lunedì 28 luglio 2014

Il padrone di Moxon


 Una partita a scacchi

Il Padrone di Moxon (Moxon's Master) è un racconto breve dello scrittore americano Ambrose Bierce (1842, Ohio, Stati Uniti - 1914, Chihuahua, Messico), pubblicato la prima volta nel 1893 nella raccolta Can Such Things Be?. Bierce fu scrittore, giornalista e aforista statunitense, tra i più caustici della San Francisco a cavallo tra il 1850 e i primi anni del XX secolo, al punto da meritarsi il soprannome di “Bitter Bierce”. Viene ricordato soprattutto per il suo Dizionario del diavolo, dove, sotto l'innocua veste di lessicografo, mette alla berlina la società del suo tempo. I suoi racconti brevi sono considerati tra i migliori del XIX secolo, soprattutto quelli sulla guerra di secessione come An Occurrence at Owl Creek Bridge (Accadde al ponte di Owl Creek), A Horseman in the Sky (Un cavaliere nel cielo) ampiamente antologizzati. I suoi racconti fantastici anticiparono lo stile grottesco che sarebbe diventato un vero e proprio genere letterario nel XX secolo. La sua fine fu degna dei suoi migliori racconti soprannaturali: scomparve in una nuvola di polvere durante una battaglia in Messico dove era andato per seguire le vicende della rivoluzione di Pancho Villa.


Il padrone di Moxon, (tradotto anche come Il signore di Moxon o La creatura di Moxon) è un racconto breve ma ricco di suggestioni. Protagonisti sono Moxon, inventore e filosofo dilettante, e la sua creatura meccanica: un automa giocatore di scacchi. Lo spunto narrativo parte dal saggio di E. A. Poe Il giocatore di scacchi di Maelzel (Maelzel's Chess Player,1836) in cui lo scrittore smaschera un falso automa scacchista detto Il Turco che era diventato famoso in Europa e negli Stati Uniti. Ma “Bitter Bierce” manipola la materia a suo modo. Come si intuisce dal titolo, egli mette in guardia gli uomini del suo tempo contro la tirannia di una macchina tanto simile all'uomo da ereditarne anche il suo lato oscuro (ricordate HAL 9000 in 2001: Odissea nello spazio?). La prima parte del racconto si svolge sotto forma di dialogo quasi-platonico tra Moxon e il narratore sulla natura dell'intelligenza e sul concetto di vita, che Moxon interpreta in maniera meccanicistica, sulla scia di quel pensiero positivista che faceva coincidere il progresso dell'umanità con quello scientifico-tecnologico, senza spazio per la spiritualità, riducendo l'uomo a “macchina” vivente. E del resto egli mette in dubbio la stessa idea di progresso, il suo “Turco” è un ibrido mostruoso, sul volto impassibile sono dipinte fattezze umane, ma il corpo è quello di un gorilla, con arti asimmetrici dalla presa mortale, simbolo di una regressione ad uno stadio puramente istintivo, dove vige la logica del più forte. Egli sembra portare alle estreme conseguenze le teorie del filosofo inglese Herbert Spencer, padre del darwinismo sociale che predicava “The survival of the fittest”: in un mondo dove non c'è più spazio per lo spirito, chi è il più adatto a sopravvivere, l'uomo o la macchina?
Testi correlati:
Dizionario del diavolo - Bierce Ambrose, 2010, Guanda € 13,00
Tutti i racconti. Vol. 1- 2 - Bierce Ambrose, 2006, Fanucci
Io, robot - Asimov Isaac, 2003, Mondadori
2001: Odissea nello spazio - Clarke Arthur C., 2000, Longanesi






IL PADRONE DI MOXON

di
Ambrose Bierce








Dici sul serio...? Credi veramente che una macchina possa pensare?”
Non ebbi una risposta immediata; apparentemente Moxon era impegnato con i tizzoni nel focolare, toccandoli abilmente qua e là con l'attizzatoio finché quelli diedero un senso alla sua attenzione con una fiamma più brillante. Per diverse settimane avevo osservato in lui la crescente abitudine di rispondere in ritardo anche alle domande più semplici e comuni. Questo atteggiamento, tuttavia, era dovuto più alla preoccupazione che alla cautela: si sarebbe detto che “aveva in mente qualcosa.”
Dopo un po' disse:
Che cos'è una “macchina”? Questa parola è stata definita in diversi modi. Ecco la definizione di un popolare dizionario: “Qualunque strumento o apparato, grazie al quale l'energia viene impiegata e resa operativa, o viene ottenuto un preciso effetto.” Bene, allora, l'uomo non è forse una macchina? E ammetterai che pensa... o pensa di pensare.”
Se non desideri rispondere alla mia domanda,” dissi, in maniera piuttosto irritata, “perché non lo dici...? tutto quello che dici è solo per sviare il discorso. Sai fin troppo bene che quando dico “macchina” io non intendo l'uomo, ma qualcosa che l'uomo ha costruito e controlla.”
Quando non ne è controllato,” disse, alzandosi improvvisamente e guardando fuori dalla finestra, da dove non si vedeva niente a causa dell'oscurità di una notte tempestosa. Un momento dopo si girò e con un sorriso disse: “Ti chiedo scusa, non volevo essere evasivo. Consideravo quella del dizionario un'ignara testimonianza dell'umo e tuttavia suggestiva e degna di essere discussa. Posso dare abbastanza facilmente una risposta diretta alla tua domanda: sono convinto che una macchina possa pensare al lavoro che sta facendo.”