La
porta nel muro (The
Door in the Wall)
è
un racconto breve di H.
G.Wells,
pubblicato
per la prima volta nel 1911 nella raccolta intitolata The
Door in the Wall, and Other Stories.
Protagonista
della storia è Lionel Wallace, uomo politico brillante e ambizioso
che muore in circostanze poco chiare alla vigilia del suo
quarantesimo compleanno. La storia è narrata dal suo antico compagno
di scuola Redmond (reliable narrator), che riporta al lettore le
confidenze ricevute tre mesi prima dal suo amico durante una cena a
quattr'occhi, in cui Wallace (unreliable narrator), sotto forma di un
lungo flashback,
rivela
di aver perso ogni interesse in quello che fa a causa di una
preoccupazione che lo ossessiona: “Io
sono ossessionato. Ossessionato da qualcosa – che toglie al mondo
ogni luce e mi riempie di un desiderio inappagabile...”
Quella ossessione ha radici lontane e risale alla sua prima infanzia.
Il bambino, orfano di madre, affidato da un padre severo e assente
alle cure poco amorevoli di bambinaie e governanti, quando aveva poco
più di cinque anni era
sfuggito
alla sorveglianza degli adulti e vagando per gli squallidi sobborghi
della città
si
era ritrovato davanti ad
una
misteriosa porta verde in
un
muro bianco. Cedendo ad un richiamo irresistibile, aveva varcato
quella porta per
ritrovarsi
in un giardino incantato
di
una bellezza ultraterrena: i fiori
erano
spontanei,
non c'erano erbacce,
la luce aveva un
riflesso di eternità e
perfino
gli animali più feroci erano
docili
e socievoli. In quel giardino non c'era
posto
per il serpente. Per la prima volta il bambino è felice, lontano
dalla ferrea disciplina paterna e dalla bruttezza del mondo esterno.
Egli sente di appartenere a quel luogo: “Nella
mia mente c'era la profonda sensazione di essere a casa.”
In
un primo momento gli aveva fatto da guida
una
fanciulla bionda, affettuosa e gioiosa, forse la madre che gli era
sempre mancata. E soprattutto vi aveva trovato dei compagni di gioco
che per un momento avevano alleviato la sua solitudine. Poi era
arrivata una
donna bruna e severa, dallo sguardo pieno di tristezza, perché
consapevole che il bambino avrebbe dovuto lasciare il giardino
incantato e ritornare alla vita di tutti i giorni. La donna
lo
aveva separato dai
suoi amici e
attraverso
le pagine viventi di un libro magico gli aveva fatto rivivere la
storia della sua vita, proprio come in un film, fino al momento in
cui il bambino si era rivisto davanti alla porta nel muro. A questo
punto la magia era finita ed egli si era trovato di nuovo nel mondo
reale. Al dolore per la perdita del giardino incantato si aggiunsero
anche l'incomprensione del padre e dei suoi famigliari che non
credettero al suo racconto e lo punirono perché troppo “fantasioso”.
Col passare del tempo Wallace
incominciò
a
dimenticare il giardino e i suoi meravigliosi abitanti, adeguandosi
sempre più al mondo circostante e al modo di pensare del padre, di
cui finalmente riceverà il plauso e la stima.
Si
imbatté altre cinque volte nella porta verde senza mai
oltrepassarla, da adolescente perché troppo preso dagli impegni
scolastici, da adulto perché troppo preso dalla sua vita
sentimentale e personale, ma soprattutto perché troppo impegnato a
costruire la sua brillante carriera politica, a cui ha sacrificato
tutto, anche la
meravigliosa visione del giardino incantato. Ma proprio quando
ha
ormai
raggiunto il successo inseguito per tutta la vita, si rende
conto
che l'unica cosa veramente importante per lui è
quella
perduta felicità
a cui aveva avuto accesso attraverso
la
porta verde “Tre
volte in un anno la porta si è offerta a me – la porta che conduce
alla pace, alla gioia, ad una bellezza inimmaginabile, ad una
dolcezza che nessun uomo sulla terra conosce. E l'ho rifiutata,
Redmond, e se ne è andata...”
Così
rivela all'incredulo Redmond che ogni notte vaga per la città alla
ricerca di quel muro e di quella
porta.
Il mattino dopo Redmond pensa che l'amico lo abbia preso in giro, ma
poi il tono sincero di quelle confidenze gli fanno sorgere il dubbio
che, in realtà “quei
ricordi, in qualche modo, evocavano, proponevano,
suggerivano
– non saprei che termmine usare – esperienze
altrimenti impossibili da raccontare.”
E'
sicuro che il suo amico fosse sincero, ma non sa dire se “
Egli
vide davvero o credette di vedere, se egli veramente possedeva un
inestimabile privilegio o era la vittima di un sogno fantastico.”
Tre
mesi dopo questa incredibile confessione i giornali riportano la
morte dell'importante uomo politico avvenuta
in
circostanze poco chiare: Wallace ha per errore oltrepassato una
porticina verde che serviva da ingresso agli operai che stavano
ampliando la linea ferroviaria di East Kensington, precipitando in un
pozzo
di collegamento. Questo è ciò che pensa la gente comune, ma Wallace
apparteneva a quella categoria speciale che “sono
i sognatori, questi uomini di visione e immaginazione”
e Redmond si chiede “Ma
lui ha visto le cose allo stesso modo?”
Con
questo interrogativo termina quella che è, a ragione, considerata
una delle migliori short story di Wells, in cui
l'autore ripropone l'eterno dissidio fra ragione e immaginazione, ma
in realtà gli spunti di questo racconto sono molteplici.
Individuo
e società: Wallace è
definito un “sognatore” che grazie alla sua immaginazione ha il
potere di evocare visioni di mondi meravigliosi, ma perché decide di
rinunciare a questo “potere” che avrebbe potuto fare di lui un
artista o un letterato? Le ragioni vanno trovate nel contesto
culturale, sociale e morale di quel particolare periodo storico.
Siamo alla fine del periodo edoardiano, che va dalla morte della
reggina Vittoria (1901) alla morte di suo figlio Edoardo VII (1911).
E' il periodo della Bella Epoque, Edoardo porta nella severa società
vittoriana un tocco di eleganza e di gioia di vivere mutuate dal
continente e in particolare dalla Francia. Perché se Londra è il
cuore di un impero sconfinato, Parigi è la capitale culturale del
mondo occidentale. Ma la middle class inglese è ancora legata a quei
valori di decoro, dovere e sacrificio che avevano dominato durante
tutto il periodo vittoriano e così ben rappresentate dal padre del
protagonista. Wallace sente il “peso” del suo ruolo sociale,
sente che seguire le sue visioni sarebbe come “tradire” i valori
in cui è stato cresciuto dal padre e che pure gli hanno procurato
tanta sofferenza. Ancora brucia in lui il ricordo delle punizioni
subite in famiglia quando ha cercato di condividere con loro il suo
meraviglioso segreto. E così mette il suo genio al servizio della
sua carriera, gira le spalle alla porta nel muro, ma questo genera
dentro di lui un conflitto che lo consuma e gli preclude ogni
felicità, fino alla tragedia finale.
Declino
del positivismo: Lo scrittore
attraverso la figura di Wallace, rivendica i diritti del singolo a
seguire i propri sogni, ad avere una visione autonoma e personale
della realtà. L'età edoardiana è un'epoca di sviluppo tecnologico
sempre più veloce, come possiamo osservare anche in questo racconto:
nell'adolescenza Wallace si muove in carrozza e col treno, nell'età
adulta con la macchina, le notizie vengono comunicate in tempo reale
attraverso il telefono, il libro magico della donna bruna ci ricorda
la scoperta del cinematografo (1895). Il pensiero filosofico
dominante è il positivismo che fa coincidere il progresso della
società con il progresso della scienza, al concetto di qualità
viene sostituito quello della quantità, è la società di massa a
scapito del singolo, delle sue istanze, dei suoi sogni e dei suoi
desideri. Ma quando il racconto è pubblicato questo modello è stato
già messo in crisi dalla psicoanalisi di Freud (1900) che rimette
l'individuo al centro dell'attenzione, mentre la fisica newtoniana,
che è alla base del pensiero scientifico ottocentesco, è superato
dalla fisica quantistica (1900) e dalla relatività di Einstein
(1905). Le antiche certezze si vanno sgretolando e Wells, che è
anche uno scienziato, ne è ben consapevole. Fra pochi anni lo stesso
assetto politico dell'Europa sarà stravolto dalla prima guerra
mondiale, che secondo Wells avrebbe dovuto essere l'ultima.
Società
industriale vs. natura: La porta nel muro sembra essere un
punto di cesura tra la “ugliness” della società industriale e la
bellezza della natura e dell'arte. Non a caso, infatti, la porta
verde compare per la prima volta in un contesto urbano povero,
degradato e caotico. La rivoluzione industriale ha creato delle città
tentacolari, dove prima c'era la campagna, ora sorgono squallidi
slums. Nel giardino di Wallace, invece, regna la bellezza e l'armonia
fra uomo, natura e arte. E in tutta questa perfezione la gente non
può che essere felice e amorevole. Certo una visione utopistica
dell'uomo e del suo rapporto con la natura, ma necessaria
all'economia del racconto, per spiegare quanto grande sia il
rimpianto di Wallace, che grazie alle sue capacità di sognatore era
riuscito ad andare oltre il muro del materialismo trionfante.
L'eredità
del romanticismo:
nel
racconto ritroviamo molte tematiche ereditate dal romanticismo.
La scoperta dell'infanzia come età fondamentale per la formazione
dell'adulto: “The Child is father of the Man” asseriva Wordsworth
(My heart leaps up...). La contrapposizione immaginazione/ragione
“What is now proved was once only imagined.” (William Blake, The
Marriage of Heaven and Hell
(1790-93). Proverbs of Hell), la visione idealizzata del bambino, che
non ancora corrotto dalla società degli adulti, conserva intatte le
sua capacità visionarie, destinate a scomparire nell'età adulta:
“The things which I have seen I now can see no more.”
(Wordsworth, Ode all'immortalità). Al contrario, Wallace conserva le
sue capacità visionarie, ma crescendo le rinnega, per omologarsi al
modo di pensare comune, intimorito dalla reazione violenta e
repressiva degli adulti, finché la metamorfosi è completata ed egli
diventa un uomo di successo. “If the doors of perception were
cleansed every thing would appear to man as it is, Infinite.”
diceva William Blake in uno dei suoi proverbi più famosi (The
Marriage of Heaven and Hell). Se Wallace avesse avuto il coraggio di
purificare le porte della percezione da ogni pregiudizio, egli
sarebbe stato capace di usare la forza dell'immaginazione per
spalancare le porte dell'universo: “La conoscenza è limitata,
l'immaginazione abbraccia il mondo.” (Albert Einstein)
Background
letterario: Il tema del giardino segreto o dell'isola
incantata è un tema caro alla letteratura per l'infanzia del primo
novecento, il più famoso è sicuramente Peter Pan e la
sua isola che non c'è, capolavoro di James Barrie. Il personaggio di
Peter ebbe un lunga elaborazione. La prima versione va sotto il
titolo di Peter Pan nei giardini di Kensington,
tratto da The Little White Bird (1902). Nel 1904
c'è l'edizione teatrale sotto il titolo di Peter Pan, o il
ragazzo che non voleva crescere. Questa storia fu poi
adattata, ingrandita e trasformata da Barrie in un romanzo pubblicato
nel 1911 con il titolo Peter e Wendy, poi Peter
Pan e Wendy e infine semplicemente Peter Pan.
Meno
conosciuto, forse, ma non meno bello è Il giardino segreto
(1910) di Frances Hodgson Burnett, la stesa autrice di Piccolo
lord.
H.G. Wells (1911)
La porta verde – Giorgio Kienerk, 1920?
1
Durante una serata di confidenze, meno di tre mesi fa, Lionel Wallace mi raccontò la storia della porta nel muro. E quella volta pensai che, per quello che lo riguardava, fosse una storia vera. Me la raccontò con tanta sincera convinzione che non potei far altro che credergli. Ma la mattina, nel mio appartamento, mi svegliai in un diverso stato d'animo e, mentre ero a letto e mi ritornava alla mente tutto quello che mi aveva detto, considerai quella storia francamente incredibile, una volta spogliata del fascino della sua voce sincera e pacata, senza la luce avvolgente della lampada velata e la penombra che circondava lui e i piacevoli oggetti brillanti sul tavolo: le posate e i bicchieri e la tovaglia della cena che avevamo condiviso e che formavano un piccolo mondo splendente separato dalla realtà quotidiana. “Era tutto una mistificazione!” mi dissi, e aggiunsi: “E come l'ha congegnata bene...! E' l'ultima persona al mondo che avrei ritenuto capace di una cosa del genere.”