella mano quell’attrezzatura apparentemente fragile.

“Proprio così,” acconsentì l’altro. “Funziona in entrambi i sensi. Se schiacciasse il pulsante, andrebbe di filato indietro al 2360, o giù di lì.”

“Lo ha costruito lei?”

“Io? No, assolutamente,” disse il viaggiatore. “L’ho trovato. E’ una lunga storia e non ho il tempo per raccontarla. In effetti, se provassi a raccontarla, renderei le cose dieci volte peggiori di quello che sono, se possibile. No, lasciamo perdere, va bene? So di non avere alcuna possibilità con lei, e voglio fare presto.”

“Lei sa, naturalmente, che questo è un mondo senza malattie...” iniziò Mahler solennemente.

“E che lei pensa che ho addosso abbastanza germi di ogni specie da cancellare tutto il mondo. E pertanto, lei deve essere assolutamente inflessibile con me. Non proverò a questionare con lei. Da che parte la Luna?”

Assolutamente inflessibile. La frase che Mahler aveva usato così tante volte e che lo riassumeva in modo così netto. Ridacchiò fra sé e sé; uno dei tecnici più giovani doveva aver imbeccato il viaggiatore sulla procedura solita e il saltatore si era rassegnato ad andare via pacificamente, senza prendersi la pena di supplicare. Era meglio così.

Assolutamente inflessibile.

Sì, pensò Mahler, quella frase gli stava a pennello. Stava diventando uno stereotipo nel dipartimento. Forse era l’unico capo dipartimento che non non si era mai ammorbidito e lasciato andare un viaggiatore. Probabilmente tutti gli altri, schiacciati sotto il peso di orde di curiosi che si riversavano dal passato, alla fine avevano ceduto e corso il rischio. Ma non Mahler, non l’Assolutamente Inflessibile Mahler. Egli conosceva la grande responsabilità che aveva sul groppone e non aveva alcuna intenzione di venir meno a quello che considerava un sacro dovere. Il suo lavoro era trovare i viaggiatori e mandarli via dalla Terra il più velocemente ed efficientemente possibile. Tutti. Era un compito che esigeva un’irriducibile inflessibilità.

“Questo facilita il mio lavoro,” disse Mahler. “sono contento di non doverla convincere della necessità del mio compito.”

“Assolutamente,” acconsentì l’altro. “Capisco. Non ci sprecherò nemmeno il fiato. Lei ha buoni motivi per quello che sta facendo e niente che io dica potrà cambiarli.” Si voltò verso le guardie. “Sono pronto. Portatemi via.”

Mahler fece un cenno con la mano e quelli condussero via il viaggiatore. Stupito, Mahler osservò la figura che si allontanava, studiandola finché non riuscì più a vederla.

“Se fossero tutti così,” pensò Mahler.

Potrei avermelo fatto piacere. Era un uomo ragionevole – uno dei pochi. Sapeva di aver perso e non ha tentato di discutere di fronte all’assoluta necessità. Peccato che sia dovuto andare, è il tipo di uomo che mi piacerebbe incontrare più spesso di questi tempi.

Ma non devo provare simpatia, si disse Mahler.

Aveva fatto il suo lavoro così bene per tanto tempo perché era riuscito a reprimere ogni simpatia per gli sfortunati che doveva condannare. Ci fosse stato un altro posto dove mandarli – indietro alla loro epoca, preferibilmente – sarebbe stato il primo a spingere per l’abolizione della prigione lunare. Ma in mancanza di un altro posto, faceva il suo lavoro in modo efficiente ed automatico.

Raccolse il dispositivo temporale del viaggiatore e lo esaminò. Un dispositivo bi-direzionale sarebbe stata la soluzione, naturalmente. Appena il viaggiatore arriva, lo rigiri e lo rimandi indietro. Avrebbero afferrato il concetto al volo. Mahler si scoprì a desiderare che fosse così; spesso si chiedeva cosa pensassero di lui i viaggiatori abbandonati sulla Luna.

Un dispositivo bi-direzionale poteva cambiare il mondo, la sue implicazioni erano sbalorditive. Con uomini capaci di muoversi facilmente avanti e indietro nel tempo, passato presente e futuro si fonderebbero in una nuova sconcertante entità. Era impossibile immaginare come sarebbe stato il mondo, con passaggi possibili in entrambe le direzioni.

Ma proprio mentre Mahler rigirava tra le mani il dispositivo temporale che aveva confiscato, capì che c’era qualcosa che non andava. Nei cinque secoli trascorsi dallo sviluppo dei viaggi nel tempo, nessuno aveva ancora sviluppato un dispositivo bi-direzionale di cui si sapesse qualcosa. E, cosa più importante, non c’erano resoconti ufficiali di visitatori dal futuro. Presumibilmente, se un dispositivo bi-direzionale fosse esistito, questi visitatori sarebbero stati una cosa normale.

Pertanto, il viaggiatore aveva mentito. Pensò Mahler con rammarico. Il dispositivo temporale bi-direzionale era impossibile. Aveva semplicemente fatto uno scherzo a quelli che lo avevano catturato. Questo non poteva essere un dispositivo bi-direzionale, perché il passato non conservava memorie di qualcuno che era tornato indietro.

Mahler esaminò il dispositivo. Sopra, c’erano due quadranti: uno era il convenzionale quadrante per i salti in avanti ed un altro indicava il viaggio di ritorno. Chiunque avesse preparato questa bufala, si era dato un gran daffare per congegnarla. Perché?

Possibile che il viaggiatore avesse detto la verità? Mahler avrebbe voluto testare in qualche modo il dispositivo nelle sue mani, c’era sempre una probabilità che potesse funzionare veramente, così non avrebbe più dovuto essere il rigido dispensatore di giustizia. Assolutamente Inflessibile Mahler.

Lo osservò attentamente. Come macchina del tempo era abbastanza grezzo. Usava lo schema distorsivo standard, ma il quadrante era il rozzo modello ad ampio raggio del ventiquattresimo secolo, il sistema di precisione nonio, rifletté Mahler, non sarebbe stato introdotto fino al venticinquesimo secolo.

Mahler lo osservò più da vicino per leggere l’etichetta con le istruzioni. METTERE LA MANO SINISTRA QUI, diceva. Lo studiò attentamente. L’ombra di un pensiero gli balenò per la testa, la scacciò con orrore, ma quella ritornò. Sarebbe stato così semplice.

E se…?

No.

Ma…

METTERE LA MANO SINISTRA QUI.

Allungò la mano sinistra con esitazione.

Solamente un po’…

No.

METTERE LA MANO SINISTRA QUI.

Appoggiò delicatamente la mano sinistra nel posto indicato. Ci fu una piccola scarica elettrica. Lasciò andare immediatamente e iniziò a rimettere il dispositivo temporale sulla scrivania, quando improvvisamente la scrivania scomparve sotto di lui.

L’aria era fetida e sporca. Mahler si chiese cosa fosse successo al condizionatore. Poi si guardò intorno.

Imponenti, grotteschi edifici si elevavano fino al cielo. In alto, nere, angoscianti nuvole di fumo. Il fragore di una società industriale.

Si trovava al centro di una immensa città, con fiumi di gente che lo sorpassavano ad un ritmo furioso. Erano tutte creature piccole, rachitiche, dallo sguardo torvo, le loro facce tirate e nevrotiche. Era la stessa espressione cupa e spaventata che Mahler aveva visto tante volte sulle facce dei viaggiatori che fuggivano verso quello che loro speravano potesse essere un futuro molto più congeniale.

Guardò il dispositivo temporale che stringeva in una mano e capì quello che era successo.

Il dispositivo bi-direzinale.

Questo significava la fine delle prigioni lunari. Significava una rivoluzione nella civiltà. Ma non aveva più niente da fare in questa epoca da incubo. Allungò la mano per attivare il dispositivo temporale.

Inaspettatamente, qualcuno lo spinse da dietro facendolo sobbalare. Il fiume di gente scorreva rapido, mentre lui si sforzava di recuperare il proprio controllo. Di colpo, una mano si allungò e lo afferrò per la nuca.

“Documenti, sporcaccione!”

Si girò di scatto per trovarsi faccia a faccia con un brutto ceffo dallo sguardo strabico, in un’uniforme marrone scuro con una fila di bottoni metallici.

“Mi senti? Dove sono i tuoi documenti, maniaco? Parla o ti porto in centrale.”

Mahler si divincolò dalla presa dell’umo e iniziò a farsi strada tra la folla, desiderando niente altro che un momento per avviare il dispositivo temporale e andarsene da quella squallida era infetta. Mentre spingeva le persone per farsi strada, quelli gli gridavano contro rabbiosamente.

“C’è un maniaco,” gridò qualcuno. “Prendetelo!”

L’urlo divenne un boato. “Prendetelo! Prendetelo!”

In qualunque posto, in qualunque epoca si trovasse, non era posto da restarci a lungo. Girò a sinistra e corse a perdifiato lungo una stradina laterale, adesso era una vera e propria marea di gente che gli correva dietro gridando selvaggiamente.

“Chiamate l’anticrimine!” Rimbombò una voce profonda. “Lo arresteranno!”

Qualcuno lo raggiunse e, senza guardare, Mahler allungò un braccio dietro e lo colpì, forte. Sentì un cupo grugnito di dolore e continuò a correre. Quell’insolita attività fisica lo stava stancando velocemente.

Una porta aperta attirò la sua attenzione. Entrò, trovandosi dentro un qualche negozio di elettronica, e chiuse la porta sbattendo. Avevano ancora porte manuali, osservò freddamente una remota parte del suo cervello.

Si avvicinò un commesso, “Posso aiutarla, signore? Da questa parte ci sono gli ultimissimi modelli.”

“Lasciami stare,” ansimò Mahler, fissando lo sguardo sul dispositivo temporale. Il commesso lo guardò senza capire, mentre Mahler armeggiava con il piccolo quadrante.

Non c’era il sistema venier. Doveva andare per approssimazione e sperare di acchiappare l’anno giusto. Il commesso improvvisamente gridò e iniziò ad agitarsi per motivi che Maher non avrebbe mai capito. Maheler lo scansò e premette selvaggiamente il pulsante.

Fu meraviglioso ritornare nell’Appalachia del ventottesimo secolo. C’era poco da meravigliarsi se tanti viaggiatori del tempo venivano qui, rifletté Mahler, mentre aspettava che il suo cuore stressato si calmasse. Tutto sarebbe stato preferibile a quel passato.

Cercò lungo quella strada tranquilla una toilette dove poter medicare i graffi e le escoriazioni che si era procurati durante la sua breve sosta nel passato. Difficilmente sarebbero stati in grado di riconoscerlo al dipartimento nella sua presente malandata condizione, con un occhio quasi chiuso, un grande ponfo livido sulla guancia e i suoi abiti ridotti a brandelli.

Avvistò una toilette e vi si diresse, fermandosi al suono di un familiare ronzio meccanico. Si guardò intorno e vide uno dei tracciatori meccanici del dipartimento avanzare lentamente verso di lui, immediatamente seguito da due guardie del dipartimento, ricoperte dai loro involucri protettivi.

Naturalmente. Era arrivato dal passato e i tracciatori avevano registrato il suo arrivo, come per ogni viaggiatore del tempo. Non ne perdevano uno.

Si girò e camminò verso le guardie. Non riconobbe nessuno dei due, ma questo non lo sorprese, il dipartimento era un’organizzazione vasta e ad ampio raggio e lui conosceva solo alcune delle tante guardie che accompagnavano i tracciatori. Fu un gran sollievo vedere il tracciatore; l’uso dei tracciatori era stato stato istituito durante la sua amministrazione, così almeno sapeva di non essere ritornato troppo presto lungo il flusso temporale.

“È bello vedervi,” gridò alle guardie che si avvicinavano.

“Ho avuto un piccolo incidente in ufficio.”

Quelli lo ignorarono e iniziarono a spacchettare metodicamente una tuta spaziale tirata fuori dal baule del tracciatore meccanico.

“Lascia perdere le chiacchiere,” disse uno. “Mettiti questa.”

Lui impallidì. “Ma non sono un viaggiatore,” disse. “Un momento, ragazzi. Questo è tutto un errore. Sono Mahler, il capo del dipartimento. Il vostro capo.”

“Non scherzare con noi, amico,” disse la guardia più alta, mentre l’altro calava a forza la tuta spaziale sulla testa di Mahler. Con orrore, Mahler capì che non lo riconoscevano.

“Se vieni con noi senza fare storie e lasci che il capo ti spieghi ogni cosa, con calma...” disse la guardia più bassa.

“Ma io sono il capo,” protestò Mahler. “Stavo esaminando un dispositivo temporale bi-direzionale nel mio ufficio e accidentalmente mi sono spedito nel passato. Toglietemi di dosso questa roba e vi mostrerò la mia carta d’identità, questo dovrebbe convincervi.”

“Senti, amico, noi non vogliamo essere convinti di niente. Dillo al capo, se vuoi. Adesso, vieni con noi o ti ci dobbiamo portare di peso?”

Era inutile, decise Mahler, tentare di provare la sua identità a quello sbarbatello di dottore che lo stava visitando nell’ambulatorio del dipartimento. Capì che avrebbe soltanto aggiunto più complicazioni. No, avrebbe aspettato finché non fosse entrato nell’ufficio del capo.

Adesso capiva cosa era successo. Evidentemente era arrivato nel suo futuro poco dopo la sua morte. Qualcun altro aveva assunto la direzione del dipartimento e lui, Mahler, era stato dimenticato. Improvvisamente, Mahler si rese conto con sgomento che in quel preciso momento le sue ceneri probabilmente riposavano in un’urna nel crematorio di Appalachia.

Una volta arrivato dal capo del dipartimento, avrebbe semplicemente spiegato con calma la sua identità e chiesto il permesso di tornare dieci, venti o trenta anni indietro al tempo a cui apparteneva e dove avrebbe consegnato il dispositivo bi-direzionale alle autorità delegate e ripreso la sua vita dal momento in cui era partito. E quando questo fosse accaduto, i viaggiatori non sarebbero più stati mandati sulla Luna e non ci sarebbe più stato bisogno dell’Assolutamente Inflessibile Mahler.

Ma, si rese conto, se ho già fatto tutto questo, perché c’è ancora il dipartimento? Una strana paura iniziò a crescere dentro di lui.

“Si sbrighi a finire quel rapporto,” disse Mahler al medico.

“Non capisco questa fretta,” disse il medico. “A meno che non le piaccia la Luna.”

“Non si preoccupi per me,” disse Mahler baldanzosamente. “Se le dicessi chi sono, ci penserebbe due volte a...”

“È questo il suo dispositivo temporale?” chiese il medico annoiato, interrompendolo.

“Veramente no. Voglio dire… sì, è questo,” disse Mahler. “E faccia attenzione. È l’unico dispositivo bi-direzionale al mondo.”

“Ma davvero?” disse il medico. “Bi-direzionale, eh?”

“Sì, e se mi porta dal suo capo...”

“Un momento. Voglio mostrarlo al medico capo.”

Dopo pochi minuti, il medico ritornò. “Molto bene, andiamo dal capo, adesso. Le consiglio di non prendersi la pena di discutere, non ce la può fare. Avrebbe dovuto restare da dove è venuto.”

Comparvero due guardie e spintonarono Mahler lungo il familiare corridoio verso il piccolo ufficio vividamente illuminato dove lui aveva trascorso otto anni. Otto anni dall’altra parte della barricata.

Mentre si avvicinava alla porta di quello che una volta era stato il suo ufficio, pianificò accuratamente quello che avrebbe detto al suo successore. Avrebbe spiegato l’incidente, spiegato la sua identità come Mahler e chiesto il permesso di usare il dispositivo bi-direzionale per tornare al suo tempo. Probabilmente il capo sarebbe stato agguerrito all’inizio, poi curioso e infine divertito per la catena di eventi che avevano intrappolato Mahler. E, naturalmente, lo avrebbe lasciato andare, dopo essersi scambiati aneddoti sul loro lavoro, lavoro che entrambi svolgevano nello stesso momento ma a distanza di anni. Mahler giurò che non avrebbe più toccato la macchina del tempo, una volta tornato indietro. Avrebbe lasciato ad altri il gravoso incarico di rimandare i viaggiatori alle loro epoche.

Attraversò il raggio fotoelettrico. La porta del capo dipartimento si aprì scivolando. Dietro la scrivania sedeva un uomo alto, dall’aspetto vigoroso, magro e duro.

Io.

Attraverso lo schermo opaco della tuta spaziale in cui era stato infilato, Mahler vide l’uomo dietro la scrivania. Lui stesso. L’Assolutamente Inflessibile Mahler. L’uomo che aveva spedito quattromila uomini sulla Luna, senza eccezione, nel ferreo conseguimento del suo incarico.

E se lui è Mahler…

Chi sono io?

Improvvisamente Mahler capì che il folle cerchio si era chiuso. Ricordò il viaggiatore, quel viaggiatore del tempo dalla voce ferma, profonda, senza paura, che era arrivato affermando di avere un dispositivo bi-direzionale, che si era messo in marcia verso la Luna senza discutere. Adesso Mahler sapeva chi era quel viaggiatore.

Ma come era partito quel ciclo? Prima di tutto, da dove arrivava quel dispositivo bi-direzionale? Lui era andato nel passato per portarlo nel presente per portarlo nel passato….

La testa gli girava. Non c’era via d’uscita. Guardò l’uomo dietro la scrivania e iniziò a camminare verso di lui, sentendo crescere intorno a lui un muro di circostanze avverse, mentre lui, frustrato, cercava inutilmente di trovare la sua via di fuga. Era assolutamente inutile discutere. Non con l’Assolutamente Inflessibile Mahler. Sarebbe stato solo fiato sprecato. La ruota sveva completato il suo giro, e lui era praticamente sulla Luna. Guardò l’uomo dietro la scrivania con una nuova strana luce negli occhi.

“Non mi sarei mai sognato di trovarla qui,” disse il viaggiatore. Il trasmettitore della tuta spaziale diffuse la sua voce con un suono cupo ed echeggiante. 

"L'uomo che visse nel futuro"1960 da un romanzo di H.G.Wells

 

FINE