sabato 26 aprile 2014

Una Bottiglia di Perrier

Com'è dolce la vita all'ombra delle palme


Edith Wharton (New York, 24 gennaio 1862 – Saint-Brice-sous-Forêt, 11 agosto 1937), è stata la prima scrittrice statunitense a ricevere il premio Pulitzer nel 1921 per il suo romanzo più famoso L'età dell'innocenza, portato al cinema da Martin Scorzese nel 1993. Il romanzo è ambientato nell'alta società New Yorkese del primo Novecento, di cui l'autrice ben tratteggia caratteristiche, limiti e contraddizioni. E non poteva essere diversamente, dal momento che la sua famiglia, i Newbold Jones, era una delle più ricche e potenti di New York.
Trascorse gran parte della sua vita in Francia, dove si era trasferita nel 1906 per allontanarsi dal marito, il ricco banchiere di Boston Edward Wharton, e dai suoi problemi mentali. Qui continuò la sua attività letteraria, e viaggiò in tutto il mediterraneo: fu la prima donna a poter visitare il Monte Athos in Grecia, e a visitare un harem in Marocco, e su questa esperienza di viaggio scrive il libro In Morocco, che è anche un endorsment alla politica colonialista della Francia, vista come baluardo della cultura occidentale e della religione cristiana. Morì in Francia a causa di un di infarto all’età di settantacinque anni.

Il racconto che vi propongo, A Bottle of Perrier (Una bottiglia di Perrier) è ambientato in un’oasi desertica ai confini con il Marocco. Apparve la prima volta sul The Saturday Evening Post nel 1926 con il titolo “A Bottle of Evian,” e fu pubblicato nel volume Certain People, 1930, con il titolo A Bottle o Perrier.
Protagonista della storia è il giovane Medford, archeologo della scuola americana di Atene, che va in visita ad un suo più anziano collega, Henry Almodham, archeologo inglese che da anni vive nel deserto in un antico edificio “a metà tra la fortezza cristiana e il palazzo arabo”. 

 Quando il giovane arriva, scopre che il suo ospite si è allontanato “...invitato improvvisamente da un capo tribù suo amico a visitare alcune rovine inesplorate più a sud” come gli viene annunciato da Gosling, il compassato cameriere di Almodham, a capo di uno stuolo di servi arabi, tutti dediti al comfort del loro padrone. Affascinato dal mistero di quel posto dove “lo spasmodico agitarsi dell'uomo non aveva senso” e dalla selvaggia bellezza del deserto, Medford decide di fermarsi per aspettare il ritorno del suo ospite. E la vita sembra dolce all'ombra delle palme fruscianti che ombreggiano il cortile di quell'edificio labirintico. Al centro del cortile, e della storia, c'è la cisterna, l'unica fonte di acqua del castello. Ed è proprio con l'acqua che sorgono i primi problemi, dal momento che quella della cisterna, con l'avanzare della stagione secca, incomincia a non essere più buona. Anche le riserve di acqua minerale, che tanto avevano impressionato il giovane, “Perrier nel deserto!”, alla fine risultano esaurite, a causa della calura dei giorni precedenti, e la prossima carovana di rifornimenti arriverà solo la settimana successiva. Su suggerimento di Medford, l'acqua della cisterna viene bollita, e tutto sembra filare per il meglio. Pian piano il giovane, abbattendo le barriere sociali che sembrano perdere senso in quel luogo, instaura un rapporto confidenziale con il maggiordomo che gli rivela la natura egoistica del suo padrone, “quando è qui ha bisogno di me per la sua persona, e quando è via ha bisogno di me per controllare gli altri.” Sempre così, da quando Almodham lo ha portato là dodici anni prima, senza poter mai andare via “incatenato qui come il suo cane da guardia.” I giorni passano, ma Almodham non si fa vedere, l'attesa riserva di Perrier non arriva, cosa che suscita una reazione particolarmente isterica nel maggiordomo, con stupore del giovane americano. Intanto, a causa del caldo, l'acqua della cisterna è sempre più disgustosa e il suo cattivo odore invade tutto il cortile, rompendo l'incanto iniziale e il ritorno alla realtà sarà violento e drammatico.


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I fantasmi di Edith Wharton
Trad. Balestra Gianfranca, 1993, Bulzoni
€ 13,17


Storie di fantasmi
Wharton Edith, 2008, Joybook
€ 5,87

 



UNA BOTTIGLIA DI PERRIER
Edith Wharton








Due giorni a combattere su piste insidose in un vecchio macinino ben intenzionato ma asmatico, e altri due giorni di viaggio su un cavallo a nolo dal temperamanto scontroso, avevano indotto il giovane Medford, della scuola americana di archeologia di Atene, a chiedersi come mai il suo eccentrico amico inglese, Henry Almodham, avesse scelto di vivere nel deserto.



Adesso capiva.



lunedì 10 febbraio 2014

LE PORTE DELLA PERCEZIONE



La porta nel muro (The Door in the Wall) è un racconto breve di H. G.Wells, pubblicato per la prima volta nel 1911 nella raccolta intitolata The Door in the Wall, and Other Stories.

Protagonista della storia è Lionel Wallace, uomo politico brillante e ambizioso che muore in circostanze poco chiare alla vigilia del suo quarantesimo compleanno. La storia è narrata dal suo antico compagno di scuola Redmond (reliable narrator), che riporta al lettore le confidenze ricevute tre mesi prima dal suo amico durante una cena a quattr'occhi, in cui Wallace (unreliable narrator), sotto forma di un lungo flashback, rivela di aver perso ogni interesse in quello che fa a causa di una preoccupazione che lo ossessiona: “Io sono ossessionato. Ossessionato da qualcosa – che toglie al mondo ogni luce e mi riempie di un desiderio inappagabile...” Quella ossessione ha radici lontane e risale alla sua prima infanzia. Il bambino, orfano di madre, affidato da un padre severo e assente alle cure poco amorevoli di bambinaie e governanti, quando aveva poco più di cinque anni era sfuggito alla sorveglianza degli adulti e vagando per gli squallidi sobborghi della città si era ritrovato davanti ad una misteriosa porta verde in un muro bianco. Cedendo ad un richiamo irresistibile, aveva varcato quella porta per ritrovarsi in un giardino incantato di una bellezza ultraterrena: i fiori erano spontanei, non c'erano erbacce, la luce aveva un riflesso di eternità e perfino gli animali più feroci erano docili e socievoli. In quel giardino non c'era posto per il serpente. Per la prima volta il bambino è felice, lontano dalla ferrea disciplina paterna e dalla bruttezza del mondo esterno. Egli sente di appartenere a quel luogo: “Nella mia mente c'era la profonda sensazione di essere a casa.” In un primo momento gli aveva fatto da guida una fanciulla bionda, affettuosa e gioiosa, forse la madre che gli era sempre mancata. E soprattutto vi aveva trovato dei compagni di gioco che per un momento avevano alleviato la sua solitudine. Poi era arrivata una donna bruna e severa, dallo sguardo pieno di tristezza, perché consapevole che il bambino avrebbe dovuto lasciare il giardino incantato e ritornare alla vita di tutti i giorni. La donna lo aveva separato dai suoi amici e attraverso le pagine viventi di un libro magico gli aveva fatto rivivere la storia della sua vita, proprio come in un film, fino al momento in cui il bambino si era rivisto davanti alla porta nel muro. A questo punto la magia era finita ed egli si era trovato di nuovo nel mondo reale. Al dolore per la perdita del giardino incantato si aggiunsero anche l'incomprensione del padre e dei suoi famigliari che non credettero al suo racconto e lo punirono perché troppo “fantasioso”. Col passare del tempo Wallace incominciò a dimenticare il giardino e i suoi meravigliosi abitanti, adeguandosi sempre più al mondo circostante e al modo di pensare del padre, di cui finalmente riceverà il plauso e la stima. Si imbatté altre cinque volte nella porta verde senza mai oltrepassarla, da adolescente perché troppo preso dagli impegni scolastici, da adulto perché troppo preso dalla sua vita sentimentale e personale, ma soprattutto perché troppo impegnato a costruire la sua brillante carriera politica, a cui ha sacrificato tutto, anche la meravigliosa visione del giardino incantato. Ma proprio quando ha ormai raggiunto il successo inseguito per tutta la vita, si rende conto che l'unica cosa veramente importante per lui è quella perduta felicità a cui aveva avuto accesso attraverso la porta verde “Tre volte in un anno la porta si è offerta a me – la porta che conduce alla pace, alla gioia, ad una bellezza inimmaginabile, ad una dolcezza che nessun uomo sulla terra conosce. E l'ho rifiutata, Redmond, e se ne è andata...” Così rivela all'incredulo Redmond che ogni notte vaga per la città alla ricerca di quel muro e di quella porta. Il mattino dopo Redmond pensa che l'amico lo abbia preso in giro, ma poi il tono sincero di quelle confidenze gli fanno sorgere il dubbio che, in realtà “quei ricordi, in qualche modo, evocavano, proponevano, suggerivano – non saprei che termmine usare – esperienze altrimenti impossibili da raccontare.” E' sicuro che il suo amico fosse sincero, ma non sa dire se “ Egli vide davvero o credette di vedere, se egli veramente possedeva un inestimabile privilegio o era la vittima di un sogno fantastico.” Tre mesi dopo questa incredibile confessione i giornali riportano la morte dell'importante uomo politico avvenuta in circostanze poco chiare: Wallace ha per errore oltrepassato una porticina verde che serviva da ingresso agli operai che stavano ampliando la linea ferroviaria di East Kensington, precipitando in un pozzo di collegamento. Questo è ciò che pensa la gente comune, ma Wallace apparteneva a quella categoria speciale che “sono i sognatori, questi uomini di visione e immaginazione” e Redmond si chiede “Ma lui ha visto le cose allo stesso modo?”


Con questo interrogativo termina quella che è, a ragione, considerata una delle migliori short story di Wells, in cui l'autore ripropone l'eterno dissidio fra ragione e immaginazione, ma in realtà gli spunti di questo racconto sono molteplici.



Individuo e società: Wallace è definito un “sognatore” che grazie alla sua immaginazione ha il potere di evocare visioni di mondi meravigliosi, ma perché decide di rinunciare a questo “potere” che avrebbe potuto fare di lui un artista o un letterato? Le ragioni vanno trovate nel contesto culturale, sociale e morale di quel particolare periodo storico. Siamo alla fine del periodo edoardiano, che va dalla morte della reggina Vittoria (1901) alla morte di suo figlio Edoardo VII (1911). E' il periodo della Bella Epoque, Edoardo porta nella severa società vittoriana un tocco di eleganza e di gioia di vivere mutuate dal continente e in particolare dalla Francia. Perché se Londra è il cuore di un impero sconfinato, Parigi è la capitale culturale del mondo occidentale. Ma la middle class inglese è ancora legata a quei valori di decoro, dovere e sacrificio che avevano dominato durante tutto il periodo vittoriano e così ben rappresentate dal padre del protagonista. Wallace sente il “peso” del suo ruolo sociale, sente che seguire le sue visioni sarebbe come “tradire” i valori in cui è stato cresciuto dal padre e che pure gli hanno procurato tanta sofferenza. Ancora brucia in lui il ricordo delle punizioni subite in famiglia quando ha cercato di condividere con loro il suo meraviglioso segreto. E così mette il suo genio al servizio della sua carriera, gira le spalle alla porta nel muro, ma questo genera dentro di lui un conflitto che lo consuma e gli preclude ogni felicità, fino alla tragedia finale.



Declino del positivismo: Lo scrittore attraverso la figura di Wallace, rivendica i diritti del singolo a seguire i propri sogni, ad avere una visione autonoma e personale della realtà. L'età edoardiana è un'epoca di sviluppo tecnologico sempre più veloce, come possiamo osservare anche in questo racconto: nell'adolescenza Wallace si muove in carrozza e col treno, nell'età adulta con la macchina, le notizie vengono comunicate in tempo reale attraverso il telefono, il libro magico della donna bruna ci ricorda la scoperta del cinematografo (1895). Il pensiero filosofico dominante è il positivismo che fa coincidere il progresso della società con il progresso della scienza, al concetto di qualità viene sostituito quello della quantità, è la società di massa a scapito del singolo, delle sue istanze, dei suoi sogni e dei suoi desideri. Ma quando il racconto è pubblicato questo modello è stato già messo in crisi dalla psicoanalisi di Freud (1900) che rimette l'individuo al centro dell'attenzione, mentre la fisica newtoniana, che è alla base del pensiero scientifico ottocentesco, è superato dalla fisica quantistica (1900) e dalla relatività di Einstein (1905). Le antiche certezze si vanno sgretolando e Wells, che è anche uno scienziato, ne è ben consapevole. Fra pochi anni lo stesso assetto politico dell'Europa sarà stravolto dalla prima guerra mondiale, che secondo Wells avrebbe dovuto essere l'ultima.

Società industriale vs. natura: La porta nel muro sembra essere un punto di cesura tra la “ugliness” della società industriale e la bellezza della natura e dell'arte. Non a caso, infatti, la porta verde compare per la prima volta in un contesto urbano povero, degradato e caotico. La rivoluzione industriale ha creato delle città tentacolari, dove prima c'era la campagna, ora sorgono squallidi slums. Nel giardino di Wallace, invece, regna la bellezza e l'armonia fra uomo, natura e arte. E in tutta questa perfezione la gente non può che essere felice e amorevole. Certo una visione utopistica dell'uomo e del suo rapporto con la natura, ma necessaria all'economia del racconto, per spiegare quanto grande sia il rimpianto di Wallace, che grazie alle sue capacità di sognatore era riuscito ad andare oltre il muro del materialismo trionfante.

L'eredità del romanticismo: nel racconto ritroviamo molte tematiche ereditate dal romanticismo. La scoperta dell'infanzia come età fondamentale per la formazione dell'adulto: “The Child is father of the Man” asseriva Wordsworth (My heart leaps up...). La contrapposizione immaginazione/ragione “What is now proved was once only imagined.” (William Blake, The Marriage of Heaven and Hell (1790-93). Proverbs of Hell), la visione idealizzata del bambino, che non ancora corrotto dalla società degli adulti, conserva intatte le sua capacità visionarie, destinate a scomparire nell'età adulta: “The things which I have seen I now can see no more.” (Wordsworth, Ode all'immortalità). Al contrario, Wallace conserva le sue capacità visionarie, ma crescendo le rinnega, per omologarsi al modo di pensare comune, intimorito dalla reazione violenta e repressiva degli adulti, finché la metamorfosi è completata ed egli diventa un uomo di successo. “If the doors of perception were cleansed every thing would appear to man as it is, Infinite.” diceva William Blake in uno dei suoi proverbi più famosi (The Marriage of Heaven and Hell). Se Wallace avesse avuto il coraggio di purificare le porte della percezione da ogni pregiudizio, egli sarebbe stato capace di usare la forza dell'immaginazione per spalancare le porte dell'universo: “La conoscenza è limitata, l'immaginazione abbraccia il mondo.” (Albert Einstein)




Background letterario: Il tema del giardino segreto o dell'isola incantata è un tema caro alla letteratura per l'infanzia del primo novecento, il più famoso è sicuramente Peter Pan e la sua isola che non c'è, capolavoro di James Barrie. Il personaggio di Peter ebbe un lunga elaborazione. La prima versione va sotto il titolo di Peter Pan nei giardini di Kensington, tratto da The Little White Bird (1902). Nel 1904 c'è l'edizione teatrale sotto il titolo di Peter Pan, o il ragazzo che non voleva crescere. Questa storia fu poi adattata, ingrandita e trasformata da Barrie in un romanzo pubblicato nel 1911 con il titolo Peter e Wendy, poi Peter Pan e Wendy e infine semplicemente Peter Pan.

Meno conosciuto, forse, ma non meno bello è Il giardino segreto (1910) di Frances Hodgson Burnett, la stesa autrice di Piccolo lord.
























































































     La porta nel muro
          H.G. Wells (1911)

                                                    

                                La porta verde – Giorgio Kienerk, 1920?

                                                            
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Durante una serata di confidenze, meno di tre mesi fa, Lionel Wallace mi raccontò la storia della porta nel muro. E quella volta pensai che, per quello che lo riguardava, fosse una storia vera. Me la raccontò con tanta sincera convinzione che non potei far altro che credergli.  Ma la mattina,  nel mio appartamento, mi svegliai in un diverso stato d'animo e, mentre ero a letto e mi ritornava alla mente tutto quello che mi aveva detto, considerai quella storia francamente incredibile, una volta spogliata del fascino della sua voce sincera e pacata, senza la luce avvolgente della lampada velata e la penombra che circondava lui e i piacevoli oggetti brillanti sul tavolo: le posate e i bicchieri e la tovaglia della cena che avevamo condiviso e che formavano un piccolo mondo splendente separato dalla realtà quotidiana. “Era tutto una mistificazione!” mi dissi, e aggiunsi: “E come l'ha congegnata bene...! E' l'ultima persona al mondo che avrei  ritenuto capace di una cosa del genere.”

domenica 15 dicembre 2013

A spasso nel tempo





 AUGURI DI BUONE FESTE....
 con un po' di  mistero


Non è facile parlare di paradossi temporali, soprattutto per le sue inevitabili implicazioni etiche: siamo in grado di cambiare il nostro futuro cambiando il nostro passato (Ritorno al futuro), o qualunque sforzo è inutile perché il corso del tempo è immutabile (Samarcanda di Vecchioni)? La fisica quantistica sembra dare una terza possibilità se accettiamo la teoria dei molti mondi che vede il tempo come un fiume che si biforca in diversi rami, formando universi distinti (Sliding Doors).
Nella Macchina del tempo (1895) di H.G. Wells la scienza e la tecnologia forniscono per la prima volta gli strumenti per viaggiare nel tempo.  Nel 1952 Ray Bradbury nel breve racconto A Sound of Thunder  anticipa il concetto di “effetto farfalla” (il termine fu coniato dal metereologo del MIT Edward Lorenz nei primi anni '60) secondo cui calpestare accidentalmente una farfalla preistorica durante un safari temporale, può causare nel futuro effetti imprevedibili e drammatici.
Fredric Brown, maestro del paradosso, nel breve racconto Experiment (1954) ha usato il tema dei viaggi nel tempo per metterci in guardia nei confronti di un progresso scientifico che viaggia a velocità esponenziale superando limiti fino ad a ieri considerati invalicabili. C'é poi la grande paura degli anni '50, quella della catastrofe atomica scatenata da un gesto inconsulto o, peggio, casuale: basta premere il bottone sbagliato per scatenare l'inferno, proprio come accade al professor Johnson e ai suoi colleghi che portano avanti il loro esperimento dimenticando quanto sia pricoloso “giocare a dadi” con le leggi che regolano il nostro universo.


Esperimento 
FREDRIC BROWN 
 Illustrato da STONE




“Signori, la prima macchina del tempo,” fu l'orgoglioso annuncio del professor Johnson ai suoi colleghi. “In effetti, è un modello in scala ridotta. Può operare solo con oggetti che non pesino più di un chilo e mezzo e per distanze nel futuro o nel passato non superiori ai dodici minuti. Ma funziona.” Il modellino in scala ridotta rassomigliava ad una piccola bilancia – come quelle per pesare la posta – se non per due quadranti posti proprio sotto il vassoio. Il professor Johnson mostrò un piccolo cubo di metallo. “L'oggetto del nostro esperimento,” disse, “è un cubo di ottone che pesa mezzo chilo. Per prima cosa, lo manderò cinque minuti avanti nel futuro.” Si chinò e regolò uno dei due quadranti della macchina del tempo. “Controllate i vostri orologi,” disse. Gli altri due controllarono i loro orologi. Il professor Johnson sistemò delicatamente il cubo sul piatto della macchina. Scomparso. Cinque minuti dopo, precisi al secondo, riapparve.

venerdì 6 dicembre 2013

Capitan Omicidio



L'ultima moglie di Barbablù





Capitan Omicidio è tratto da The Uncommercial Traveller (inedito in Italia), composta da una serie di sketches e racconti che contribuirono alla rivista settimanale All the Year Round (1859-1895), di cui Dickens era editore.
Secondo Dickens, sono proprio le bambinaie, con le loro storie paurose, a creare gli "angoli bui" della nostra mente, popolati da esseri malvagi e vecchie canaglie come Capitan Omicidio, diretto discendente di quell'assassino seriale che era Barbablù. Come il suo antenato, lo scopo della sua vita è sposare giovani fanciulle innocenti, per poi sacrificarle al suo appetito cannibalesco, infatti, ad un mese esatto dopo il matrimonio le poverette finiscono tagliate a pezzetti e messe in una torta salata, il cui impasto è preparato inconsapevolmente da loro stesse. Questa catena di matrimoni e omicidi viene interrotta solo grazie al coraggio di una giovane donna desiderosa di vendicare la morte della sua gemella. Il finale è sorprendente e pur esulando dalla formula dell'happy end tanto caro al pubblico vittoriano, si concluderà con la punizione del Capitano, che resterà vittima della sua stessa malvagità.
Capitan Omicidio è una fiaba crudele, pervasa da uno humour nero che non ci aspetteremmo di trovare nel repertorio di Dickens, tanto è vero che l'autore, nella breve introduzione, sente la necessità di attribuirne la responsabilità alle bambinaie, che raccontano ancora ai bambini le fiabe paurose della tradizione popolare, che l'età vittoriana aveva rimosso, sostituendole con storie e racconti edificanti considerati da Dickens “letteratura che rende stupidi”, d'accordo con un altro esimio vittoriano, quel Lewis Carroll che in Alice nel paese delle meraviglie (1865), mise alla berlina tutti i pregiudizi del suo tempo nei confronti dei bambini, considerati adulti in fieri che dovevano essere educati all'obbedienza attraverso una letteratura per l'infanzia melensa e, quella sì, omicida della loro fantasia e della loro curiosità.
Questa ostilità era accresciuta dal fatto che le fiabe tradizionali trattavano anche del rapporto fra i sessi, argomento ossessivamente rimosso dalla cultura vittoriana. Il bambino, infatti, era considerato un essere puro, al riparo, per sua natura, da ogni inclinazione morbosa o violenta e veniva lasciato solo con le sue ansie e le sue paure, che doveva imparare a reprimere per conformarsi ai valori “positivi” imposti dagli adulti. I cattivi delle fiabe, invece, lo aiutavano a riconoscere e ad affrontare gli “angoli bui” e a sconfiggerli. Proprio come  l'ultima moglie di Capitan Omicidio, che grazie all sua curiosità e al suo coraggio, riesce a liberarsi di quel marito tirannico e crudele.
La fiaba si conclude con l'immagine liberatoria dei cavalli bianchi di Capitan Omicidio (alter ego delle sue spose innocenti “macchiate” dalla sua crudeltà) che spezzano le pastoie che li tengono prigionieri irrompendo in una corsa selvaggia e travolgente. 
TESTI CONSIGLIATI 
💟
Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe (brossura)
di Bruno Bettelheim - Feltrinelli - 2013

💟
Capitan Omicidio. Con poster (illustrato, brossura)
di Charles Dickens, Fabian Negrin - Orecchio Acerbo - 2012





CAPITAN OMICIDIO

Charles Dickens (1812-1870)
tratta da All the Year Round, Sep. 8, 1860.


Se tutti noi conoscessimo la nostra mente (in un senso più ampio dell'accezione popolare di quella espressione), sospetto che troveremmo le nostre bambinaie responsabli della maggior parte di quegli angoli bui a cui, pur contro la nostra volontà, siamo costretti a ritornare. 



                        Charles Dickens dipinto da Robert William Bussmentre mentre dorme                          nel suo studio a Gad's Hill Place, Higham, Kent 1875.
 
Il primo personaggio diabolico che si insinuò nella mia pacifica giovinezza fu un certo Capitan Omicidio. Quel miserabile deve essere stato un discendente della famiglia di Barba Blu, ma allora non avevo il minimo sospetto riguardo a questa consanguineità. Del resto, il suo nome allarmante non sembrava suscitare alcun pregiudizio nei suoi confronti, infatti, era ammesso nella migliore società e possedeva immense ricchezze. 

domenica 24 novembre 2013

Lo sposo fantasma



Un americano nella Selva Nera



Eccoci di nuovo in compagnia di Washington Irving e dei suoi racconti di fantasmi. Questo che vi propongo, Lo sposo fantasma (The Spectre Bridegroom), é tratto dal The Sketch Book of Geoffrey Crayon, Gent.(1819-1820). La storia è ambientata in un antico castello tedesco, il cui proprietario, il barone Landshort (poca terra), vive in compagnia dell'unica bellissima figlia e di una comitiva di parenti poveri che vivono a scrocco alla sua tavola e lo assecondano nella sua passione per le storie di spiriti. La ragazza è promessa dal padre ad un giovane di nobile casato che nessuno conosce di persona. Il giorno del matrimonio lo sposo è trucidato dai briganti sulla via per il castello. Il suo compagno di viaggio si assume il triste incarico di portare la ferale notizia alla sposa, ma complici la bellezza della fanciulla, la loquacità del barone e, soprattutto, la sua passione per il soprannaturale, le cose andranno altrimenti. 
 
L'autore, o meglio il suo alter ego, asserisce di aver a scoltato questo racconto in Olanda, durante una sosta in una locanda (“quel tempio della vera libertà”), da un “vecchio svizzero corpulento”, più interessato ad una prosperosa fantesca che alla storia che stava raccontando. Lo stesso autore confessa di ricordare la storia soprattutto per lo spirito con cui fu narrata e per il bizzarro aspetto del narratore. Il contenuto del racconto, poi, non è nemmeno originale, ma suggerito da una “storiella francese”. Sembra quasi che Irving stia facendo il verso a quei critici che lo definiranno “autore elegante ma di poca inventiva.” Gran parte delle sue storie, infatti, attingono al folklore europeo, in particolare quello tedesco. Irving, insomma, attinge a quel materiale mitico che oggi chiamiamo immaginario collettivo. Non gli interessa fingere che queste storie siano originali, quello che è importante è l'atto del narrare. Né gli interessa il concetto di verosimiglianza, l'autenticità delle sue storie è nel fatto che tutti le considerano autentiche: che cosa sarebbe la letteratura senza quella “willing suspensionof dibilief” invocata da Colleridge? Nel momento stesso in cui Irving sembra farsi beffe della credulona passione per il soprannaturale del Barone e della sua combriccola di parenti affamati e scrocconi, non fa altro che rivendicare l'autonomia della letteratura, che egli considera “arte dell'inutile”, in contrapposizione alla morale utilitaristica della nascente borghesia mercantile e industriale: “Poiché non avevo altro modo di trascorrere una serata tediosa e ventosa, presi posto davanti alla stufa e ascoltai svariate storie di viaggiatori, alcune stravaganti, altre noiosissime.”





LO SPOSO FANTASMA

Washington Irving
(1783-1859)


Colui per cui la cena è pronta,
Stanotte, credo, giace freddo gelato!
Ieri alla sua camera l'ho condotto,
Questa notte Sir Gray-steel gli ha fatto il letto!
-Sir Eger, Sir Graheme e Sir Gray-steel. 1




Castello medievale nel Lichtenstein - Germania


Sulla sommità di una della cime dell'Odenwald, una zona selvaggia e romantica della Germania settentrionale situata non lontana dalla confluenza del Meno e del Reno, c'era, moltissimi anni fa, Il castello del barone von Landshort. Adesso è completamente in rovina e quasi seppellito da faggi e fitti abeti; al di sopra, comunque, si può ancora vedere la sua vecchia torre di guardia che combatte, come il suo antico proprietario, per tenere alta la testa e dominare la regione circostante. Il barone era l'ultimo erede della grande casato dei Katzenellenbogen 2, ed aveva ereditato tutto l'orgoglio dei suoi antenati insieme a ciò che restava delle loro proprietà. Sebbene l'attitudine bellicosa dei suoi predecessori avesse impoverito di molto i possedimenti di famiglia, tuttavia il barone riusciva ancora a conservare una parte dell'antica grandezza. I tempi erano pacifici e i nobili tedeschi, in generale, avevano abbandonato i loro scomodi castelli aviti, appollaiati tra le montagne come nidi di aquila, e avevano costruito residenze molto più confortevoli a valle; il barone, invece, continuava a rimanere orgogliosamente asserragliato nella sua piccola fortezza, tenendo in vita con ostinazione ereditaria tutte le vecchie faide di famiglia, così che era in cattivi rapporti con alcuni dei suoi vicini più prossimi, a causa di dispute che erano nate tra i loro bis-bis nonni.

domenica 27 ottobre 2013

L'album del canonico Alberico





Un professore tra i fantasmi



Montague Rhodes James (Goodnestone Parsonage, 1º agosto 1862 – 12 giugno 1936) è stato uno scrittore, storico, noto studioso medievalista e bibliofilo, ricordato oggi per i suoi racconti vittoriani di fantasmi, firmati come M. R. James. Studiò prima ad Eaton e poi al King's Colleddge di Cambridge, di cui fu poi rettore. E sarà prorprio questo “uomo di Cambridge,” questo raffinato antiquario che riuscirà a innovare e dare nuova linfa ai racconti di fantasmi, che iniziò a scrivere per intrattenere gli amici durante le feste natalizie. James capì che i fantasmi dovevano lasciare i castelli desolati e i sotterranei bui del racconto gotico per invadere il quotidiano. I suoi fantasmi non sono anime in pena, ma entità melvole e demoniache che mettono l'uomo mederno e il suo scetticismo di fronte all'inesplicabile. I fenomeni soprannaturali invadono il quotidiano con gradualità, spesso stemperati da dettagli di banale quotidianità o arricchiti di dettgli eruditi: rinuncia al sensazinalismo per creare emozioni filtrate dall'intelletto e dalla cultura. E la novità di questo approccio è stata colta e apprezzata dallo stesso H.P. Lovecraft: “Pur impiegando un tocco leggero, il dottr James sa evocare gli aspetti più atrocemente impressionanti della paura e dell'orrore, e certamente, in questo inquietante ambito, rimarrà sempre come uno dei pochi narratori dotati di originale creatvità”
L'album del canonico Alberico (Canon Alberic's Scrap-Book) è il primo racconto della prima collezione di storie di fantasmi pubblicata da Montague Rhodes James, Storie di fantasmi di un antiquario (Ghost Stories of an Antiquary). Il libro apparve nel 1904, ma L'album del canonico Alberico era stato scritto nel 1894 e pubblicato subito dopo sulla National Review. La storia fu ispirata a James da un viaggio fatto qualche anno prima a Saint-Bertrand-de-Comminges, ai piedi dei Pirenei nel sud della Francia, per visitarne la cattedrale. L'aspetto decadente di quella che una volta era stata una prestigiosa sede vescovile deve aver colpito profondamente lo studioso di antichità medievali, al punto di trsformarlo in uno scrittore di racconti dell'orrore. Le condizioni di rovina della città gli forniscono la perfetta ambientazione per un'apparizione diabolica: essa richiama alla mente del protagonista, un inglese di nome Denniston appassionato di libri antichi, le parole del profeta Isaia quando parla dei mostri notturni che infestano le rovine di Babilonia. Ma il vero protagonista della storia è prorio l'album del titolo, uno pseudo-biblium (antenato del più famoso Neconomicon di H.P. Lovecraft) costruito con i ritagli di misteriosi codici miniati che lo scrittore descrive con la perizia del bibliofilo, creando un manufatto arricchito da citazioni latine fasulle, riferimenti ad episodi della Bibbia e a personaggi realmente esistiti, in un sapiente miscuglio di verosimile e vero, che contribuisce a creare l'atmosfera spiazzante del racconto. Lo stesso canonico Alberico è l'erede fittizio di un personaggio storico, quel Jaen de Mauleon vescovo di Comiges nel XVI secolo. E per dare ancora più verosimiglianza al tutto, l'autore veste i panni del confidente: egli ci riferisce la terrificante avventura vissuta dal suo amico Denniston, quasi a prendere egli stesso le distanze da ciò che racconta.







L'ALBUM DEL CANONICO ALBERICO
DI M. R. JAMES, 1894




 1850 for "Les Pyrenees Monumentales Et Pittoresques" by Andre Gorse.


St. Bertrand de Comminges è una cittadina in decadenza sui contrafforti dei Pirenei, non lontana da Tolosa e ancora più vicina a Bagnères-de-Luchon. Fu sede vescovile fino alla rivoluzione e ha una cattedrale che è visitata a un certo numero di turisti. Nella primavera del 1883 un inglese arrivò in questo luogo del vecchio mondo –mi è difficile fregiarlo del nome di città, perché non vi sono nemmeno mille abitanti. Era uno studioso di Cambridge, che era venuto da Tolosa proprio per visitare la chiesa di san Bertrando e aveva lasciato due amici, che erano archeologi meno appassionati di lui, nel loro hotel a Tolosa, con la promessa di raggiungerlo il giorno dopo. Una mezz'ora in chiesa sarebbe stata sufficiente per loro e dopo tutti e tre avrebbero potuto proseguire il viaggio in direzione di Auch. 

martedì 23 luglio 2013

L'assassinio del mandarino

 
Un Mandarino per Vera


Arnold Bennett nacque ad Hanley, Staffordshire, nel 1867. Dopo aver frequentato la London University (senza riuscire a laurearsi), lavorò come impiegato nello studio di avocato del padre, ma il lavoro a lui poco congeniale e l'avarizia paterna, tema che riapparirà in molti dei suoi romanzi, lo convinsero a lasciare per sempre lo Stratfordshire e a trsferirsi a Londra dove intraprese la carriera giornalistica, arrivando a ricoprire il ruolo di vice direttore della rivista Woman. Contemporaneamente, iniziò la sua prolifica carriera di scrittore che lo porterà a pubblicare romanzi, commedie e saggi di successo. La gran parte dei suoi romanzi sono ambientati là dove era nato e cresciuto, nel famoso distretto delle ceramiche dello Stratfordshire, conosciuto col nome di the Potteries. Egli si ispirò al grande romanzo realista francese, in particolare alle opere di Maupassant e nel 1903 si trasferì a Parigi dove risiedette per circa otto anni e dove ebbe modo di incontrare le personalità più eminenti dell'epoca. Sposò l'attrice francese Marguerite Soulié, da cui più tardi divorzierà. Durante la prima guerra mondiale fu coinvolto con atri scrittori in un grande progetto di propaganda bellica. Dopo la guerra si stabilì nell'Essex con l'attrice Dorothy Cheston, da cui ebbe la figlia Virginia. Morì a Londra nel 1931 di febbre tifoidea, contratta probabilmente durante una sua visita in Francia. Fu l'ultimo scrittore a cui fu tributato l'onore di cospargere di paglia la strada sotto casa per non turbare la sua agonia.
Sebbene durante la sua vita fosse stato uno scrittore estremamente popolare sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, dopo la morte la sua popolarità fu offuscata dalla critica tranchant di Virginia Woolf. In Mr Bennett and Mrs Brown del 1924, un'articolata riflessione sul rinnovamento del romanzo, Woolf attacca la narrativa edoardiana di ispirazione realistica, in particolare quella di Arnold Bennett, condannandone l’eccessiva concentrazione sui dettagli materiali, a scapito dell’interesse per la psicologia del personaggio. Oggi, tuttavia, le sue opere più importanti sono ancora lette, in particolare Anna of the Five Towns (1902), The Old Wives' Tale (1908) e quelle che formano la trilogia di Clayhanger Clayhanger (1910), Hilda Lessways (1911) e These Twain (1916).
Il racconto che vi propongo, L'assassinio del Mandarino, è tratto dalla raccolta The Grim Smile of the Five towns (1902), la cui location trae ispirazione dalle sei città che costituivano le così dette Potteries. Le cinque città reali sono Tunstall, Burslem, Hanley, Stoke-upon-Trent and Longton, a cui corrispondono nella fiction Turnhill, Bursley, Hanbridge, Knype and Longshaw. Il distretto, una volta ricco e fiorente grazie alla produzione di vasellame, era una tipica zona industriale: inquinata e avvelenata dai sali di piombo usati dalle industrie locali, (di cui il paesaggio porta ancora oggi le cicatrici), e con uno skyline caratterizzato dalle tipiche ciminiere a forma di bottiglia, circa quattromila allora (ne restano ancora quarantasei oggi), da cui usciva il fumo nero e denso del carbone bruciato nelle fornaci. Bennett, memore della lezione dei grandi realisti francesi, descrive la vita della gente comune, le sue difficoltà e i suoi drammi, ma in questa raccolta di racconti usa un tono leggero e ironico. L'idea di base gli venne suggerita dal così detto paradosso del Mandarino che compare nel Papà Goriot di Honoré de Balzac. In cosa consiste? Se vi dicessero che scuotendo un campanello potete uccidere un Mandarino della lontana Cina (all’epoca forse lo era di più) e ottenerne così i suoi beni, senza venire mai scoperti, lo fareste? Il tema, che evidentemente affascinò i salotti dell’ottocento, è più volte ripreso da vari scrittori, ma la versione più interessante è quella data dallo scrittore portoghese José Maria Eça de Queirós nel suo O Mandarim del 1880.
L'eroina, Vera Cheswardine, donna bella, elegante e capricciosa, ha sostituito il culto dell'eleganza e dell'apparire agli ideali di frugalità e operosità che avevano ispirato la comunità delle Potteries, sotto l'influenza della potente chiesa Metodista locale. Ma Vera non è esattamente una donna frivola e leggera, al contrario si rende ben conto dei propri limiti intellettuali: “Odiava vedere la vita sotto una luce inconsueta, Odiava pensare.”  Sa che la bellezza e l'eleganza sono la sua unica arma per conquistarsi un ruolo nella propria comunità: “Vera era diventata la donna meglio vestita di Bursley. E non è poco.” Ma soprattutto, la bellezza è l'unica arma che ha per tener testa al marito, ricco industriale, discendente di una di una dinastia di industriali arricchitisi con la ceramica, oculato e intransigente amministratore del proprio patrimonio: “Il grande Stephen le proibiva in modo assoluto di procurarsi alcunché a credito. Lei lo temeva. Sapeva bene fin dove poteva arrivare con Stephen.” Egli, pur amando la moglie, ha nei suoi confronti un atteggiamento di paternalistico autoritarismo, tipico del pater familias vittoriano. Ma la loro non è certo la tipica famiglia vittoriana: “Vedete, lei era l'unica bambina della casa. Invidiava le altre mogli e i loro bebè. Ma dal momento che i frugoletti si divertivano a scendere giù dai camini di tutte le altre case di Bursley evitando la sua, cercò conforto negli abiti.” A questo va aggiunto lo strano ménage a trois di cui fa parte l'amico di famiglia, da sempre innamorato senza speranza di Vera: “Woodruff, dopo essere stato testimone degli sposi, continuò ad amarla, sommessamente e con filosofia.” E proprio l'intersecarsi di queste tre sensibilità darà l'avvio a questa bizzarra vicenda: da una parte la cultura pseudo-scientifica di Woodruff, che si nutre di stampa popolare, dall'altro la rigida amministrazione del denaro da parte di Mr. Cheswardine e al centro Vera, con la sua smania di apparire e le sue mani bucate; sullo sfondo la potenza del danaro, unico strumento per l'affermazione personale e la realizzazione delle proprie ambizioni, costi quel che costi.

Curiosità:
♥ In onore di Bennett il cuoco del Savoy Hotel di Londra inventò la omelette alla Bennett (videoricetta della BBC)
☺Nel 1960 il formidabile duo Garinei e Giovannini, trasse dal racconto O Mandarim dello scrittore portoghese José Maria Eça de Queirós (1880) la commedia musicale “Un mandarino per Teo”, con uno scanzonato inno al danaro “Soldi,soldi, soldi” molto prima degli Abba.
♠Richard Matheson, scomparso di recente, si ispirò al paradosso del mandarino per il suo racconto Button, Button (Uncanny Stories, 2008). Dal racconto fu tratto anche un episodio della ormai mitica serie televisiva TheTwilight Zone.



L'ASSASSINIO DEL MANDARINO

di
Arnold Bennett (1902)


Watercolour - Tunstall, the Potteries, 1937 - Ronald



I

“Cos'è che state dicendo riguardo all'assassinio?” chiese Mrs. Cheswardine, mentre entrava nell'ampio soggiorno, portando il vassoio con la cena. “Poggialo qua,” disse il marito, riferendosi al vassoio e indicando un tavolino sistemato davanti al focolare, con due gambe dentro e due gambe fuori dal tappeto. “Quel grembiule ti dona immensamente.” mormorò Woodruff, l'amico di famiglia, mentre allungava le sue lunghe gambe contro il parafuoco in direzione delle fiamme, perfino oltre le lunghe gambe di Cheswardine. Ciascuno dei due uomini occupava una poltrona posta su ciascun lato del focolare, erano tutti e due molto alti e avevano tutti e due quarant'anni.