venerdì 3 luglio 2015

Un tetto per la notte


Testa o croce

 

Un altro titolo per questo breve racconto (A Lodging for the Night, 1877) potrebbe essere Un'avventura di François Villon. Il protagonista di quest'avventura notturna, in una Parigi trasformata dalla neve in un paesaggio fantastico e minaccioso, è proprio il poeta vagabondo (Parigi, 8 aprile 1431 o 1432 – dopo l'8 gennaio 1463) autore della famosa Balladedes pendus (La ballata degli impiccati, 1462), dove invoca pietà per i ladri e gli assassini della cui consorteria faceva parte a pieno titolo. Laureatosi in lettere alla Sorbona, perseguitato dalla miseria, fu spesso coinvolto in furti e risse, fino ad essere condannato a morte, riuscendo sempre a sfuggire alla forca. Per Stevenson, Villon rappresenta l'ambiguità dell'essere umano, capace, allo stesso tempo, di compiere grandi bassezze e creare sublime bellezza, sempre in balia del capriccio del caso. L'universo disegnato da Stevenson non è più quello deterministico del Medioevo, dove a ciascuno veniva assegnato un destino fin dalla nascita, e nemmeno quello del rinascimento italiano, dove ognuno poteva essere faber fortunae sui. E,' invece, un universo caotico dove regna il caso, testa o croce, appunto, come la misera moneta che Villon non esita a rubare dal cadavere di una povera prostituta morta dal freddo, che diventa emblema della bassezza a cui anche una grande anima può arrivare se spinta dai bisogni più elementari, ma anche simbolo della precarietà della condizione umana (tema centrale della famosa Ballade des dames du temps jadis). Al vecchio gentiluomo che gli dà asilo durante la notte, e che cercherà, invano, di fare appello alla sua cultura e ai suoi buoni sentimenti, Villon replica con amaro cinismo “Ma se io fossi nato signore di Brisetout, e voi foste il povero chierico François... Non sarei io il soldato e voi il ladro?”
E in un mondo ingiusto e diseguale, oggi come ieri, sembra che a dominare le nostre vite sia ancora il caso, a dispetto di tutti i nostri deliri di onnipotenza.
 

*Anche De Andrè si è ispirato a Villon e ha messo in musica La ballata degli impiccati

*Georges Brassens ha invece messo in musica La ballade des dames du temps jadis 

*Una selzione delle poesie più famose di di Villon: Ballate del tempo che se ne andò. Poesie scelte. Testo francese a fronte
Villon François, cur. Mussapi R., 2008, Il Saggiatore


*Un bel fil per riflettere sull'importanza del caso nelle nostre vite solo apparentemente programmate e prevedibili: Match Point di Woody Allen, 2005


Un tetto per la notte

di
Robert Louis Stevenson, 1877



Île de la Cité


Era la fine di novembre del 1456. La neve cadeva su Parigi con gelida e spietata pertinacia; a volte il vento faceva le sue sortite e la spargeva intorno in fugaci mulinelli; a volte c'era bonaccia, e fiocco dopo fiocco scendeva giù dalla nera aria della notte, silenziosa, vorticosa, interminabile. Alla povera gente, che guardava al cielo da sotto le sopracciglia umide, sembrava un mistero da dove potesse venirne così tanta. Quel pomeriggio, Mastro François Villon aveva proposto un rompicapo, davanti alla finestra di una taverna: era soltanto il pagano Giove che spennava oche sull'Olimpo? O erano i santi angeli che mutavano le penne? Egli era solo un povero maestro di belle lettere, proseguì, e dal momento che il problema toccava in qualche modo il divino, non osava azzardare una conclusione. Un vecchio prete matto proveniente da Montagris, che era della combriccola, offrì alla giovane canaglia una bottiglia di vino in onore alla facezia e alle smorfie che l'avevano accompagnata, e giurò sulla sua barba bianca che era stato proprio un altro cagnaccio irriverente quando aveva l'età di Villon. 

giovedì 23 aprile 2015

La sfera dei sensi



Il fantasma geloso


La giornalista e scrittrice americana Olivia Howard Dunbar (1873–1953, vedi nota biografica*) nell'articolo di fondo apparso sul The Dial nel primo giugno del 1905 lamentava “la decadenza del Fantasma nella fiction.” La Dunbar sosteneva che “sin dalla nascita della letteratura... quello che noi chiamiamo soprannaturale era stata la materia prima dei narratori.” Faceva notare come i fantasmi erano onnipresenti nel folklore e nelle ballate inglesi e che, durante la metà dell'ottocento, le storie di fantasmi erano all'ordine del giorno nelle riviste americane e soprattutto negli annuari natalizi. “Ma, improvvisamente, e misteriosamente, i fantasmi sparirono dalle riviste.” Né potevano essere considerate un argine a questa decadenza le storie di Henry James, in particolare The Turn of the Screw, dal momento che “il suo racconto è probabilmente troppo esoterico per essere considerato tipico.” Insomma, la Dunbar sperava in un “ritorno del fantasma nella letteratura.”
La sua speranza si realizzò negli anni successivi al suo articolo, in quanto un buon numero di scrittori, molti dei quali donne, pubblicarono storie con fantasmi di vario genere. Lei stessa contribuì a quella rinascita, scrivendo diverse storie psicologiche di fantasmi in cui analizza il ruolo delle donne nel matrimonio e nella vita sociale.
Pubblicato tre anni dopo questo saggio, The Shell of Sense (La sfera dei sensi), è un racconto unico nel suo genere. La storia, infatti, è narrata in prima persona dal fantasma della protagonista, una donna che osserva il marito, ancora in vita, con gelosia e preoccupazione. La donna, ormai libera dalle “nebbie... (che avvolgono) coloro che vivono nella sfera dei sensi,” finalmente realizza che il suo amore non è mai stato ricambiato, e che tutte le cure e le attenzioni che il marito aveva avuto per lei erano state il frutto di un profondo senso di colpa, dal momento che l'uomo è sempre stato segretamente innamorato della giovane cognata che vive nella loro casa. Questa presa di coscienza, dapprima dolorosa, sarà infine liberatoria, sia per la protagonista che per i suoi cari.

Il tema del triangolo amoroso con fantasma sarà sfruttato dal commediografo inglese Noel Coward nella commedia brillante Blithe Spirit (Spirito gaio, 1940), che si prende gioco proprio del rinato interesse per lo spiritualismo che caratterizzò la prima metà del '900.




La sfera dei sensi
di

OLIVIA HOWARD DUNBAR 
 


Magritte "The Lovers" - 1928



Era rimasta insopportabilmente immutata, quella stanza dai toni cupi e indistinti. In una dolorosa ricognizione, il mio sguardo scorreva dall'uno all'altro degli oggetti confortevoli e familiari tra i quali avevo trascorso la mia vita terrena. Improvvisamente, notai che anche gli spazi che io stessa avevo lasciato sugli scaffali della libreria restavano ancora vuoti; che le dita delicate delle felci di cui mi ero presa cura erano ancora futilmente tese verso la luce; che il sommesso chiocciolio del mio orologino, come una vecchia signora con cui la conversazione era diventata automatica, era sempre lo stesso. 

giovedì 26 marzo 2015

La casa del fantasma


Non entrare in quella stanza


The Spook House, scritta da Ambrose “Bitter” Bierce nel 1889, narra le vicende di due viaggiatori che, in una notte di tempesta, trovano rifugio in una vecchia casa abbandonata da anni e già oggetto di superstiziose paure che, purtroppo per i protagonisti, alla fine si riveleranno vere. Uno di loro, infatti, resta prigioniero della casa, intrappolato, per sempre, in una stanza che era diventato il cupo sepolcro dei suoi precedenti abitanti e di altri sfortunati viaggiatori, improvvisamente scomparsi, senza lasciar traccia di sé.
Il tema della stanza segreta, e dei suoi orrori, è caro alla letteratura di tutti i tempi, compresa quella per l'infanzia, come nella favola di Barbablù. Ma per Bierce quella stanza non è solo la metafora della parte oscura del nostro subconscio e dei suoi fantasmi, il suo orrore è molto più simile all'orrore cosmico teorizzato da Lovecraft. I viaggiatori, nell'oltrepassare la soglia di quella casa hanno la netta sensazione di aver attraversato il varco che porta ad un'altra dimensione, completamente avulsa dalla realtà esterna: “Non un baluginio dell'incessante bagliore dei fulmini penetrava attraverso le finestre o le crepe dei muri, non un sussurro del terribile tumulto esterno li raggiungeva.” La sua architettura labirintica la rende simile ad un disegno di Escher; quando, infatti, il protagonista cerca di uscire fuori attraverso la porta d'ingresso, scopre che ora questa “Conduceva in un'altra stanza!” Quando alcuni mesi dopo torna in quella casa per recuperare almeno il cadavere del suo compagno, della stanza segreta non si trova più traccia, essa sembra sparita dalla faccia della terra con tutto il suo carico di orrore.
Quasi una premonizione della sua misteriosa fine: “Bitter” Bierce sparì nel 1913 mentre, forse, era al seguito della rivoluzione di Pancho Villa. Ma cosa sia veramente successo di lui, nessuno lo sa. Svanì, per dirlo con le sue parole, in uno spazio “attraverso cui oggetti animati e inanimati possono cadere nel mondo invisibile e non essere più visti né sentiti.”

Su You Tube potete ascoltare una suggestiva drammatizzazione interpretata da Giancarlo Giannini




La casa del fantasma
di
Ambrose Bierce






Lungo la strada che da Manchester, nel Kentucky orientale, conduce a nord, a venti miglia da Boonville, c'era, nel 1862, una casa coloniale in legno la cui qualità era alquanto superiore alla maggioranza delle abitazioni del luogo. L'anno successivo, la casa fu distrutta da un incendio – probabilmente ad opera di alcuni sbandati della colonna in ritirata del generale George W. Morgan, ricacciata dal generale Kirby dal passo di Cumberland verso il fiume Ohio. Quando fu distrutta, la casa era disabitata da quattro o cinque anni. I campi tutto intorno erano infestati di rovi, i recinti scomparsi, e perfino le poche baracche degli schiavi e gli edifici esterni in generale, erano parzialmente in rovina a causa dell'abbandono e dei saccheggi, perché i negri e i bianchi poveri del vicinato trovavano nell'edificio e negli steccati un'abbondante riserva di legna, di cui si approfittavano senza esitazione, apertamente e alla luce del giorno. Solamente alla luce del giorno: al cadere delle tenebre nessun essere umano, eccetto i forestieri di passaggio, osava avvicinarsi a quel luogo. 

venerdì 27 febbraio 2015

La messa degli spettri


Amor Vincit Omnia


La messa degli spettri (La messe des ombres) di Anatole France, fa parte di una collezione di racconti raccolti sotto il titolo di L'etui de nacre (L'astuccio di madreperla, 1892) che comprende 17 racconti brevi, di cui i primi sei sono ambientati nell'antichità o nel Medio Evo e si focalizzano su figure religiose (sulla scia del primo racconto Il procuratore della Giudea). Gli altri testi sono ambientati in tempi più recenti e i personaggi non sono direttamente collegati alla religione, anche se alcuni di loro conservano un'aura di santità, proprio come Catherine Fontaine, la protagonista della nostra storia.

Molte di questi racconti hanno in comune l'interesse di France per il soprannaturale, in particolare La messe des ombres sembra influenzata dall'interesse per lo spiritualismo, tipico dell'ottocento. Ma ciò che unifica tutte le storie, comunque, è l'evocazione dell'irrazionale. L'astuccio di France custodisce gelosamente ricordi ed emozioni da rievocare solo in momenti di nostalgia per l'irrazionalità. I colori cangianti della madreperla, invece, suggeriscono la varietà dei contenuti, che possono assumere diversi significati, a seconda del punto di vista da cui li si osserva. Proprio come i colori dell'astuccio cambiano con il movimento.

Ne La messa degli spettri, in particolare, France ha dato risalto al più dolce dei peccati: l'amore. La protagonista, infatti, è una vecchia merlettaia che in gioventù ha amato un nobile cavaliere. Alla sua morte, è rimasta sola con i suoi ricordi e il peso del suo peccato, essendo una donna profondamente religiosa. Ma “l'amore è più forte della morte,” com'è scritto sui muri della sua diroccata dimora, e in una notte di magia, la donna incontra il suo antico amante durante una messa che Dio, impietosito dalle loro sofferenze per l'assenza dell'amato, ha concesso alle anime del purgatorio che hanno peccato “per amore carnale... ma senza malizia” proprio come loro due. L'indomani Catherine è trovata morta. E noi lettori siamo sicuri che il suo peccato è stato perdonato. L'amore carnale è un peccato imperdonabile per la chiesa, ma non per il Cristo misericordioso di France, che ha perdonato l'adultera e benedetto la prostituta pentita.


Libri consigliati:
La rosticceria della regina Pie' d'Oca
France Anatole, cur. Giuliana M., Novecento
Le sette mogli di Barbablù. E altri racconti meravigliosi
France Anatole, 2004, Donzelli
La rivolta degli angeli
France Anatole, cur. Saviano R., 2010, Meridiano Zero
L'isola dei pinguini
France Anatole, 2012, Isbn Edizioni
Il procuratore della Giudea
France Anatole, 1984, Sellerio Editore Palermo
trad. L. Sciascia









La messa degli spettri
di

ANATOLE FRANCE

 

Il bacio- Francesco Hayez, 1859


Questa è la storia che il sacrestano della chiesa di Sainte-Eulalie, a Neuville-d’Aumont, mi ha raccontato sotto il pergolato dell'osteria del Cavallo Bianco, durante una bella sera d'estate, bevendo una bottiglia di vino vecchio alla salute di un morto molto facoltoso, che quella stessa mattina aveva condotto al cimitero con tutti gli onori, sotto un drappo disseminato di belle lacrime d'argento.

lunedì 9 febbraio 2015

Le quattro signorine Willis


LONDON STREET VIEW


Sketches by "Boz," Illustrative of Every-day Life and Every-day People , è una raccolta di bozzetti scritti da Charles Dickens per diversi giornali e periodici tra il 1833 e il 1836 e poi pubblicati in volume nel 1836, con le illustrazioni di George Cruikshank, considerato l'erede di Hogart. I 56 sketches contengono scene di vita quotidiana della Londra dell'epoca e dei suoi abitanti e sono divisi in quatttro sezioni: "Our Parish", "Scenes", "Characters" and "Tales."
Il racconto Le Quattro sorelle appartiene alla prima sezione, “Our Parrish,” e narra dell'arrivo nella parrocchia di quattro sorelle zitelle, le signorine Willis, e delle loro stravaganti vicende sentimentali che mettono a dura prova la curiosità dei vicini.
La parrocchia è presentata da Dickens come una sorta di microcosmo di quella Londra tentacolare che era cresciuta così in fretta da richiedere l'intervento di un mediatore, il cronista, appunto, per essere raccontata ai suoi abitanti.
Nei venti anni precedenti agli Sketches, la popolazione della capitale, era salita da un milione di residenti nel 1811 a 1.650.000 nel 1837. Per i londinesi divenne irriconoscibile. Da instancabile flaneur, Dickens percorse sistematicamente le strade della città, annotando le osservazioni da cui trarre il materiale per nutrire l'insaziabile curiosità dei suoi concittadini.
Filo conduttore di quest'opera altrimenti frammentaria è il narratore, Boz, appunto, che è a sua volta un personaggio degli schizzi, e si riferisce a sé stesso con il pronome “WE,” come nella miglior tradizione settecentesca. Ma se come personaggio è parte della narrazione, come cronista e osservatore ne prende le distanze, e questo gli permette di avere una libertà di movimento negata ai protagonisti dei suoi schizzi, che sono al contrario fissi nel carattere e nelle abitudini. Essi sono identificati dal loro comportamento ripetitivo e compulsivo, proprio come le signorine Willis: “They always sat, in the same places, doing precisely the same things at the same hour. The eldest Miss Willis used to knit, the second to draw, the two others to play duet on the piano. They seemed to have no separate existence, but to have made up their minds to winter through life together.” E sembra che sia proprio la ripetitività delle loro azioni a creare i personaggi, e non il contrario. Esse sono la copia l'una dell'altra, al punto da gettare nella più profonda costernazione il vicinato quando annunceranno: We are going to marry Mr. Robinson.” Anche il linguaggio, naturalmente, si arricchisce di anafore, parallelismi, similitudini che danno vita ai personaggi e ritmo al testo. Ma è proprio l'enfasi ossessiva sui tic dei personaggi a renderli unici e irripetibili, più che reali, surreali.





Le quattro sorelle

da “Sketches by Boz”

Charles Dickens

 

 



Non c'è dubbio che la fila di case in cui risiedono la vecchia signora e il suo molesto vicino1, contenga, entro i suoi confini, un numero di personaggi più grande di tutto il resto della parrocchia messa insieme. Dal momento che, coerentemente con il nostro piano di lavoro, non possiamo, comunque, estendere il numero dei nostri schizzi parrocchiali oltre a sei, sarà meglio, forse, scegliere i più peculiari e presentarveli senza ulteriori preamboli.
Le quattro signorine Willis, quindi, si stabilirono nella nostra parrocchia tredici anni fa. E' un pensiero malinconico il fatto che la vecchiaia - “Il tempo e la marea non aspettano nessuno” - colpisca con egual forza la parte più leggiadra della creazione, e volentieri taceremmo il fatto che, anche tredici anni fa, le signorine Willis erano ben lungi dall'essere giovani. Il nostro dovere come fedeli cronisti dei fatti della parrocchia, comunque, è di gran lunga superiore ad ogni altra considerazione, e siamo obbligati ad ammettere che, tredici anni fa, le autorità in questioni matrimoniali consideravano la più giovane delle signorine Willis in uno stato molto precario, mentre la più anziana delle sorelle non veniva nemmeno presa in considerazione, essendo ormai al di là di ogni umana speranza.

domenica 25 gennaio 2015

La storia di Mimi-nashi-Hoichi


UN AMERICANO ALLA CORTE DEL SOL LEVANTE





“Lafcadio Hearn, strange, wandering, and exotic” così lo definisce H.P. Lovecraft nel suo famoso saggio “Supernatural Horror in Literature” (1927). E sicuramente questi tre aggettivi ben descrivono la vita avventurosa e lo stile di questo autore ormai quasi dimenticato, ma che fu un importante mediatore tra la cultura occidentale e quella giapponese. Morì nel settembre del 1904, alla vigilia del conflitto tra Russia e Giappone per il controllo della Manciuria e della Corea, e che si concluse nel 1905 con una delle prime vittorie dell'era moderna di una nazione asiatica su una europea: il Giappone rafforzò così il suo prestigio e cominciò ad essere considerato una grande potenza moderna.


Ma questo vagabondo delle isole non fu attratto dalla modernità, bensì da quel Giappone che stava ormai sparendo tra le ombre - avendo sempre preferito le ombre alla luce – e vi si tuffò dentro, crogiolandosi nell'illusione che quello fosse il “vero” Giappone.


Fu in un'isola greca, Leucade (Lefkada, da cui il suo nome), che nel 1850 venne al mondo, figlio di un ufficiale irlandese dell'esercito inglese e di una donna greca. A sei anni si trasferì in Irlanda, dove ricevette un'educazione piuttosto casuale. A diciannove anni - dopo una breve e spasmodica esperienza educativa in Inghilterra e Francia - fu spedito negli Stati Uniti, e qui, dopo un periodo di grande indigenza, il suo talento gli permise di diventare un affermato giornalista, particolarmente affascinato da storie “fuori dall'ordinario.” I suoi articoli di cronaca nera, pieni di dettagli raccapriccianti, erano letteralmente divorati dai suoi lettori.


Nel 1889 fu inviato in Giappone come giornalista corrispondente. Qui Hearn si sentì finalmente a casa e trovò la sua più grande ispirazione. Lavorò come insegnante di letteratura inglese e sposò Setsu Koizumi, la figlia di una famiglia di samurai, diventando un Giapponese naturalizzato con il nome di Koizumi Yakumo.


Il suo periodo più prolifico fu tra il 1896 e il 1903. In questo periodo scrisse sui costumi, la religione e la letteratura del Giappone e tradusse in un inglese fluido e allusivo storie e leggende del folklore nipponico - Exotics and Retrospective (1898), In Ghostly Japan (1899), Shadowings (1900), A Japanese Miscellany (1901), Kottó:Being Japanese Curios, with Sundry Cobwebs (1902).


Nel 1904 pubblicò Kwaidan, una raccolta di storie soprannaturali, da cui è tratto il racconto che ho tradotto per voi: LA STORIA DI MIMI-NASHI-HOICHI, sulle disavventure di un povero cantore cieco narrate in uno stile sospeso tra horror, dettagli splatter e macabra comicità. Nel 1965 fu girato il film Kwaidan, ispirato a quattro dei racconti contenuti nel libro - inclusa la storia di Hoichi - che fu molto apprezzato dalla critica.


Il suo ultimo e più conosciuto libro, Japan, an Attempt at an Interpretation (1904) , contiene una serie di lezioni che avrebbe dovuto tenere per la Cornell University (N.Y.), ma Hearn morì prima di poter ritornare negli States. Questi scritti rappresentano una presa di distanza dalla sua prima e idealizzata visione del Giappone e gli diedero una nuova e drammatica notorietà durante la seconda guerra mondiale.


LIBRI CONSIGLIATI:

Centouno storie zen
cur. Senzaki N., Reps P., 1973, Adelphi

Poesie. Haiku e scritti poetici. Testo giapponese a fronte
Bashô Matsuo, cur. Muramatsu M., 2008, La Vita Felice

Kokoro. Il cuore della vita giapponese
Hearn Lafcadio, 2013, Luni Editrice

Nel Giappone spettrale
Hearn Lafcadio, cur. Rovagnati G., 1991, Tranchida

Il bambino che disegnava gatti-The boy who drew cats
Hearn Lafcadio, 1992, Ugo Mursia Editor










LA STORIA DI MIMI-NASHI-HOICHI

Lafgadio Hearn








Più di settecento anni fa, a Dan-no-ura, negli stretti di Shimonoseki, fu combattuta l'ultima battaglia del lungo conflitto tra il clan degli Heike, o Taira, e quello degli Genji, o Minamoto*.
In quella battaglia il clan degli Heike fu completamente annientato, insieme alle loro donne e ai loro figli, e al loro imperatore bambino – ora ricordato col nome di Antoku Tenno*. E quel mare e quella spiaggia sono stati infestati da fantasmi per settecento anni... In un altro scritto vi ho raccontato degli strani granchi che si trovano lì, chiamati granchi Heike, che hanno un volto umano sul dorso, e si dice che siano gli spiriti dei guerrieri Heike1. Ma lungo la costa si possono vedere e sentire molte cose strane. Nelle notti senza luna, migliaia di fuochi fatui aleggiano sulla spiaggia, o fluttuano sulle onde, - pallide luci che i pescatori chiamano Oni-bi, o fuochi demoniaci; e, ogni qual volta i venti si levano, dal mare arriva il suono di forti urla, simile al clamore di una battaglia.
Negli anni passati gli Heike erano molto più irrequieti di oggi. Circondavano le navi che passavano di notte e cercavano di affondarle, e a tutte le ore erano a caccia di nuotatori, per tirarli giù. Fu proprio allo scopo di placare quei morti che il tempio buddista, Amidaji, fu eretto a Akamagaseki. Di fianco fu costruito anche un cimitero, vicino alla spiaggia, e dentro vi furono innalzati monumenti su cui vennero scritti i nomi dell'imperatore annegato e dei suoi grandi vassalli, e cerimonie buddiste vi vfurono regolarmente officiate, in onore dei loro spiriti. Dopo che il tempio fu costruito e le tombe erette, gli Heike diedero meno problemi di prima; ma di tanto in tanto continuarono a fare cose strane, a riprova che non avevano trovato la pace perfetta.






venerdì 2 gennaio 2015

Wakefield


L'occhio indiscreto



Di Nathaniel Hawthorne (Salem, 4 luglio 1804 – Plymouth, 19 maggio 1864) ricordiamo soprattutto i grandi romanzi, La lettera scarlatta (1850), La casa dei sette abbaini (1851), ambientati nel New England puritano dei padri fondatori, dove una natura misteriosa e selvaggia ridestava negli abitanti dei primi avamposti urbani turbamenti creduti ormai sconfitti dalla civiltà e dalla fede religiosa. E in nome di quella fede molti roghi furono accesi a Salem. Hawthorne ricostruisce quelle atmosfere di paura e straniamento, voglia di vivere e senso di colpa, attraverso allegorie e simboli possenti, come la “A” che la protagonista de La lettera scarlatta è costretta a portare per denunciare il suo peccato di adulterio e che finisce per diventare il simbolo della sua vittoria sulla morale puritana della comunità.


Questa eterna lotta tra bene e male, carne e anima, colpa e rimorso la ritroviamo anche in molti dei suoi racconti, tra i più conosciuti al pubblico italiano: Il velo nero del pastore (1836), La figlia di Rappaccini (1844), La voglia (1843).

Un posto a parte occupa il racconto che vi sto per proporre: Wakefield, pubblicato per la prima volta nel 1837 in Twice-told Tales (una raccolta italiana, curata da Eugenio Montale, è stata edita da Bompiani e porta il titolo Wakefield e altri racconti). Qui lo sguardo dell'autore non è più rivolto al passato, ma alla nascente società di massa, frutto dell'era industriale che ebbe le sue origini in Inghilterra. E non a caso il racconto è ambientato a Londra. Come più tardi Poe ne L'uomo della folla (1840), Hawthorne indaga la solitudine e la perdita di identità dell'uomo contemporaneo: egli non è più faber fortunae suae, e l'unico ruolo a cui può aspirare è quello dello spettatore. Ed è così che l'attempato Mr. Wakefield, considerato da tutti uomo abitudinario e privo di immaginazione “col pretesto di fare un viaggio, prese alloggio nella strada vicino alla sua casa, e lì abitò, per oltre vent'anni, all'insaputa di sua moglie e dei suoi amici, e senza nessuna apparente ragione per quell'esilio volontario.” In tutto questo tempo Wakefield andrà tutti i giorni a spiare la sua casa e la devota Mrs. Wakefield, ritornerà solo quando si renderà conto della pericolosità di quello che considerava solo una “burla da nienteai danni della consorte e che invece ha finito per stravolgere la sua vita fin quasi ad annientarlo. Rinunciando al suo ruolo sociale, egli ha rinunciato anche alla propria identità, rischiando di essere per sempre escluso dal suo mondo. Un attimo prima dell'annientamento totale, egli fa un passo indietro, al contrario di Bartleby, lo scrivano di Wall Street, nell'omonimo racconto di Melville (Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street, 1853). Altro personaggio emblematico della società contemporanea che persisterà nel suo mite rifiuto: "I would prefer not to" fino all'annientamento morale, sociale e fisico. Perché, come ha lucidamente intuito Hawthorne, “Nell'apparente confusione del nostro misterioso mondo, gli individui sono così ben adattati ad un sistema, e i sistemi gli uni agli altri e al tutto, che, allontanandosene solo per un istante, un uomo si espone al terribile rischio di perdere il suo posto per sempre. Come Wakefield, egli potrebbe diventare, per così dire, il paria dell'universo.



Libri consigliati:

Tutti i racconti, Hawthorne Nathaniel, cur. Antonelli S., Tattoni I., 2013, Feltrinelli
La lettera scarlatta, Hawthorne Nathaniel, 2007, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
La casa dei sette abbaini, Hawthorne Nathaniel, cur. Gebbia A., 2014, Gargoyle
Bartleby. Benito Cereno, Melville Herman, cur. Pirè, L., 2014, Giunti Editore
Tutti i racconti del mistero, dell'incubo e del terrore. Ediz. integrale
Poe Edgar A., 2014, Newton Compton


Le illustrazioni sono tratte da: Wakefield di Ana Juan, testo di Nathaniel Hawthorne
Nordica libros (testo bilingue inglese-spagnolo)










Wakefield





In qualche vecchia rivista o quotidiano ricordo di aver letto la storia, data per vera, di un uomo – chiamiamolo pure Wakefield – che si assentò per lungo tempo da sua moglie. Il fatto – messo in questi termini astratti – non è molto insolito, né – senza un'accurata analisi delle circostanze – può essere condannato come malvagio o insensato. Tuttavia, questo, lungi dall'essere il più grave, è forse il più strano caso mai riportato di reato matrimoniale; e, soprattutto, un'eccezionale bizzarria fra tutte quelle che si possono trovare nella lista delle stranezze umane.