lunedì 13 giugno 2016

Il bambino rapito dalle fate


Una favola nera





Il bambino rapito dalle fate (The Child that went with the Fairies), di Joseph Sheridan Le Fanu, fu dapprima pubblicato in forma anonima nella rivista settimanale di Dickens All the Year Round nel 1869-1870. La storia fu poi inclusa da M.R. James nella raccolta 'Madam Crowl's Ghost and Other Tales of Mystery', (G. Bell & Sons, 1923).
Ancora una volta Le Fanu trae ispirazione dal folklore e dalla storia irlandese. Il racconto si apre con la descrizione di un paesaggio aspro e desolato, che, nel 1689, era stato la scena dell'ultima, disperata rivolta contro gli inglesi, finita in un bagno di sangue che aveva decimato e messo in fuga il fior fiore dell'aristocrazia irlandese e lasciato il paese in una misera così nera che nel 1729 Jonathan Swift scrisse il pmaphlet satirico A Modest Proposal per denunciare le condizioni di vita della sua gente, suggerendo come soluzione paradossale quella di vendere i bambini poveri ai ricchi proprietari anglo-irlandesi come carne da mangiare, dopo averli debitamente ingrassati. La satira scatenò le ire dei moralisti e degli ipocriti, che preferirono attaccare Swift piuttosto che ammettere una scomoda verità, e cioè che i bambini irlandesi erano falcidiati dalla malnutrizione, come pure era molto alta era la percentuale di bambini rachitici e malaticci, che la povera gente giustificava con la fiaba consolatoria dei changeligs, creature malate e deformi che le fate mettevano al posto dei bambini sani e belli. E questo racconto si può considerare una variazione sul tema.
I protagonisti sono la vedova Mary Ryan, “Povera in una terra di povertà,” e i suoi quattro figli. La famigliola vive in una misera capanna ai piedi del Lisnavoura “La misteriosa collinetta della 'brava gente' “ come venivano comunemente chiamati fate ed elfi. E contro i loro malefici la povera donna ha adoperato tutti i rimedi della tradizione, dall'acqua santa ai ferri di cavallo. Ma invano, un pomeriggio, al calar del sole, Billy, il bambino più piccolo “… con i capelli biondi e grandi occhi azzurri…. ragazzo molto bello…. aveva i colori luminosi della salute e lo sguardo di una schietta semplicità che non appartiene ai ragazzini di città della stessa età,” attira l'attenzione di una misteriosa principessa in viaggio nella sua carrozza “di antica foggia... tutta un luccichio di colori, dorati e sgargianti.” La principessa è accompagnata da un'inquietante dama di compagnia, una donna nera che indossa un turbante multicolore e il cui viso scarno rassomiglia ad un teschio, e che ricomparirà brevemente anche nella Carmilla. Quando la principessa, con i suoi modi suadenti, convince Billy a salire in carrozza, la dama nera “... prese il ricco fazzoletto di seta e oro che teneva tra le dita e se lo portò alle labbra e sembrò spingerlo quasi tutto nella sua grande bocca… per soffocare le risate...” a suggerire, forse, una famelicità di tipo sessuale. La carrozza, diretta verso il Lisnavoura, sparisce in un misterioso turbine di polvere e i suoi familiari non rivedranno più il piccolo Billy. Solo i fratellini più piccoli vedranno, in più occasioni, “il faccino di Billy spiarli dalla porta con un'espressione maliziosa,” Egli ha ormai perso l'antica ingenuità, e quando i fratellini corrono ad abbracciarlo, sparisce con un sorriso beffardo. E' come sospeso fra due mondi, e questa contraddizione alla fine lo consumerà. Nell'ultima apparizione ormai non è che un pallido ectoplasma “... a piedi scalzi e lacero, e aveva un aspetto pallido e affamato.” Di lui non resterà nemmeno una tomba a ricordarlo, se non l'ombra cupa del Lisnavoura.


Curiosità:
Il mito del changeling è presente anche nel folklore italiano. Nel 1902 Luigi Pirandello scrisse la novella Il figlio cambiato, da cui trasse La favola del figlio cambiato, una composizione favolistica del 1932 rappresentata per la prima volta con la musica di Gian Francesco Malipiero nel gennaio del 1934 a Braunschweig.
Changeling è un film del 2008 diretto da Clint Eastwood e interpretato da Angelina Jolie, ambientato nella Los Angeles degli anni '20.



Il bambino rapito dalle fate
di
Joseph Sheridan Le Fanu



 Thatched Cottage, 1880 - Van Gogh



A est della vecchia città di Limerick, a circa dieci miglia irlandesi sotto la catena montuosa conosciuta col nome di Slieveelim hills, famose per ave offerto riparo tra le loro rocce e gole a Sarsfield* quando le attraversò durante la sua coraggiosa calata contro i cannoni e le munizioni di re Guglielmo, che stavano per raggiungere l'esercito assediante, corre una strada molto vecchia e stretta. Questa connette la strada da Limerick a Tipperary con la vecchia strada da Limerick a Dublino, e si snoda lungo paludi e pascoli, colline e gole, villaggi dai tetti di paglia e castelli senza tetto, per circa venti miglia.
Costeggiando le aspre montagne di cui vi ho parlato, in un tratto diventa singolarmente solitaria. Per più di tre miglia irlandesi attraversa un'area abbandonata. Alla sua sinistra, andando verso nord, si stende una vasta palude nera, dalla superficie piana come un lago e delimitata da un bosco ceduo, mentre a destra si erge una frastagliata catena montuosa, ricoperta dalla brughiera, percorsa da strisce di roccia grigia che ricordano il profilo aggressivo e irregolare di una fortificazione, e attraversata da numerosi crepacci, che qui e là diventano delle gole rocciose e alberate, che si allargano man mano che si avvicinano alla strada. Un misero pascolo, dove qua e là brucavano poche pecore o qualche vacca, fiancheggiava questa strada solitaria per alcune miglia, e all'ombra di una collinetta e di due o tre grandi frassini, c'era, non molti anni fa, il piccolo cottage di una vedova chiamata Mary Ryan. 

mercoledì 27 aprile 2016

Mr. Skelmersdale nel paese delle fate


Uno straniero in paradiso


Pubblicato nel 1903, Mr. Skelmersdale nel paese delle fate (Mr. Skelmersdale in Fairyland) è un'insolita incursione di H. G. Wells, padre della moderna fantascienza, nel paese incantato delle fate. Protagonista della magica avventura è un giovane aiuto droghiere, Mr. Skelmersdale appunto, la cui unica aspirazione è quella di possedere un negozietto tutto suo e sposare la sua capricciosa fidanzatina Millie, che lui prosaicamente definisce “molto rispettabile.” Ma in una magica notte di mezza estate, dopo un futile litigio con la fidanzata, Mr. Skelmersdale vaga senza meta sulla collina che domina il paesaggio del piccolo villaggio e che altro non è che una di quelle antiche sepolture preistoriche, che con le loro gallerie e camere funerarie, sono probabilmente all'origine delle leggende sul 'piccolo popolo'. E qui, il nostro Endimione1 in dodicesimo, attira l'attenzione della regina delle fate, che se ne innamora e lo fa trasportare nel paese delle fate, un mondo iperuranio dove il cielo e le stelle non si vedono:
“Quando si svegliò, si trovò sul più morbido tappeto erboso su cui avesse mai dormito prima e sotto l'ombra di alberi scurissimi che nascondevano completamente il cielo. Infatti, nel paese delle fate, così pare, il cielo è sempre nascosto… Ma nonostante tutto, sotto quegli alberi c'era luce, e sulle foglie e tra la zolla erbosa brillava una moltitudine di lucciole, belle e splendenti.”
 E' un mondo incantato pieno di creature meravigliose che trascorrono il loro tempo a giocare e amoreggiare. A governarli è la bellissima e dolcissima regina delle fate, un mix incantevole di innocenza e sensualità:
“Indossava un abito verde trasparente, e intorno al suo vitino c'era un'ampia cintura d'argento… Il mento e le guance e la gola avevano i lineamenti dolci di un bambino.”
Ma Mr. Skelmersdale ricorda soprattutto “il modo in cui si muoveva.”
 Se per i vittoriani la riscoperta delle fiabe popolari, e in particolare del mondo delle fate e degli elfi, come nel recupero del folklore irlandese ad opera del poeta Yeats, significa fuggire dal materialismo trionfante dell'era industriale, in questo piccolo racconto il mondo delle fate è un giardino dell'Eden dove elfi e fate amoreggiano in allegria e la regina delle fate rapisce e seduce il povero Mr. Skelmersdale, facendosi gioco del puritanismo vittoriano che con il suo rigido e ipocrita codice morale, le sue crinoline e cuffiette, mortificava la donna non solo da un punto di vista etico-sociale, ma anche e soprattutto fisico.
Ma Mr. Skelmersdale è così prigioniero dei suoi pregiudizi che è assolutamente incapace di cedere al desiderio e solo troppo tardi, quando la regina delle fate lo rimanderà al suo piccolo mondo, si renderà conto di essersi innamorato anche lui e di dover vivere per sempre con il rimpianto di ciò che ha perduto.


Libri cosigliati: 
                   
I Racconti delle fate
Traduzione dal francese di Carlo Collodi
Biblioteca Adelphi
1976, 4ª ediz., pp. XX-308 , 12 tavv.












Se preferite, ecco il link per una bella edizione in PDF




Mr. Skelmersdale nel paese delle fate

di
H.G. Wells

Arhur Rackham - Comus

“C'è un uomo in quel negozio,” disse il dottore, “che è stato nel paese delle fate.”
“Sciocchezze!” dissi, e voltai la testa per dare un'occhiata al negozio. Era il solito negozio di campagna con l'ufficio postale, il filo del telegrafo sulla facciata, padelle di zinco e spazzole all'esterno, stivali, stoffa per camicie e carne in barattolo in vetrina.
“Mi racconti tutto,” dissi dopo una pausa.
“Io non so niente,” disse il dottore. “E' uno zoticone qualunque – si chiama Skelmersdale. Ma tutti quanti qui in giro ci credono come se fosse la Bibbia.”
Dopo un po' ritornai sull'argomento.
“Non ne so niente,” disse il dottore, “e non VOGLIO saperne niente. L'ho curato per un dito rotto – partita di cricket sposati contro scapoli – ed è stato allora che ho saputo di questa sciocchezza. Questo è tutto. Ma questo le fa capire con che sorta di gente ho a che fare, almeno, eh? E' un piacere inculcare idee moderne sull'igiene a gente come questa!”

mercoledì 16 marzo 2016

Processo per omicidio


Chi fa per sé fa per... tredici! 


A Trial For Murder di Charels Dickens, è un racconto soprannaturale di delitto e castigo con lo spirito di un uomo assassinato che ritorna sulla terra per assicurarsi che il suo assassino venga condannato a morte. Fu scritto a quattro mani insieme a Charles Allston Collins (Londra, 25 gennaio 1828 – Londra, 9 aprile 1873), marito dell'ultima figlia di Dickens, Kate Perugini (dal nome del secondo marito). Collins fu scrittore e pittore associato alla confraternita dei Preraffaelliti e fratello minore del più famoso Wilkie Collins, considerato l'inventore del romanzo giallo e grande amico di Dickens.
Ancora una volta Dickens pone mano ad un racconto del soprannaturale, quasi a sfidare quella “mancanza di coraggio" dei suoi contemporanei a confrontarsi con l'inesplicabile, come egli denuncia nel paragrafo introduttivo. Ma in questo racconto si incrociano due diversi generi narrativi, da una parte quello del soprannaturale, dall'altra quello del courtroom thriller. La vicenda, infatti, si svolge per buona parte nell'aula dell'Old Bailey dove lo spettro della vittima, visibile solo al narratore, riesce a smontare le tesi della difesa e ad influenzare il verdetto della giuria di cui diventa il tredicesimo giurato, in un crescendo di 'effetti speciali' fino al colpo di scena ultimo.




Processo per omicidio

Noto anche come Cum Grano Salis, Il tredicesimo giurato, Preso con un granello di sale, Processo per omicidio

di

Charles Dickens, 1865




Ho sempre notato una diffusa mancanza di coraggio, anche tra persone di intelligenza e cultura superiori, quando si tratta di parlare delle loro esperienze psicologiche se quelle sono state fuori dall'ordinario. Quasi tutti gli uomini temono che quello che potrebbero raccontare al proposito rischierebbe di non trovare l'eguale o una corrispondenza nella vita interiore dell'ascoltatore, e potrebbe dare adito a sospetto o ilarità.

domenica 21 febbraio 2016

Follemente Fahrenheit


Dr. Jeckyll / Mr. Robot




Follemente Fahrenheit (titolo originale: Fondly Fahrenheit; altri titoli: Furiosamente Fahrhenheit, Fervidamente Fahrenheit) è un breve racconto di fantascienza scritto nel 1954 da Alfred Bester* e adattato per la televisione nel 1959 con il titolo Murder and the Android, tra gli interpreti anche Terry Savalas. 
 
L'idea di partenza è quella di ironizzare sulle famose tre leggi dellarobotica elaborate da Asimov già negli anni '40, raccontando le vicende di un androide multi-attitudini e del suo inetto proprietario James Vandaleur. I due vivono una strana simbiosi che li rende necessari l'uno all'altro: Vandaleur non riuscirebbe a sbarcare il lunario senza il lavoro del suo sofisticato androide multi-attitudini, quest'ultimo può contare sulla protezione del suo proprietario, qualunque cosa faccia. E qui è il problema, perché a dispetto delle direttive di ordine etico incorporate nella sua sintesi, l'androide inizia a comportarsi in modo violento, costringendo lo strano duo a fuggire da un pianeta all'altro per non essere arrestati. Man mano che la narrazione procede, il racconto prende sempre più le caratteristiche di una detective story, volta a scoprire la causa del comportamento violento dell'androide. Anche lo stile narrativo scarno, con dialoghi essenziali, ricco di onomatopee richiama molto quello delle detective story e dei fumetti d'azione. Ma ciò che contribuisce a creare l'atmosfera generale di straniamento è il continuo passaggio di prospettiva da Vandaleur all'androide e vice versa, tanto che a volte è difficile distinguere tra i due, che si scambiano non solo punto di vista e pronomi personali, ma anche tic linguistici, come la filastrocca che l'androide canta quando si accinge a commettere un delitto, dettaglio che richiama un'altra sinistra filastrocca, quella che una bambina canta all'inizio del del film di Fritz Lang M - Il mostro di Düsseldorf (M - Eine Stadt sucht einen Mörder, 1931), capolavoro dell'espressionismo tedesco.


*Alfred Bester (New York 1913 - Doylestown, Pennsylvania, 1987) è considerato uno dei maggiori innovatori della fantascienza contemporanea, anche se la sua produzione letteraria non è corposa come quella di autori quali Isaac Asimov o Arthur C. Clark. Tra le sue opere si annoverano famosi racconti (Furiosamente Fahrenheit, Stella della sera, Il signor Pi) e alcuni romanzi considerati pietre miliari del genere fantascientifico, tra cui L'uomo disintegrato (1952), Destinazione stelle (1956), noto anche come La tigre della notte, Connessione computer (1975), I simulanti (1981) e Psyconegozio, uscito postumo nel 1998. È stato anche sceneggiatore di fumetti per la DC Comics scrivendo storie di Superman, Lanterna Verde, l'Uomo mascherato e Mandrake.


Follemente Fahrenheit

di
Alfred Bester, 1954




Lui non sa chi di noi siamo oggi, ma loro conoscono una verità. Non devi possedere niente se non te stesso. Devi fare la tua vita, vivere la tua vita e morire la tua morte… altrimenti morirai quella di un altro.

venerdì 22 gennaio 2016

Il conte Magnus



Non svegliare il conte che dorme





Ecco un altro conte da aggiungere alla lista dei vampiri: Il conte Magnus (CountMagnus), considerato uno dei migliori racconti di M. R. James e pubblicato nella raccolta Ghost Stories of an Antiquary, 1904. Questa volta non siamo nei Carpazi, ma nelle gelide latitudini scandinave, e precisamente in Svezia, “una regione quasi sconosciuta agli inglesi di quaranta anni fa” ma che James, viaggiatore appassionato, aveva avuto modo di visitare e di cui aveva imparato la lingua (oltre al danese - sarà un ottimo traduttore di Hans Christian Andersen - al copto, l'ebraico, e il siriaco). Anche in questo racconto l'orrore è sapientemente costruito attraverso citazioni colte tratte dalla Bibbia e da libri rari che solo un antiquario raffinato come M. R. James poteva padroneggiare con tanta abilità.
Il meccanismo narrativo è ormai collaudato: c'è un narratore in prima persona che viene casualmente in possesso del diario di viaggio di un solitario turista inglese, Mr Wraxall, in visita alla dimora avita di un'antica e nobile famiglia svedese (realmente esistita), i De la Gardie, alla ricerca di documenti da inserire in una specie di guida turistica. Mr Wraxall resta particolarmente impressionato da alcuni misteriosi frammenti scritti del capostipite, il conte Magnus, appunto, che ai suoi tempi si dilettava di alchimia e magia, e resta come ipnotizzato dall'energia che scaturisce dal suo ritratto, tanto che dentro di lui incomincia a sorgere il desiderio di incontrare il conte.
Mr Wraxall, uomo curioso oltre che solitario, interroga il suo albergatore al riguardo del conte per scoprire dettagli folcloristici da inserire nella sua guida. Viene così a sapere che il conte era uomo poco amato per la sua crudeltà verso i contadini e la sua memoria suscita ancora terrore a causa di un misterioso pellegrinaggio nero da cui aveva riportato qualcosa o qualcuno veramente raccapricciante. Incalzato dalle domande di Mr Wraxall, l'oste gli racconta la fine orribile fatta da due uomini che erano andati a cacciare di frodo nei boschi del conte dopo la sua morte. Uno dei due morirà dopo una terribile agonia, mentre il cadavere dell'altro viene ritrovato orribilmente mutilato: “...ma ora la sua faccia non c'era più, perché la sua carne era stata succhiata via dalle ossa.” Paese che vai, vampiro che trovi.
Ma ciò che attira maggiormente la curiosità del nostro turista è lo strano mausoleo ottagonale attaccato alla chiesa del paese dove il conte Magnus riposa in un sarcofago di rame ornato da misteriose incisioni, tra cui l'immagine di una creatura mostruosa, bassa e tentacolare, avvolta in un mantello con cappuccio che insegue un uomo in preda ad un raptus di follia, mentre un misterioso uomo avvolto in un mantello con in testa un cappello a tese larghe, osserva la scena dall'alto di una collina. Preso da una specie di trance, Mr Wraxall inizia ad invocare il conte, quando ad un tratto gli sembra che il sarcofago si apra. A questo punto se ne fugge via terrorizzato, e prendendo a pretesto alcuni suoi affari urgenti, se ne ritorna in Inghilterra. Durante il viaggio in nave le sue allucinazioni peggiorano al punto che gli sembra di rivede in ogni passeggero le due misteriose figure incise sul sarcofago. Giunto in Inghilterra, si reca in carrozza ad un piccolo villaggio in cerca di un po' di pace, ma ad un incrocio, altro luogo magico per eccellenza, rivede quelli che ormai considera i suoi persecutori. Ora si rende conto di aver risvegliato con le sue invocazioni forze misteriose e malvagie, e due giorni dopo morirà, completamente solo in una piccola stanza ammobiliata, gridando: “Che cosa ho fatto?” e “Non c'è speranza?” L'autore non dice chiaramente come è morto Mr Wraxall, ma ce lo fa intuire attraverso le reazioni della giuria venuta a stabilire le cause della sua morte e che sono identiche a quelle degli uomini che avevano ritrovato il cadavere del bracconiere nella foresta del conte Magnus.






Il conte Magnus

di

M. R. James







In che modo mi siano venute tra le mani le carte da cui ho tratto la storia che segue, è l'ultimo punto di cui il lettore verrà a conoscenza in queste pagine. Ma è necessarie precisare qual è la forma in cui possiedo i miei estratti. 

mercoledì 30 dicembre 2015

Cuori perduti







Elegante affabulatore, insuperabile nel creare atmosfere stranianti, Montague Rhodes James (Goodneston, 1862 – Eton, 1936), storico, medievalista, docente universitario a Cambridge e ad Eton, scrittore di fiabe, è forse il più noto autore di ghost-stories e, al contempo, un innovatore del genere. Anche se le sue creature hanno radici nelle tradizioni popolari e bibliche, esse agiscono nella realtà quotidiana, coinvolgendo allo stesso modo l'uomo semplice e l'erudito. Spesso tozze, pelose, animalesche o apparentemente innocue come un rotolo di flanella, non sono mai benevole e cercano vendetta o rivalsa sui vivi. L'unico modo per esorcizzarle è comprendere il loro mistero, spesso nascosto in un antico manoscritto comprensibile solo all'erudito di turno, che diventa così un vero detective dell'occulto.
Spronato dagli amici, James scriverà un racconto all’anno, in occasione di ogni vigilia di Natale, raccogliendo e pubblicando la sua produzione in quattro volumi: Ghost Stories of an Antiquary (1904), More Ghost Stories of an Antiquary (1911), A Thin Ghost and Others (1919), and A Warning to the Curious and Other Ghost Stories (1925).
Cuori perduti (1895), è uno dei due racconti pubblicati prima del '900 (l'altro è L'album del canonico Alberico, vedi mio post del 27/10/13). Nella storia si mescolano sapientemente i tipici ingredienti dei racconti di James: esoterismo, antichi riti e religioni, manoscritti più o meno apocrifi, fantasmi alla ricerca di vendetta sui vivi. Il punto di vista è quello del giovane protagonista, Stephen Elliott, un orfano di dodici anni ospite del suo anziano e ricco parente, Mr. Abney, che ama accogliere nella sua casa giovani vagabondi, tutti misteriosamente scomparsi. L'atmosfera è particolarmente inquietante, proprio perché i protagonisti, sia nell'al di qua che nell'al di là, sono bambini, sprezzantemente definiti 'corpora vilia' dall'erudito e misterioso Mr Abney che se ne serve per i suoi folli esperimenti.

Consigli per la lettura:
Tutti i racconti di fantasmi. Ediz. integrale
James Montague R., cur. Pilo G., Fusco S., 2012, Newton Compton






Cuori perduti

di
M.R. James






Per quel che sono riuscito ad accertare, fu nel settembre dell'anno 1811 che una carrozza da posta si fermò davanti alla porta di Aswarby Hall, nel cuore del Lincolnshire. Il ragazzino che era l'unico passeggero della carrozza e che saltò giù appena quella si fermò, si guardò intorno con gran curiosità nel breve intervallo che intercorse fra il momento in cui aveva suonato il campanello e quello in cui la porta principale si aprì. Quel che vide fu una casa alta, squadrata, in mattoni rossi, costruita durante il regno della regina Anna1; vi era stato aggiunto un porticato con colonne di pietra nel più puro stile classico del 1790; la casa aveva numerose finestre, alte e strette, con piccoli pannelli di vetro incastrati in spesse cornici di legno bianco. La facciata era coronata da un frontone in cui si apriva una finestra rotonda. A destra e a sinistra c'erano due ali, collegate al blocco centrale da insolite gallerie invetriate supportate da colonnati. Queste ali ospitavano semplicemente le stalle e i servizi della casa. Ognuna era sormontata da una cupola ornamentale con una banderuola dorata.

martedì 15 dicembre 2015

Un albero di Natale


Alla ricerca del Natale perduto






Nella triste Inghilterra della rivoluzione industriale, che lasciava ai lavoratori ben poco tempo per festeggiare, il Natale era un giorno di lavoro come gli altri. Furono proprio i racconti di Dickens, in particolare A Chistmas Carol (1843), a riaccendere la gioia del Natale, che era una festività in declino da quando Oliver Cromwell, (vincitore della rivoluzione puritana culminata nel 1649 con la decapitazione del re) cercò di eradicare le tradizioni natalizie del medioevo a causa delle loro implicazioni pagane. Infatti, il 25 dicembre coincide con le celebrazioni del solstizio invernale, i Saturnalia nel mondo latino e Yule nella tradizione nordica. La tradizione della famiglia riunita intorno all'albero di Natale, invece, fu portata dalla Germania in Inghilterra dal Principe Alberto, marito della regina Vittoria. Altra tradizione importata dal principe Alberto fu quella dei canti natalizi, che ravvivò la tradizione medievale dei Waits, gruppi di cantori e musicisti dilettanti che si esibivano per le strade nel giorno di Natale.
Il nome di Dickens divenne così strettamente connesso al Natale, che quando morì una piccola venditrice ambulante chiese: “Mr. Dickens morto? Allora anche Papà Natale è morto?”




Dopo il successo di A Christmas Carol, Dicken rispettò il suo appuntamento con i lettori, pubblicando quasi tutti gli anni un nuovo racconto natalizio. Nel 1850 pubblicò A Christmas Tree nella sua rivista Household Words. Il racconto è stato tradotto in italiano solo nel 1981 e pubblicato da Vanni Scheiwiller col marchio «All'insegna del pesce d'oro», oggi introvabile, in una preziosa edizione bilingue illustrata dalle inquietanti incisioni di Mirando Haz (pseudonimo di Amedeo Pieragostini), che ben riescono a cogliere il lato più oscuro e visionario di questo racconto. Racconto pieno di invenzioni, suggestioni e tocchi di humor nero, sicuramente uno dei più originali di Dickens, eppure uno dei meno conosciuti, forse perché il suo messaggio è meno rassicurante e ottimista di quello che il pubblico vittoriano avrebbe gradito. Anche lo stile della narrazione risulta complesso e sofisticato, una sorta di reverie che mi ha ricordato la Recherche di Proust.
Il racconto inizia nel più convenzionale dei modi: è il giorno di Natale e il narratore lo ha trascorso insieme ad “un'allegra compagnia di bambini riuniti intorno a quel grazioso giocattolo tedesco, l'albero di Natale.” Il narratore guarda l'albero con gli occhi dei bambini, incantati dallo sfavillio delle luci e dal tripudio di giocattoli appesi ai rami dell'albero: “C'era di tutto e di più.” Di ritorno a casa, i suoi pensieri ritornano indietro: “Comincio a ripensare alle cose che tutti noi meglio ricordiamo fra quella appese ai rami dell'albero di Natale della nostra giovinezza, sul quale ci siamo arrampicati fino alla vita reale.” Anche l'albero assume una direzione retrograda: “... perché scopro che, grazie ad una sua singolare caratteristica, questo albero sembra stagliarsi giù verso la terra.” E la luminosa punta dell'albero, riaccende in lui i ricordi della sua infanzia. Dapprima i giocattoli, naturalmente. Ma i giocattoli appesi all'albero della memoria, che lancia intorno a sé un'ombra inquietante, nascondevano anch'essi un lato oscuro; e così l'acrobata lo fissava con i suoi infidi “occhi d'aragosta”, dalla tabacchiera sbucava un demoniaco pupazzo in toga nera, che lo perseguitava perfino nei sogni. Ma la cosa che più lo terrorizzava era una “spaventosa maschera” che con in suoi occhi vacui e i suoi lineamenti immobili evocava quella “... remota suggestione e la paura di quel cambiamento universale che è destinato a scendere sul volto di tutti noi e renderlo immobile.” Solo un profondo conoscitore dell'animo infantile poteva intuire le profonde malinconie e le oscure paure dei bambini di fronte ai misteri della vita e della morte.
Ma sull'albero ci sono anche le favole care all'infanzia, da Cappuccetto Rosso alle Mille e una Notte, e i toy theatres, (teatrini di carta venduti in appositi kit da ritagliare e incollare) dove venivano rappresentate storie edificanti e lacrimevoli che hanno lasciato in eredità all'adulto l'amore per il teatro vero. Ed ecco avanzare sull'albero i Waits, con i loro canti natalizi ispirati al Vangelo. Ed è nella sequenza di scene ispirate alla vita di Gesù, che il narratore sembra ritrovare il genuino spirito natalizio, fatto di amore e carità.
Ma subito dopo al sacro si contrappone il profano dei racconti d'inverno intorno al focolare “- o meglio, storie di fantasmi -” E qui Dickens, che ha spesso usato il soprannaturale nei suoi racconti, si diverte a fare una lunga casistica delle tipiche situazioni da ghost stories prendendo bonariamente in giro gli amanti di questo genere. Ma è Natale, si sa, e anche questo fa parte della tradizione.
Ora il racconto volge alla fine, e il narratore scruta tra i rami più bassi, mentre l'albero inizia a svanire. Il suo pensiero ritorna a “occhi che io ho amato e che sono volati via per sempre.” Ma il ricordo della figura salvifica di Gesù, già evocata dai canti dei Waits, ritorna ad illuminare il Natale con la luce della speranza, spariscono le ombre e ritornano i giochi dei bambini intorno all'albero, “Possano essere per sempre innocenti e benvenuti, sotto i rami dell'albero di Natale, che non ha più ombre tetre!” E il narratore stesso, si augura di rivolgersi al Cristo “...col cuore di un bambino, e con la confidenza e la fiducia di un bambino!”
Ed è nelle parole del Cristo che Dickens ritrova lo spirito più genuino del Natale, “Fate questo in memoria della legge dell'amore e della gentilezza, pietà e misericordia. Fate questo in memoria di me!”







Un albero di Natale
di
Charles Dickens (1850)



Ho trascorso la sera ad osservare un'allegra compagnia di bambini riuniti intorno a quel grazioso giocattolo tedesco, l'albero di Natale. L'albero era piantato al centro di un grande tavolo rotondo e torreggiava sopra le loro teste. Risplendeva della luce di una moltitudine di candeline, ed era tutto uno scintillio di oggetti brillanti. C'erano bambole dalle guance rosa, che facevano capolino da dietro le grandi foglie verdi, e c'erano dei veri orologi (quantomeno, le lancette si muovevano e potevano essere caricati all'infinito) che dondolavano da innumerevoli rami, c'erano tavolini francesi tirati a lucido, sedie, lettini, armadi, orologi a corda, e vari altri pezzi di arredamento (tutti di latta, meravigliosamente costruiti a Wolverhampton), appollaiati tra i rami, come ad apparecchiare una casa di fata; c'erano omini dai faccioni allegri, dall'aspetto molto più gradevole di tanti uomini in carne ed ossa e non c'era da meravigliarsi, perché staccando loro la testa, si scopriva che erano pieni di di prugne candite; c'erano violini e tamburi e tamburini; libri, scatole da lavoro, scatole di colori, scatole di dolciumi, scatole prospettiche e tutti i tipi di scatole; c'erano ninnoli per le ragazze più grandi, di gran lunga più brillanti dell'oro e dei gioielli degli adulti; c'erano cestini e puntaspilli di tutti i tipi; c'erano fucili, spade e stendardi; c'erano magici girotondi di streghe di cartapesta; c'erano trottoline, trottole, porta aghi, pulisci penna, bottiglie di sali, carte di conversazione, porte-bouquet; frutta vera, resa artificialmente scintillante da involucri dorati; mele, pere e noci finte, piene zeppe di sorprese; in breve, come sussurrò deliziato un grazioso bambino di fronte a me a un altro grazioso bambino, suo amichetto del cuore, “C'era di tutto e di più.” Questa eterogenea collezione di oggetti bizzarri, che pendeva dall'albero in grappoli di magica frutta e i cui bagliori riflettevano gli sguardi luminosi provenienti da ogni parte – alcuni di quegli occhi di diamante persi in ammirazione arrivavano a malapena al tavolo, mentre altri si struggevano di timido stupore in braccio alle loro graziose madri, zie e bambinaie – era una vivida realizzazione delle fantasie infantili e mi hanno indotto a pensare che gli alberi e tutte le cose che esistono su questa terra hanno i loro fantastici ornamenti in quel tempo evocato con tanta nostalgia.