domenica 25 gennaio 2015

La storia di Mimi-nashi-Hoichi


UN AMERICANO ALLA CORTE DEL SOL LEVANTE





“Lafcadio Hearn, strange, wandering, and exotic” così lo definisce H.P. Lovecraft nel suo famoso saggio “Supernatural Horror in Literature” (1927). E sicuramente questi tre aggettivi ben descrivono la vita avventurosa e lo stile di questo autore ormai quasi dimenticato, ma che fu un importante mediatore tra la cultura occidentale e quella giapponese. Morì nel settembre del 1904, alla vigilia del conflitto tra Russia e Giappone per il controllo della Manciuria e della Corea, e che si concluse nel 1905 con una delle prime vittorie dell'era moderna di una nazione asiatica su una europea: il Giappone rafforzò così il suo prestigio e cominciò ad essere considerato una grande potenza moderna.


Ma questo vagabondo delle isole non fu attratto dalla modernità, bensì da quel Giappone che stava ormai sparendo tra le ombre - avendo sempre preferito le ombre alla luce – e vi si tuffò dentro, crogiolandosi nell'illusione che quello fosse il “vero” Giappone.


Fu in un'isola greca, Leucade (Lefkada, da cui il suo nome), che nel 1850 venne al mondo, figlio di un ufficiale irlandese dell'esercito inglese e di una donna greca. A sei anni si trasferì in Irlanda, dove ricevette un'educazione piuttosto casuale. A diciannove anni - dopo una breve e spasmodica esperienza educativa in Inghilterra e Francia - fu spedito negli Stati Uniti, e qui, dopo un periodo di grande indigenza, il suo talento gli permise di diventare un affermato giornalista, particolarmente affascinato da storie “fuori dall'ordinario.” I suoi articoli di cronaca nera, pieni di dettagli raccapriccianti, erano letteralmente divorati dai suoi lettori.


Nel 1889 fu inviato in Giappone come giornalista corrispondente. Qui Hearn si sentì finalmente a casa e trovò la sua più grande ispirazione. Lavorò come insegnante di letteratura inglese e sposò Setsu Koizumi, la figlia di una famiglia di samurai, diventando un Giapponese naturalizzato con il nome di Koizumi Yakumo.


Il suo periodo più prolifico fu tra il 1896 e il 1903. In questo periodo scrisse sui costumi, la religione e la letteratura del Giappone e tradusse in un inglese fluido e allusivo storie e leggende del folklore nipponico - Exotics and Retrospective (1898), In Ghostly Japan (1899), Shadowings (1900), A Japanese Miscellany (1901), Kottó:Being Japanese Curios, with Sundry Cobwebs (1902).


Nel 1904 pubblicò Kwaidan, una raccolta di storie soprannaturali, da cui è tratto il racconto che ho tradotto per voi: LA STORIA DI MIMI-NASHI-HOICHI, sulle disavventure di un povero cantore cieco narrate in uno stile sospeso tra horror, dettagli splatter e macabra comicità. Nel 1965 fu girato il film Kwaidan, ispirato a quattro dei racconti contenuti nel libro - inclusa la storia di Hoichi - che fu molto apprezzato dalla critica.


Il suo ultimo e più conosciuto libro, Japan, an Attempt at an Interpretation (1904) , contiene una serie di lezioni che avrebbe dovuto tenere per la Cornell University (N.Y.), ma Hearn morì prima di poter ritornare negli States. Questi scritti rappresentano una presa di distanza dalla sua prima e idealizzata visione del Giappone e gli diedero una nuova e drammatica notorietà durante la seconda guerra mondiale.


LIBRI CONSIGLIATI:

Centouno storie zen
cur. Senzaki N., Reps P., 1973, Adelphi

Poesie. Haiku e scritti poetici. Testo giapponese a fronte
Bashô Matsuo, cur. Muramatsu M., 2008, La Vita Felice

Kokoro. Il cuore della vita giapponese
Hearn Lafcadio, 2013, Luni Editrice

Nel Giappone spettrale
Hearn Lafcadio, cur. Rovagnati G., 1991, Tranchida

Il bambino che disegnava gatti-The boy who drew cats
Hearn Lafcadio, 1992, Ugo Mursia Editor










LA STORIA DI MIMI-NASHI-HOICHI

Lafgadio Hearn








Più di settecento anni fa, a Dan-no-ura, negli stretti di Shimonoseki, fu combattuta l'ultima battaglia del lungo conflitto tra il clan degli Heike, o Taira, e quello degli Genji, o Minamoto*.
In quella battaglia il clan degli Heike fu completamente annientato, insieme alle loro donne e ai loro figli, e al loro imperatore bambino – ora ricordato col nome di Antoku Tenno*. E quel mare e quella spiaggia sono stati infestati da fantasmi per settecento anni... In un altro scritto vi ho raccontato degli strani granchi che si trovano lì, chiamati granchi Heike, che hanno un volto umano sul dorso, e si dice che siano gli spiriti dei guerrieri Heike1. Ma lungo la costa si possono vedere e sentire molte cose strane. Nelle notti senza luna, migliaia di fuochi fatui aleggiano sulla spiaggia, o fluttuano sulle onde, - pallide luci che i pescatori chiamano Oni-bi, o fuochi demoniaci; e, ogni qual volta i venti si levano, dal mare arriva il suono di forti urla, simile al clamore di una battaglia.
Negli anni passati gli Heike erano molto più irrequieti di oggi. Circondavano le navi che passavano di notte e cercavano di affondarle, e a tutte le ore erano a caccia di nuotatori, per tirarli giù. Fu proprio allo scopo di placare quei morti che il tempio buddista, Amidaji, fu eretto a Akamagaseki. Di fianco fu costruito anche un cimitero, vicino alla spiaggia, e dentro vi furono innalzati monumenti su cui vennero scritti i nomi dell'imperatore annegato e dei suoi grandi vassalli, e cerimonie buddiste vi vfurono regolarmente officiate, in onore dei loro spiriti. Dopo che il tempio fu costruito e le tombe erette, gli Heike diedero meno problemi di prima; ma di tanto in tanto continuarono a fare cose strane, a riprova che non avevano trovato la pace perfetta.






venerdì 2 gennaio 2015

Wakefield


L'occhio indiscreto



Di Nathaniel Hawthorne (Salem, 4 luglio 1804 – Plymouth, 19 maggio 1864) ricordiamo soprattutto i grandi romanzi, La lettera scarlatta (1850), La casa dei sette abbaini (1851), ambientati nel New England puritano dei padri fondatori, dove una natura misteriosa e selvaggia ridestava negli abitanti dei primi avamposti urbani turbamenti creduti ormai sconfitti dalla civiltà e dalla fede religiosa. E in nome di quella fede molti roghi furono accesi a Salem. Hawthorne ricostruisce quelle atmosfere di paura e straniamento, voglia di vivere e senso di colpa, attraverso allegorie e simboli possenti, come la “A” che la protagonista de La lettera scarlatta è costretta a portare per denunciare il suo peccato di adulterio e che finisce per diventare il simbolo della sua vittoria sulla morale puritana della comunità.


Questa eterna lotta tra bene e male, carne e anima, colpa e rimorso la ritroviamo anche in molti dei suoi racconti, tra i più conosciuti al pubblico italiano: Il velo nero del pastore (1836), La figlia di Rappaccini (1844), La voglia (1843).

Un posto a parte occupa il racconto che vi sto per proporre: Wakefield, pubblicato per la prima volta nel 1837 in Twice-told Tales (una raccolta italiana, curata da Eugenio Montale, è stata edita da Bompiani e porta il titolo Wakefield e altri racconti). Qui lo sguardo dell'autore non è più rivolto al passato, ma alla nascente società di massa, frutto dell'era industriale che ebbe le sue origini in Inghilterra. E non a caso il racconto è ambientato a Londra. Come più tardi Poe ne L'uomo della folla (1840), Hawthorne indaga la solitudine e la perdita di identità dell'uomo contemporaneo: egli non è più faber fortunae suae, e l'unico ruolo a cui può aspirare è quello dello spettatore. Ed è così che l'attempato Mr. Wakefield, considerato da tutti uomo abitudinario e privo di immaginazione “col pretesto di fare un viaggio, prese alloggio nella strada vicino alla sua casa, e lì abitò, per oltre vent'anni, all'insaputa di sua moglie e dei suoi amici, e senza nessuna apparente ragione per quell'esilio volontario.” In tutto questo tempo Wakefield andrà tutti i giorni a spiare la sua casa e la devota Mrs. Wakefield, ritornerà solo quando si renderà conto della pericolosità di quello che considerava solo una “burla da nienteai danni della consorte e che invece ha finito per stravolgere la sua vita fin quasi ad annientarlo. Rinunciando al suo ruolo sociale, egli ha rinunciato anche alla propria identità, rischiando di essere per sempre escluso dal suo mondo. Un attimo prima dell'annientamento totale, egli fa un passo indietro, al contrario di Bartleby, lo scrivano di Wall Street, nell'omonimo racconto di Melville (Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street, 1853). Altro personaggio emblematico della società contemporanea che persisterà nel suo mite rifiuto: "I would prefer not to" fino all'annientamento morale, sociale e fisico. Perché, come ha lucidamente intuito Hawthorne, “Nell'apparente confusione del nostro misterioso mondo, gli individui sono così ben adattati ad un sistema, e i sistemi gli uni agli altri e al tutto, che, allontanandosene solo per un istante, un uomo si espone al terribile rischio di perdere il suo posto per sempre. Come Wakefield, egli potrebbe diventare, per così dire, il paria dell'universo.



Libri consigliati:

Tutti i racconti, Hawthorne Nathaniel, cur. Antonelli S., Tattoni I., 2013, Feltrinelli
La lettera scarlatta, Hawthorne Nathaniel, 2007, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
La casa dei sette abbaini, Hawthorne Nathaniel, cur. Gebbia A., 2014, Gargoyle
Bartleby. Benito Cereno, Melville Herman, cur. Pirè, L., 2014, Giunti Editore
Tutti i racconti del mistero, dell'incubo e del terrore. Ediz. integrale
Poe Edgar A., 2014, Newton Compton


Le illustrazioni sono tratte da: Wakefield di Ana Juan, testo di Nathaniel Hawthorne
Nordica libros (testo bilingue inglese-spagnolo)










Wakefield





In qualche vecchia rivista o quotidiano ricordo di aver letto la storia, data per vera, di un uomo – chiamiamolo pure Wakefield – che si assentò per lungo tempo da sua moglie. Il fatto – messo in questi termini astratti – non è molto insolito, né – senza un'accurata analisi delle circostanze – può essere condannato come malvagio o insensato. Tuttavia, questo, lungi dall'essere il più grave, è forse il più strano caso mai riportato di reato matrimoniale; e, soprattutto, un'eccezionale bizzarria fra tutte quelle che si possono trovare nella lista delle stranezze umane.

sabato 20 dicembre 2014

La lotteria cinese


         Buon Natale e felice anno nuovo


Per farvi gli auguri di Natale ho scritto questa breve storia ispirandomi ad un famoso racconto di Mathesen Button, Button, e più precisamente alla versione apparsa nella famosa serie televisiva The twilight Zone, a cui Mathesen contribuì con diversi lavori, anche se non apprezzò le variazioni apportate all'originale.
L'idea di partenza è quella del 'Paradosso del Mandarino' (di cui avevo già parlato nell'introduzione al racconto di Arnold Bennett  Un Mandarino per Vera del 23-07-2013) e le conseguenti implicazioni morali: come potremmo reagire se messi  alla prova? e fino ache punto ci conosciamo veramente?

 

 

La lotteria cinese




Era un afoso pomeriggio d'agosto e Alice, stanca e sudata, stava tornando a casa con un carico di buste della spesa quasi esagerato per una ragazza minuta come lei. Ancora una volta senza macchina: suo marito Piero ci stava lavorando da due giorni, nei ritagli di tempo. Tanto lui sapeva aggiustare un po' di tutto e poi, un meccanico sarebbe stato troppo caro e, forse, anche sprecato, per quella vecchia carcassa che prima o poi l'avrebbe lasciata a piedi per sempre. Soldi per una nuova non ce n'erano, con quello che guadagnava Piero nell'impresa di pulizie riuscivano a mala pena a tirare avanti. Da quando lei aveva perso il lavoro al bar, quello era l'unico stipendio su cui potevano contare. Ogni tanto, i loro genitori li aiutavano con le bollette, ma quello era il massimo che potessero fare. Fortuna che il discount non era poi tanto lontano. Davanti a lei c'erano gli otto piani di un casermone popolare della periferia industriale della città. Industriale... una volta. Tutto intorno tanti altri palazzoni altrettanto brutti e anonimi ospitavano un'umanità eterogenea e multietnica, come testimoniavano le parabole che occhieggiavano dai balconi. Alice si diresse verso il garage nella speranza che il marito fosse riuscito a riparare il guasto.
Ciao, Alice.” Dal tono di voce esitante e imbarazzato, capì subito che le cose non andavano bene. Anche se erano sposati solo da due anni, era una vita che conosceva quel ragazzone grande e grosso e i suoi timidi occhi azzurri non avevano segreti per lei. 

lunedì 27 ottobre 2014

La Macchina si ferma



LA MACCHINA INFERNALE





The Machine Stops di E. M. Forster, fu pubblicato per la prima volta nel 1909 sulla Oxford and Cambridge Review e in seguito nell’antologia The Eternal Moment, ben prima delle più celebri produzioni di Huxley e Orwell (rispettivamente Brave New World del 1932 e 1984 del 1948)

Nella prefazione alle sue Collected Short Stories (1947), Forster scrisse che "The Machine Stops is a reaction to one of the earlier heavens of H. G. Wells." Sebbene non tutte le storie di Wells fossero ottimistiche rispetto al futuro, con questo racconto Forster dava voce alle sue preoccupazioni riguardo alla dipendenza dell'uomo dalla macchina. Certo ci sorprende che a descrivere con tanto anticipo un mondo in balia della tecnologia sia lo scrittore inglese Edward Morgan Forster, conosciuto e celebrato per i romanzi Passaggio in India, Camera con vista, Maurice al cui successo ha contribuito anche la trasposizione cinematografica.


Nel racconto Forster crea un universo cyberpunk in puro stile vittoriano portando alle estreme conseguenze la tecnologia ottocentesca: telefono, cinema, telegrafo, posta pneumatica, dirigibili – gli aeroplani erano agli albori – grammofono. Egli immagina un'umanità ridotta ad uno stato larvale che, come in un moderno inferno dantesco, è costretta a vivere in enormi città sotterranee in piccole celle esagonali ed è tenuta in vita dalla Macchina, che provvede a tutti i bisogni delle persone fino a sfociare in una vera e propria religione La macchina,” esclamavano, “ci nutre e ci veste e ci dà una casa; grazie a lei possiamo parlarci, grazie a lei possiamo vederci, in lei è custodita la nostra essenza. La Macchina è amica delle idee e nemica della superstizione: la Macchina è onnipotente, eterna, benedetta sia la Macchina.”

E' un universo claustrofobico che ha perso ogni contatto con la natura e vive di idee surrogate da altre idee, generando una sorta di babele culturale, dove l'unica verità è quella della Macchina. La storia non è più raccontata “come accadde, né come avrebbero voluto che fosse accaduta, ma come avrebbe dovuto accadere, se avesse avuto luogo nei giorni della Macchina.”

La principale occupazione delle persone è parlare agli altri per scambiarsi idee attraverso gli “speaking tubes” - telefoni - e i “cinematophoes” - piastre rotonde in cui possono sentire e vedere i loro interlocutori, antenati dei moderni tablets, trasformando così le loro stanze in reali “chat rooms”. Tutto sotto lo stretto controllo dalla Macchina: “Noi abbiamo creato la Macchina affinché ubbidisse al nostro volere ma noi ora non riusciamo a farle eseguire i nostri ordini... La Macchina procede ma non verso la nostra meta. Noi esistiamo solo come globuli sanguigni che scorrono nelle sue arterie, e se lei potesse funzionare senza di noi ci lascerebbe morire.”
 
L'unico contatto tra esseri umani avviene attraverso la Macchina, il contatto diretto, sia pure tra madre e figlio, fa paura. Solo un attimo prima della catstrofe finale i due protagonisti avranno la forza di cercarsi e di abbracciarsi. Oggi questo fenomeno ha un nome preciso: "Hikikomori" - un termine giapponese che significa letteralmente "stare in disparte" e che riguarda soprattutto i giovani, che rifiutano il confronto con la realtà per rifugiarsi nel mondo virtuale, proprio come i protagonisti di questo racconto visionario.

Anche la globalizzazione è un altro fenomeno previsto da Forster, come degenerazione del sistema: Perché andare a Pechino quando questa era proprio uguale a Shrewsbury? Perché ritornare a Shrewsbury quando tutto era uguale a Pechino?”

Ma l'aspetto più inquietante è che l'umanità si è volutamente consegnata alla Macchina dopo aver perso la sua sfida per soggiogare la natura: “Ma l'umanità, nel suo desiderio di benessere, aveva superato sé stessa. Aveva sfruttato le ricchezze della natura troppo oltre. In silenzio e con compiacimento, stava affondando nella decadenza, e la parola progresso aveva finito col significare il progresso della Macchina.”

Se ci stupisce il fatto che Forster abbia anticipato di sessanta anni Internet, non meno precisa è la sua visione di una società allo stremo che rinuncia volutamente alle sue prerogative per essere protetta da sé stessa, prevedendo quel perverso trade off tra diritti dei cittadini e più sicurezza, più lavoro, più benessere che sta snaturando e indebolendo le moderne democrazie.
 
 




💥Libri consigliati:
 
Edward Morgan Forster, La macchina si ferma,
trad. di Maria Valentini, Portaparole, 2012, pp. 156, euro 16

Butler Samuel, Erewhon
1975, XXII-237 p., brossura, 6 ed. Adelphi (collana Piccola biblioteca Adelphi)
Traduttore Demby L. D.

Rampini Federico: Rete padrona. Amazon, Apple, Google & co. Il volto oscuro della rivoluzione digitale, Feltrinelli (collana Fuochi), 2014, 278 p

 
👌Film consigliati:
 
Metropolis – diretto da Fritz Lang, 1927
La fuga di Logan – (Logan's Run) 1976, diretto da Michael Anderson,
L'uomo che fuggì dal futuro - (THX 1138) 1971, diretto da George Lucas,
L'esercito delle 12 scimmie - (12 Monkeys) 1995, diretto da Terry Gilliam









La Macchina si ferma.

E. M. Forster
(1909)




                                      Ugo Pozzo - 1925






L'aeronave

Immaginate, se potete, una piccola stanza, di forma esagonale, come la cella di una ape. Non è illuminata né da finestre né da lampade, eppure è pervasa da una delicata luminescenza. Non ci sono aperture per la ventilazione, eppure l'aria è fresca. Non ci sono strumenti musicali, eppure nel momento in cui inizia questa mia meditazione, la stanza vibra di suoni melodiosi. Al centro c'è una poltrona con affianco un leggio, e questi sono tutti i mobili. E nella poltrona siede un ammasso di carne fasciata, una donna alta circa un metro e mezzo, con il volto bianco come un fungo. E' a lei che appartiene la stanza.

Un campanello elettrico suonò.

La donna toccò un interruttore e la musica cessò.

Suppongo che devo vedere chi è,” pensò, e mise in movimento la sedia. La sedia, come la musica, era azionata da un macchinario e rullò sull'altro lato della stanza dove il campanello continuava a suonare inopportunamente.

Chi è?” chiese. La sua voce erra irritata, perché era stata interrotta spesso da quando la musica era iniziata. Conosceva diverse migliaia di persone, sotto certi aspetti i rapporti umani erano migliorati enormemente. Ma quando portò il ricevitore all'orecchio, il suo volto bianco si increspò in un sorriso e disse: “Benissimo. Parliamo, ora mi isolo. Non mi aspetto che accada niente di importante per i prossimi cinque minuti. Perché posso darti al massimo cinque minuti, Kuno1. Poi devo tenere la mia conferenza su “La musica durante il periodo australiano.” Toccò la manopola per l'isolamento, così che nessun altro potesse parlare con lei. Poi toccò il dispositivo per l'illuminazione e la piccola stanza fu sommersa dalle tenebre.

lunedì 28 luglio 2014

Il padrone di Moxon


 Una partita a scacchi

Il Padrone di Moxon (Moxon's Master) è un racconto breve dello scrittore americano Ambrose Bierce (1842, Ohio, Stati Uniti - 1914, Chihuahua, Messico), pubblicato la prima volta nel 1893 nella raccolta Can Such Things Be?. Bierce fu scrittore, giornalista e aforista statunitense, tra i più caustici della San Francisco a cavallo tra il 1850 e i primi anni del XX secolo, al punto da meritarsi il soprannome di “Bitter Bierce”. Viene ricordato soprattutto per il suo Dizionario del diavolo, dove, sotto l'innocua veste di lessicografo, mette alla berlina la società del suo tempo. I suoi racconti brevi sono considerati tra i migliori del XIX secolo, soprattutto quelli sulla guerra di secessione come An Occurrence at Owl Creek Bridge (Accadde al ponte di Owl Creek), A Horseman in the Sky (Un cavaliere nel cielo) ampiamente antologizzati. I suoi racconti fantastici anticiparono lo stile grottesco che sarebbe diventato un vero e proprio genere letterario nel XX secolo. La sua fine fu degna dei suoi migliori racconti soprannaturali: scomparve in una nuvola di polvere durante una battaglia in Messico dove era andato per seguire le vicende della rivoluzione di Pancho Villa.


Il padrone di Moxon, (tradotto anche come Il signore di Moxon o La creatura di Moxon) è un racconto breve ma ricco di suggestioni. Protagonisti sono Moxon, inventore e filosofo dilettante, e la sua creatura meccanica: un automa giocatore di scacchi. Lo spunto narrativo parte dal saggio di E. A. Poe Il giocatore di scacchi di Maelzel (Maelzel's Chess Player,1836) in cui lo scrittore smaschera un falso automa scacchista detto Il Turco che era diventato famoso in Europa e negli Stati Uniti. Ma “Bitter Bierce” manipola la materia a suo modo. Come si intuisce dal titolo, egli mette in guardia gli uomini del suo tempo contro la tirannia di una macchina tanto simile all'uomo da ereditarne anche il suo lato oscuro (ricordate HAL 9000 in 2001: Odissea nello spazio?). La prima parte del racconto si svolge sotto forma di dialogo quasi-platonico tra Moxon e il narratore sulla natura dell'intelligenza e sul concetto di vita, che Moxon interpreta in maniera meccanicistica, sulla scia di quel pensiero positivista che faceva coincidere il progresso dell'umanità con quello scientifico-tecnologico, senza spazio per la spiritualità, riducendo l'uomo a “macchina” vivente. E del resto egli mette in dubbio la stessa idea di progresso, il suo “Turco” è un ibrido mostruoso, sul volto impassibile sono dipinte fattezze umane, ma il corpo è quello di un gorilla, con arti asimmetrici dalla presa mortale, simbolo di una regressione ad uno stadio puramente istintivo, dove vige la logica del più forte. Egli sembra portare alle estreme conseguenze le teorie del filosofo inglese Herbert Spencer, padre del darwinismo sociale che predicava “The survival of the fittest”: in un mondo dove non c'è più spazio per lo spirito, chi è il più adatto a sopravvivere, l'uomo o la macchina?
Testi correlati:
Dizionario del diavolo - Bierce Ambrose, 2010, Guanda € 13,00
Tutti i racconti. Vol. 1- 2 - Bierce Ambrose, 2006, Fanucci
Io, robot - Asimov Isaac, 2003, Mondadori
2001: Odissea nello spazio - Clarke Arthur C., 2000, Longanesi






IL PADRONE DI MOXON

di
Ambrose Bierce








Dici sul serio...? Credi veramente che una macchina possa pensare?”
Non ebbi una risposta immediata; apparentemente Moxon era impegnato con i tizzoni nel focolare, toccandoli abilmente qua e là con l'attizzatoio finché quelli diedero un senso alla sua attenzione con una fiamma più brillante. Per diverse settimane avevo osservato in lui la crescente abitudine di rispondere in ritardo anche alle domande più semplici e comuni. Questo atteggiamento, tuttavia, era dovuto più alla preoccupazione che alla cautela: si sarebbe detto che “aveva in mente qualcosa.”
Dopo un po' disse:
Che cos'è una “macchina”? Questa parola è stata definita in diversi modi. Ecco la definizione di un popolare dizionario: “Qualunque strumento o apparato, grazie al quale l'energia viene impiegata e resa operativa, o viene ottenuto un preciso effetto.” Bene, allora, l'uomo non è forse una macchina? E ammetterai che pensa... o pensa di pensare.”
Se non desideri rispondere alla mia domanda,” dissi, in maniera piuttosto irritata, “perché non lo dici...? tutto quello che dici è solo per sviare il discorso. Sai fin troppo bene che quando dico “macchina” io non intendo l'uomo, ma qualcosa che l'uomo ha costruito e controlla.”
Quando non ne è controllato,” disse, alzandosi improvvisamente e guardando fuori dalla finestra, da dove non si vedeva niente a causa dell'oscurità di una notte tempestosa. Un momento dopo si girò e con un sorriso disse: “Ti chiedo scusa, non volevo essere evasivo. Consideravo quella del dizionario un'ignara testimonianza dell'umo e tuttavia suggestiva e degna di essere discussa. Posso dare abbastanza facilmente una risposta diretta alla tua domanda: sono convinto che una macchina possa pensare al lavoro che sta facendo.”

venerdì 20 giugno 2014

IL LADRO DI CADAVERI

 Non dire gatto...


Robert Lous Stevenson scrisse The Body Snatcher (Il ladro di cadaveri) nel 1881. Originalmente doveva far parte di una serie di racconti del terrore, o “crawlers” come preferiva chiamarli Stevenson, insieme a Janet la storta e I Merry Men, raccolti sotto il titolo THE BLACK MAN AND OTHER TALES. The Cornhill Magazine, però, rifiutò di pubblicarlo “the tale being horrid." Quando infine nel 1884 apparve nel Pall Mall Christmas number, fu reclamizzato in maniera così terrificante, che la polizia londinese ne soppresse i poster pubblicitari.

La vicenda prende le mosse da avvenimenti storici a cui si fa riferimento nel racconto: l'impiccagione del serial killer William Burke avvenuta a Edimburgo nel gennaio del 1829. Burke, insieme al suo complice William Hare – tutti e due emigrati in Scozia dall'Irlanda - furono accusati di aver ucciso 17 persone allo scopo di venderne i corpi agli anatomisti, in particolare al dottor Robert Knox. Hare scampò alla forca testimoniando contro il suo complice, mentre il dottor Knox non fu incriminato perché negò sempre di conoscere l'esatta provenienza di quei corpi, ma la sua brillante carriera fu distrutta dallo scandalo che ne conseguì. La risonanza di quest'avvenimento fu tale che nel 1832 il Parlamento si vide costretto ad emanare l'Anatomy Act per modificare la legge esistente che assegnava alle università solo i cadaveri delle esecuzioni dei criminali.
Da questi fatti deriva il termine Burking che originalmente significava commerciare cadaveri con gli anatomisti, o soffocare a morte la vittima.

Protagonisti di questo breve racconto sono due giovani e brillanti medici, Fettes e Macfarlane, assistenti di un famoso anatomista, indicato solo con l'iniziale del suo nome, K (per Knox?), a cui i due procurano corpi (subjects nel testo) da sezionare durante le lezioni di anatomia all'università di Edimburgo, comprandoli dai famigerati Resurrection Men (come venivano ironicamente soprannominati i trafugatori di salme all'epoca) o andando essi stessi a profanare i cimiteri di campagna quando la 'materia prima' scarseggiava. Come si può ben intuire l'argomento è già orrido in sé, e Stevenson non si fa scrupolo di aggiungere elementi raccapriccianti e grotteschi insieme, come ad esempio lo smembramento del cadavere di Gray, ucciso da Macfarlane perché non rivelasse i loro traffici illeciti, ad opera degli zelanti e ignari studenti di anatomia, episodio che sarà poi all'origine della spettrale scena finale, dove i due lestofanti, di ritorno da una delle loro blasfeme scorribande, vedranno le loro colpe prendere letteralmente forma sotto i loro occhi.


Fu fatto un film nel 1945 La iena - L'uomo di mezzanotte, diretto da Robert Wise, ed interpretato da Bela Lugosi e Boris Karloff.

Burke & Hare - Ladri di cadaveri è un film liberamente basato sul caso storico, con Simon Pegg come Burke e Andy Serkis come Hare, diretto da John Landis, e rilasciato nel Regno Unito il 29 ottobre 2010. In Italia è stato proiettato per la prima volta il 25 febbraio 2011.




IL LADRO DI CADAVERI
Robert Louis Stevenson






Tutte le sere dell'anno, nella saletta del George a Debenham1 sedevamo noi quattro: l'impresario di pompe funebri, l'albergatore, Fettes e io. A volte eravamo di più, ma vento o pioggia, neve o gelo, noi quattro eravamo sprofondati nelle nostre personali poltrone. Fettes era un vecchio scozzese ubriacone, evidentemente uno che aveva studiato e che possedeva delle proprietà, dal momento che viveva senza far niente. Era arrivato a Debenham anni addietro, quando era ancora giovane, e per il solo fatto che aveva continuato a viverci ne era diventato cittadino d'adozione. Il suo mantello di cammello blu era un monumento locale, come il campanile della chiesa. Il suo posto nella saletta dell'hotel George, la sua assenza dalla chiesa, i suoi deprecabili vizi da crapulone, erano tutte cose risapute a Debenham. Aveva delle vaghe opinioni radicali e delle fluttuanti infedeltà, che tirava fuori di tanto in tanto ed enfatizzava colpendo il tavolo con mano tremante. Beveva rum, cinque bicchieri regolarmente ogni sera, e per la maggior parte delle sue visite notturne al George rimaneva seduto, con il bicchiere nella mano destra, in uno stato di malinconica saturazione alcolica. Lo chiamavamo il Dottore, perché si riteneva che avesse una particolare conoscenza della medicina, ed era risaputo che, per una bevuta, poteva mettere a posto una frattura o ridurre una lussazione, ma oltre a questi vaghi particolari, non conoscevamo altro del suo carattere e dei suoi precedenti.

domenica 1 giugno 2014

IL PIEDIPIATTI FANTASMA



Guardia e ladro


Sinclair Lewis (Sauk Centre, Minnesota, 7 febbraio 1885 – Roma, 10 gennaio 1951) è stato il primo scrittore americano ad essere insignito del premio Nobel nel 1930. Fu autore prolifico, e molti suoi racconti e romanzi furono portati sul grande schermo. Come tanti scrittori della sua generazione, viaggiò molto in Europa e Parigi, dove la così detta Lost Generation poteva sentirsi libera dal puritanesimo americano, fu la sua seconda patria. Nei suoi racconti si interessò alle classi più deboli, ed ebbe una visione critica della società statunitense e dei suoi valori capitalistici, e per questo molti suoi scritti furono sottoposti a censura, emblematico il suo romanzo Babbit (1922).
Dei suoi personaggi adotta non solo il punto di vista, ma anche il linguaggio, e il suo stile comico e satirico evita che le situazioni degenerino nel patetico.
Pur avendo cercato molto, non ho trovato nessuna traduzione italiana dei suoi scritti, ecco perché vi propongo con piacere questa piccola storia ambientata nella provincia americana negli anni della Grande Guerra. Protagonista è il vecchio poliziotto Don Dorgan, burbero dal cuore d'oro che “aveva l'immenso dono di amare la gente, tutta la gente” al punto di farsi messaggero del contrastato amore fra Polo, figlio di un fantino italiano, e Effie, figlia di un ebreo tedesco. I due giovani diventano così una sorta di Giulietta e Romeo della piccola provincia americana dove i contrasti fra i diversi gruppi etnici e religiosi erano ancora forti e divisivi. Ma è anche una storia di emarginati: quegli anziani soli che la società isola e dimentica, proprio come capita al vecchio Dorgan, che una volta andato in pensione, diventa il fantasma di sé stesso, e saranno proprio l'amore per gli altri e l'orgoglio per il suo lavoro a dargli la forza di reagire.

The Ghost Patrol apparve nella rivista The Red Book Magazine nel giugno del 1917. Nel 1923 dal racconto fu tratto un film muto diretto da Nat Ross, protagonisti Bessie Love e Ralph Graves. Il film, prodotto e distribuito dalla Universal Pictures, è andato perso. 





IL PIEDIPIATTI FANTASMA
Sinclair Lewis


Charlot poliziotto, 1917

Donald Patrick Dorgan aveva prestato sevizio per ventiquattro anni nelle forze di polizia di Northernapolis, e durante tutto quel periodo, meno cinque anni, aveva pattugliato la zona di Forest Park. Don Dorgan avrebbe potuto essere sergente, o perfino capitano, ma al quartier generale avevano subito capito che aveva un debole per Forest Park. Perché di là veniva la sua giovane moglie, e là aveva costruito la loro casetta, là era morta sua moglie e là era stata seppellita. Era stato un così grande sollievo nella ridda delle politiche del dipartimento avere un uomo soddisfatto del suo lavoro, che i pezzi grossi erano contenti di Dorgan e lo lasciavano là dove era, anno dopo anno, a pattugliare Forest Park.
Perché Don Pat Dorgan aveva l'immenso dono di amare la gente, tutta la gente. Molto prima che a Northernapolis si fosse sentito parlare di criminologia, Dorgan era convinto che il dovere di un poliziotto con i guanti e il cuore puliti era quello di fare in modo che non ci fosse bisogno di arrestare la gente. Discuteva con gli ubriachi per convincerli a nascondersi in un vicolo a smaltire la sbornia dormendo. Quando li arrestava era perché stavano tranquillamente barcollando verso casa con l'intenzione di picchiare le loro beneamate consorti. Qualunque vagabondo poteva ricevere da Dorgan un nichelino insieme ad una mappa dei dormitori pubblici. Agli attaccabrighe parlava con calma e li picchiava col manganello dove faceva più male ma meno danni. Lungo il suo percorso, i ragazzini potevano giocare a baseball, a patto che non rompessero i vetri o si piazzassero davanti alle macchine. La tasca della sua giubba era una miniera, là erano nascosti non solo i suoi sandwich per lo spuntino notturno, il suo revolver e le manette e un inserto a fumetti, ma anche un sacchetto di caramelle colorate e una palla di gomma rossa.