venerdì 25 maggio 2018

Il Grande Carbonchio


La magnifica ossessione







Il grande carbonchio (The Great Carbuncle, noto anche come Gran Rubino, Il gran carbonchio, La leggenda del grande rubino), è un racconto breve di Nathaniel Hawthorne contenuto in Racconti narrati due volte (Twice-Told Tales - 1842), in cui l'autore riunì racconti che erano stati già pubblicati in forma anonima su riviste letterarie o in raccolte annuali (soprattutto su "The Token", un libro strenna natalizio). Il titolo, verosimilmente, fu ispirato dal dramma shakespiriano Re Giovanni (atto III, scena 4), dove un personaggio afferma che “Life is as tedious as a twice-told tale, / Vexing the dull ear of a drowsy man.” ("La vita è noiosa come una storia narrata due volte, che infastidisce l'orecchio pigro d'uno già mezzo addormentato").

I racconti si ispirano a tradizioni locali, poi trascritte dall'autore. Nel caso del Il Grande Carbonchio, Hawthorne, come egli stesso precisa nella nota al titolo, afferma di ispirarsi ad una leggenda indiana “troppo selvaggia e troppo bella per essere adeguatamente rielaborata in prosa.” Tra boschi incontaminati, fiumi impetuosi e aspre cime inviolate, il variegato passato europeo si fonde con l'incanto della natura selvaggia e con gli echi delle culture native per dare forma ai protagonisti della nuova America. 

 

La storia, ambientata nella metà del seicento, si svolge in quel New England che rappresenta il cuore della giovane nazione americana, e narra di un gruppo di otto avventurieri arrivati alle pendici delle Montagne di Cristallo attratti dall'antica leggenda indiana del Grande Carbonchio, un rubino meraviglioso la cui luce incorona la cima più alta delle Crystal Hills e che li ha attirati a sé come la fiamma fa con la falena. E a quel fuoco rischieranno di bruciarsi tutti.

Come in un Morality Play*, i nomi dei personaggi alludono ai vizi e alle virtù che essi rappresentano. Così, il ricco mercante che sguazza nelle suo monete d'argento come il maiale nel fango, si chiama Pigsnort. Il dottor Cacaphodel è un alchimista che persegue la conquista della gemma per usarlo nei suoi folli esprimenti. Il Cercatore, il rude uomo delle montagne, mezzo uomo e mezzo animale, ha trascorso la sua vita all'inseguimento della gemma che vuol portare a morire con sé nel buio di una caverna. Il poeta, ha attraversato il mare nella speranza che la luce del rubino gli ridia l'ispirazione persa. Lord de Vere, rappresenta l'albagia di un'aristocrazia ormai morente, e vuole la gemma per illuminare i simboli dell'antica gloria. Matthew e Hannah, giovani sposi semplici e diretti come i loro nomi, sono la nota stonata di questo folle gruppo, ma anche loro hanno subito il fascino della pietra meravigliosa, che vogliono conquistare per illuminare, notte e giorno, il loro umile nido d'amore. Infine c'è il Cinico che, in onore al suo nome, si prende gioco di tutti ed è arrivato lì, dopo un lungo viaggio, solo per dimostrare che il Grande Carbonchio non esiste. Alla fine, secondo la legge del contrappasso, tutti avranno ciò che meritano, a meno di rendersi conto della loro follia e rinunciare al Grande Carbonchio.


Curiosità:

Il racconto è stato di nuovo raccontato da  Sylvia Plath (1932 – 1963) nella poesia The Great Carbuncle, scritto dopo un viaggio nello  Yorkshire, in cui la poetessa esplora l'atmosfera irreale della brughiera paragonandola alla luce trasfigurante del Grande Carbonchio. 







Il Grande Carbonchio.[1]
Un misero delle Montagne Bianche.



Saatchi Art Artist Hilary Baker; Painting, “The Great Carbuncle (after Hawthorne)

Al calare della notte, una volta, tanto tempo fa, sull'impervio versante di una delle colline di Cristallo1, un gruppo di avventurieri si stava ristorando dopo una faticosa e infruttuosa ricerca del Grande Carbonchio2. Erano arrivati lì, non come amici, non come soci nell'impresa, ma ognuno, salve una giovane coppia, sospinto dal proprio egoistico e solitario desiderio per questa stupefacente gemma. Il loro senso di cameratismo, comunque, era abbastanza forte da indurli ad un mutuo contributo per la costruzione di un rozzo capanno di rami e per accendere un grande fuoco con il legno di pini sradicati che erano scesi giù per la corrente precipitosa del fiume Amonoosuck3, sulla cui riva inferiore si accingevano a trascorrere la notte. Non ce n'era che uno, forse, che era diventato così estraneo al naturale sentimento di solidarietà, a causa del totalizzante coinvolgimento di quella ricerca, da non provare alcuna soddisfazione alla vista di volti umani, nella remota e solitaria regione a cui erano giunti.

lunedì 9 aprile 2018

La finestra sbarrata


 

Il racconto La finestra sbarrata ("TheBoarded Window: An Incident in the Life of an Ohio Pioneer") dello scrittore americano Ambrose 'Bitter' Bierce (1842-1914), fu pubblicato nel 1891, dapprima nel San Francisco Examiner, per entrare a far parte, in quello stesso anno, della raccolta Tales of Soldiers and Civilians.

La storia è ambientata in una località, ai tempi (siamo nel 1830) ancora selvaggia, dell'Ohio, ricoperta da boschi incontaminati, non distante dalla città di Cincinnati e dove lo stesso autore e la sua famiglia avevano vissuto fino al 1846. Sono i tempi della conquista del west, quando la 'frontiera' avanza verso ovest, sospinta da pionieri, cercatori d'oro, gruppi religiosi alla ricerca della loro terra promessa, giovani tanto avventurosi quanto ancora inesperti della vita. 'Bitter' Bierce ci mostra l'altra faccia dell'epopea del west, fatta di povertà, fatica quotidiana, una natura incontaminata ed ostile, territori e panorami sconosciuti, insediamenti isolati dove la morte è sempre in agguato, sotto forma di malattie, epidemie o animali selvatici. Ma è anche una storia di orrore, rimorso ed espiazione che si dipana sul filo della mamoria.



La vicenda ci viene raccontata da un narratore in prima persona, che ci riferisce di fatti appresi nella sua infanzia da suo nonno. Abbiamo, quindi, un doppio punto di vista, quello del narratore da bambino, irrazionale ed emotivo, e quello del narratore da adulto, che basandosi sui pochi dettagli appresi dal nonno, cercherà di ricostruire non tanto la storia, che ormai fa parte del folklore locale, quanto la psicologia dei protagonisti, che è la vera chiave di questo racconto breve, intenso e carico di mistero.

Links:

Su YouTube ci sono diverse versioni del testo, a me è piaciuta questa 

The Ambrose Bierce Project, sito deicato all'autore e alle sue opere, con molti contributi critici e per la didattica

VOAlearningEnglish: PDF contenente una presentazione didattica della storia






 
La finestra sbarrata

di
Ambrose Bierce

 
Home in the Woods, 1847 - Thomas Cole





Nel 1830, a solo poche miglia da quella che oggi è la grande città di Cincinnati, si trova un'immensa e quasi incontaminata foresta.
L'intera regione era scarsamente abitata da gente della frontiera – anime inquiete che non appena riuscivano a strappare case minimamente abitabili alla natura selvaggia e a raggiungere quel grado di prosperità che oggi chiameremmo indigenza, venivano costretti da un misterioso impulso della loro natura ad abbandonare tutto ed erano sospinti ancora più ad ovest andando incontro a nuovi pericoli e privazione nel tentativo di riguadagnare le povere comodità a cui avevano volontariamente rinunciato. Molti di loro avevano già abbandonato la regione per insediamenti più remoti, ma tra coloro che rimanevano ce n'era uno che era stato tra i primi ad arrivare. Viveva da solo in una capanna di tronchi circondata sui quattro lati dalla grande foresta, della cui ombra e silenzio sembrava essere parte, perché nessuno lo aveva mai visto sorridere o udito pronunciare una parola di troppo. I suoi semplici bisogni erano soddisfatti con la vendita o il baratto di pelli di animali selvatici nella città sul fiume, perché non coltivava niente su quella terra che, se necessario, avrebbe potuto reclamare come legittima proprietà. C'erano tracce di 'migliorie' – pochi acri di terreno intorno alla casa erano stati a suo tempo diboscati, e i ceppi sgretolati degli alberi abbattuti erano per metà coperti da quelli nuovi che erano stati risparmiati per rimediare alla rovina causata dall'ascia. Apparentemente lo zelo dell'uomo per l'agricoltura era stato alimentato da una fiamma caduca, spentasi in ceneri penitenziali.

mercoledì 21 marzo 2018

Una leggenda del 1805



Napoleone all'improvviso


I racconti del Wessex (Wessex Tales, 1888) fu la prima raccolta di racconti brevi pubblicati da Thomas Hardy. Contrariamente ai suoi romanzi, queste storie sono ambientate in un tempo anteriore al 1840, prima che la rivoluzione industriale cambiasse radicalmente il paesaggio naturale e morale del suo Wessex, l'antico regno sassone, comprendente oggi quattro contee: Somerset, Hampshire, Wiltshire e il Dorset. Esso costituisce allo stesso tempo una realtà unificante e uno scenario protagonista dove ambientare i suoi racconti popolati da personaggi ormai archiviati dal progresso: contrabbandieri, pastori, contadini, artigiani, cantastorie e perdigiorno.
In una brughiera punteggiata da villaggi sperduti e spazzata dal vento prendono vita i protagonista di sette racconti (A Tradition of Eighteen Hundred and Four; The Melancholy Hussar of the German Legion; The Withered Arm; Fellow-Townsmen; Interlopers at the Knap; The Distracted Preacher ), di volta in volta comici, macabri, ironici ed elegiaci.
Una leggenda del 1805 (ATradition of Eighteen Hundred and Four), è il racconto che apre la raccolta e che dà la cifra narrativa: queste 'cronache dell'immaginazione' sono presentate da un narratore-cantastorie, che non coincide con l'autore ma che è a sua volta una vera e propria dramatis persona che attinge ad un materiale pre-testuale, formato dal ricco patrimonio folcloristico del Dorset, raccogliendolo soprattutto dalla voce dei vecchi. Quella voce conserva un ruolo preminente, vista le sua funzione produttiva, rispetto a quella ricettiva dell'ascoltatore-collezionista. Il racconto diventa così un'esperienza collettiva, fulcro della comunità, dove la memoria diventa protagonista e mette in relazione gli uomini, creando un ponte fra passato e presente, tanto che le vicende narrate non sono 'cronaca', ma sono la storia di questo territorio concreto e magico al tempo stesso, fino ad intrecciarsi con la storia ufficiale e a sostituirsi ad essa.
Ed è così che questo Proust della brughiera ci racconta come dieci anni prima, in una notte di pioggia, si sia rifugiato nell'osteria del villaggio e qui, lui e gli altri avventori, interrompendo le loro 'chiacchiere peregrine,' abbiano raccolto l'incredibile storia del vecchio Solomon Selby. Il vecchio, a sua vota, racconta di vicende accadute nella sua lontana giovinezza, ai tempi delle guerre napoleoniche, quando 'l'orco corso' aveva deciso di invadere l'Inghilterra. E in una particolare notte, appena illuminata dalla luna, il ragazzo e lo zio, di guardia al solitario ovile della famiglia a picco su una baia nascosta, sono testimoni di un evento incredibile, mai riportato sui libri di storia: Napoleone in persona sbarcato per cercare il migliore approdo per la sua flotta di zattere, che al lettore di oggi ricordano da vicino quelle che sbarcheranno in Normandia più di cento anni dopo, quando inglesi e francesi non saranno più nemici ma alleati contro il nazismo. 
 

 La poetica di Hardy

Thomas Hardy (1840 - 1928) nasce in una famiglia di piccoli proprietari terrieri nel Dorsetshire, terra che ritorna nei suoi romanzi come l’idilliaco mondo rurale del Wessex, l'antico regno sassone di re Alfredo il grande, dove trascorrerà la maggior parte della vita. Studiò architettura a Londra, ma ben presto abbandonò gli studi per dedicarsi alla sua vera passione: la letteratura.
Nel 1871 pubblica Via dalla pazza folla (Far from the Madding Crowd) che dà inizio alla fase più originale della sua opera: romanzo pastorale e melodrammatico che pone in primo piano la storia di contadini consumati dall’asprezza del lavoro e da sogni ingannevoli sulla crescita sociale.
Hardy visse in un'età di transizione. La rivoluzione industriale stava ormai radicalmente trasformando l'agricoltura: le campagne si spopolavano a favore delle città, causando la disintegrazione delle tradizioni e dei costumi rurali che aveva significato stabilità e sicurezza per la gente comune. Le nuove teorie scientifiche, in primis il Darwinismo, stavano scuotendo dalle fondamenta i capisaldi ideologici e culturali della società inglese; nuovi competitors, come la Germania e gli Stati Uniti, minacciavano la supremazia industriale ed economica dell'Inghilterra; alla fine del secolo l'impero, al suo apogeo, iniziava a tremare sotto le spinte indipendentiste dei paesi assoggettai.
Veniva meno l'ottimismo che aveva caratterizzato la prima fase della rivoluzione industriale e che aveva accomunato lo scrittore e il suo pubblico, il cui campione era stato Dickens che, pur criticando gli aspetti negativi della società vittoriana, non aveva mai perso fiducia nella capacità di autoaffermazione dell'individuo e nel riformismo sociale.
Per Hardy, invece, compito dello scrittore era quello di illustrare "il contrasto tra la vita ideale desiderata da un uomo e quella reale e squallida che egli era destinato ad avere"; un destino ostile, maligno, che finisce con l'annientamento della felicità e della speranza. I suoi ultimo romanzi, Tess of the D’Urbervilles (1891) e Jude the Obscure (1895) sono così pessimisti da suscitare critiche tanto negative da indurlo da abbandonare per sempre la prosa per dedicarsi solo alla poesia.
I suoi personaggi si confrontano con una natura sorda e distante, a sua volta sottoposta ai suoi ritmi e alle sue leggi, del tutto indifferente all'umana sofferenza. Tuttavia, coloro che riescono a vivere in armonia con il loro ambente sono di solito più saggi e più felici, e sono gli unici capaci di una palingenesi morale attraverso il dolore.
Accanto all'importanza della natura, Hardy pone l'accento sul concetto di tempo, un tempo transeunte, mutevole, fatto di momenti. Le gioie della vita sono transitorie e la felicità di un momento è trasformata in dolore un attimo dopo. Anche le donne, nella loro disperata ricerca dell'amore, concorrono a questo inevitabile destino di infelicità, essendo più fragili e più esposte dell'uomo alla potenza della passioni.



Una leggenda del 1805
di
Thomas Hardy




La possibilità ampiamente dibattuta di un'invasione dell'Inghilterra attraverso un tunnel sotto il Canale mi ha spesso richiamato alla mente la storia del vecchio Solomon Selby*.
Ebbi l'occasione di annoverarmi tra suoi ascoltatori una sera in cui era seduto nel sonnecchioso angolo accanto al caminetto nella cucina della locanda, con pochi altri lì convenuti, ed io entrai per ripararmi dalla pioggia. Rimuovendo il cannello della pipa dall'incavo tra i denti in cui era abitualmente posizionato, si ritrasse nella nicchia dietro di lui e sorrise verso il fuoco. Il suo sorriso non era né gioioso né malinconico, non esattamente divertito né del tutto pensieroso. Noi che lo conoscevamo lo notammo all'istante: era il suo sorriso narrativo. Interrompendo immediatamente le nostre chiacchiere peregrine, ci avvicinammo e lui iniziò:
Mio padre, come voi sapete, ha fatto il pastore per tutta la vita e ha vissuto nei pressi della baia, a quattro miglia da qui, dove sono nato e vissuto, fino a quando mi sono trasferito da queste parti poco prima di sposarmi. Il cottage dove sono venuto al mondo si trovava in cima alla collina, vicino al mare, non c'era una casa nel raggio di due chilometri, era stato costruito proprio per accogliere il pastore della fattoria, e non aveva altra destinazione. Mi dicono che ora l'hanno buttato giù, ma si può ancora vedere dov'era dai cumuli di terra e alcuni mattoni rotti che ancora si trovano lì intorno. Era un posto desolato e cupo in inverno, ma d'estate era abbastanza bello, sebbene l'orto fosse piuttosto stentato, perché non eravamo riusciti a tirar su un buon riparo per le verdure e i ribes, che non prosperano dove c'è troppo vento.


Fisherman's House at Varengeville, Monet 1882

sabato 24 febbraio 2018

Le isole volanti


Chekhov ride
Leisole volanti di Anton Chekhov apparve per la prima volta nel 1883 nella rivista russa Budilnik. Nel 1888, all'età di soli 28 anni, Chekhov aveva pubblicato la bellezza di 528 racconti, metà dei quali umoristici. Senza pretese, pieni di vivacità e inventiva, sono ben noti al pubblico russo, ma ignorati dagli editori e dai lettori occidentali, da cui Chekhov è stato sempre considerato solamente come un genio malinconico e uno studioso dell'umana infelicità. Questi racconti, invece, rivelano la sua piena padronanza del registro comico: parodie oltraggiose con un finale a sorpresa, satire sovversive che anticipano le attitudini antiautoritarie dei suoi lavori più maturi, escursioni nell'assurdo che alludono ai suoi dialoghi teatrali.
Il racconto è una comica parodia, che pretende di essere la traduzione in russo di un'avventura spaziale di Jules Verne. Il romanzo preso di mira è senza dubbio 'DallaTerra alla Luna' (De la Terre à la Lune, trajet direct en 97 heures 20 minutes) del 1865, ma prende altresì di mira quella pretesa tutta russa di essere stati i primi a fare tutto.
Il protagonista è un eccentrico scozzese di nome John Lund, che intende bucare la Luna con un succhiello gigantesco, non si sa bene perché. Insieme al suo immancabile maggiordomo, è invitato da un stravagante scienziato russo con pretese di tuttologia, Walter Bolvanius, ad esplorare non la luna, ma delle misteriose isole volanti visibili solo attraverso il suo telescopio. Invece del proiettile di alluminio di Verne, i nostri eroi viaggiano in un cubo di rame appeso a tre palloni aerostatici. Le cose, però, non andranno affatto secondo i piani, e dopo essersi illusi di “aver surclassato Colombo,” scopriranno, ahiloro, di non essere affatto i primi ad aver tentato l'impresa.
Curiosità:
A partire dalla metà dell’Ottocento, si comincia a discutere della possibilità che la Terra abbia o meno un secondo satellite naturale. Nel 1846, Frederic Petit, direttore dell’osservatorio di Tolosa, affermò di aver scoperto una seconda luna della Terra. In generale, gli astronomi ignorarono queste teorie, e l’idea sarebbe stata ben presto dimenticata se un giovane scrittore francese, Jules Verne, non ne avesse letto un riassunto. Nel suo celebre romanzo “De la Terre à la Lune”, Verne racconta che un piccolo oggetto, un secondo satellite naturale, passò vicino alla capsula spaziale su cui viaggiavano i tre coraggiosi protagonisti diretti sulla Luna. 
 
Per saperne di più:

⭕Per approfondire l'argomento vi rimando ad un interessante articolo tra astronomia e cultura su  Altrogiornale.org

⭕Sul fascino della luna su scienza e letteratura :   Stregati dalla luna. Viaggi immaginari sul nostro satellite, Bernd Brunner - Giunti editore, 2014







THE FLYING ISLANDS. By Jules Verne.
A parody by Anton Chekhov (1883)
(tradotto dal russo da France H. Jones)



Questo è tutto, signori!” disse Mr. John Lund, un giovane membro della Royal Geographic Society, mentre sprofondava in una poltrona, esausto. Tutta la sala dell'assemblea rimbombò di applausi calorosi e urla di 'bravo!' Uno dopo l'altro, i presenti si avvicinarono a John Lund per stringergli la mano. Diciassette gentiluomini, come segno del loro stupore, sfasciarono diciassette sedie causando la distorsione di otto colli, appartenenti ad altrettanti gentiluomini, uno dei quali era il capitano dello yacht “La catastrofe,” un'imbarcazione da 100 tonnellate. 

lunedì 12 febbraio 2018

Dickon il diavolo


Black and white




Dickon il diavolo (Dickon the Devil) di Joseph Sheridan Le Fanu (Dublino, 1814 – Dublino, 1873), fu pubblicato nel 1872. Ancora una volta lo scrittore, noto soprattutto come creatore della vampira Carmilla che dà il nome all'omonimo romanzo, indaga gli incubi e i fantasmi che circondano le nostre vite.
Mentre nel romanzo gotico l'horror obbediva a meccanismi stereotipati e puramente esteriori (il cigolio delle catene, le notti buie e tempestose…), i fantasmi di Le Fanu diventano proiezione dell'inconscio dei suoi protagonisti, delle loro paure o delle loro superstizioni, fino ad arrivare ai confini del fantastico, lasciando al lettore il dubbio se quei fantasmi siano reali o solo il frutto di una mente particolarmente influenzabile o addirittura malata.
La storia è narrata in prima persona dal protagonista: un avvocato di città che trenta anni prima, per motivi professionali, si era recato in una remota località del Lincolnshire per curare gli interessi di due anziane zitelle che avevano ereditato la casa e i possedimenti di un vecchio signorotto di campagna, lo Squire Bowes.
Al tempo quella regione era ancora selvaggia e proprio perciò 'pittoresca' e ancora più suggestiva perché 'poco trafficata,' caratteristica che ha poi perso con l'avanzare della rivoluzione industriale, che cambiò non solo il panorama economico e sociale dell'Inghilterra, ma anche quello naturale, industrializzando le campagne, che vennero anch'esse sfruttate con criteri capitalistici, perdendo quel fascino selvaggio che le rendeva così affascinanti agli occhi del narratore: “...ma mi è stato detto che ora è molto meno selvaggia e, di conseguenza, meno bella.
Anche la dimora dello Squire Bowes sembra ferma nel tempo: è un vecchio edificio elisabettiano costruito nel tipico stile 'black and white' (dal contrasto che il graticciato in legno scuro crea sull'intonaco bianco dei muri), ma tutto è ricoperto di muffa e porta i segni dell'incuria e della decadenza e sembra essere lo specchio dello spirito antiquato del suo defunto proprietario. La casa a sua volta si riflette nel laghetto antistante che col suofreddo luccichio di un serpente nascosto nell'ombra” contribuisce a creare un'atmosfera di mistero e di pericolo.
Ed è proprio questo contrasto tra antico e moderno che sembra risvegliare il fantasma del vecchio squire, uomo all'antica, benvoluto da tutti perché: “Di buon carattere e alla mano… un po' pigro, forse.” Dopo la sua morte improvvisa, i suoi possedimenti vanno alle clienti del narratore, due zitelle di città, detestate dal vecchio squire, che è morto prima di riuscire a disporre altrimenti dei suoi beni. Le due donne mettono immediatamente 'a frutto' la tenuta facendo pascolare mandrie di buoi là dove il vecchio Squire era solito passeggiare. Ma, inspiegabilmente, gli animali iniziano ad ammalarsi e a morire. E quale può essere la causa se non la vendetta del fantasma dell'antico proprietario, che sembra aver perso la sua antica pigrizia e scatena la sua ira non solo sul bestiame ma anche sul povero guardiano del bestiame, il giovane e ignaro Dickon Pyke.




Dickon il diavolo
    
di
Joseph Sheridan Le Fanu



Caspar David Friedrich, Ingresso del cimitero, 1825-1835




Circa trenta anni or sono, fui incaricato da due ricche e anziane signore di ispezionare una proprietà in quella parte del Lancashire situata vicino alla famosa foresta di Pendle, che il romanzo di Mr. Ainsorth Le streghe del Lancashire1, ci ha reso così piacevolmente familiare. Il mio compito era quello di suddividere una piccola proprietà, comprendente una casa e una tenuta, di cui le due donne erano state nominate coeredi già da molti anni.
Durante le ultime quaranta miglia fui obbligato a viaggiare in diligenza, principalmente attraverso strade secondarie, poco conosciute e ancor meno frequentate, che spesso offrivano scenari estremamente interessanti e piacevoli. Il paesaggio era reso ancor più pittoresco2 dalla stagione, i primi di settembre, in cui stavo viaggiando. 

lunedì 11 dicembre 2017

Il battesimo di Bloomsbury






 Buone feste a tutti







 Ma non è una Christmas Carol


Il battesimo di Bloomsbury (The Bloomsbury Christening) Capitplo 11 dei "Tales" di Charles Dickens in Sketches by Boz(1839), originalmente pubblicato nel numero di aprile 1834 del The Monthly Magazine.



Protagonista del racconto è lo scapolo cinquantenne Nicodemus Dumps, (detto anche 'long Dumps' per la sua altezza) che lavora alla banca d'Inghilterra e vive in affitto in un elegante appartamento. A tutta prima sembrerebbe un tranquillo e soddisfatto 'white collar,'  ma Dumps non è né l'uno né l'atro: "burbero, cadaverico, eccentrico e sgarbato," è felice solo quando gli altri sono infelici e pertanto "l'unica vera consolazione della sua vita era di rendere infelici tutti quelli che lo circondavano." Bersaglio prediletto della sua misantropia è il nipote, Mr. Charles Kitterbell, che, manco a dirlo, è invece "un ometto secco e sparuto, con un gran testone e un faccione sorridente e affabile," e per rendere il personaggio ancora più ridicolo, Dickens aggiunge anche lo strabismo: "cosa che rendeva praticamente impossibile a chiunque stesse conversando con lui capire dove stesse guardando." Al contrario dello zio, ama la compagnia, le feste, il buon cibo ed è ammogliato e in attesa del suo primogenito. Il poveretto ha l'infelice idea di chiedere allo zio di fare da padrino al nascituro. Dapprima Dumps prova a rifiutare adducendo come scusa la suscettibilità dei suoi nervi, poi, approfittando del carettere ingenuo e credulone del nipote, si diverte a terrorizzarlo con presunte storie di bambini morti prematuramente. Alla fine è costretto ad accettare non solo di fare da padrino, ma anche di partecipare al ricevimento serale, con tanto di cena per 'pochi amici' e, naturalmente, discorsi di buon augurio. Ma il giorno del battesimo sarà per Dumps un susseguirsi di circostanze avverse che metteranno a dura prova i suoi nervi: dapprima si scontrerà con un maleducato fattorino di omnibus, poi incimperà in un ubriaco molesto, infine dovrà sorbirsi le spiritosaggini degli amici di suo nipote, che sembra aver invitato mezza Londra. Davvero troppo per i nervi dell'ipocondriaco Dumps, e la vendetta non si farà attendere, cinica e spietata, secondo lo stile 'dell'uomo più infelice del mondo.'

Il misantropo e cinico Dumps è generalmente considerato il modello a cui Dickens si ispirò per creare il suo personaggio più famoso: Ebenezer Scrooge, l'indimenticabile protagonista di A Christmas Carol. Ma il giovane Dickns degli esordi sembra ancora immune dal buonismo e dal patetismo che caratterizzeranno le sue opere di maggior successo. Dumps, al contrario di Scrooge, non si pentirà delle sue cattiverie, non ci sarà nessuna catarsi finale, ma l'autore si servirà del suo punto di vista cinico e incline al sadismo, per farsi gioco delle manie di grandezza di quella piccola borghesia cittadina impersonata dai coniugi Kitterbell e dai loro amici, al punto che alla fine il lettore è portato a simpatizzare proprio con l'antipatico protagonista invece che con le  vittime del suo spirito caustico.


Un po' di storia:

La parte centrale del racconto è occupata dalle dissavventure di Dumps alle prese con un maleducato fattorino di omnibus. Nonostante  le prevedibili esagerazioni dickensiane, c'è da dire che non siamo distanti  dalla realtà dell'epoca. Gli omnibus erano stati  introdotti a Londra nel 1828 sul modello del trasporto urbano parigino, e il servizio ebbe tanto successo che sullo stesso percorso (da Paddington e Regent's Park alla City) c'erano ben 90 vetrture a contendersi i passeggeri. Dopo le proteste dei cittadini i proprietari  si riunirono in un'associazione per regolare il servizio e ridurre la competizione, ma non ad eliminarla, come si vedrà. Dal 1832 gli omnibus poterono circolare liberamente anche nella city, essendo venuto meno il monopolio delle carrozze pubbliche, e il loro  numero crebbe incredibilmente, i prezzi del biglietto dvennero così accessibili anche alla working class, che ora poteva permettersi di abitare lontano dai luoghi di lavoro in quartieri più salubri dei tristi slums della prima rivoluzione industriale. 

Per saperne di più: London Transport Museum








Il battesimo di Bloomsbury


Charles Dickens







Mr. Nicodemus Dumps, o, come lo chiamavano i suoi conoscenti, 'long Dumps,' era uno scapolo cinquantenne, alto sei piedi (1,80 cm.): burbero, cadaverico, eccentrico e sgarbato. Non era felice se non quando era triste, ed era sempre triste quando aveva ogni motivo per essere felice. L'unica vera consolazione della sua vita era di rendere infelici tutti quelli che lo circondavano – allora si poteva veramente dire che la vita gli sorrideva. Era afflitto da un posto nella banca d'Inghilterra che gli rendeva cinquecento sterline all'anno, e abitava in affitto in un 'primo piano ammobiliato,' a Pentonville, che originariamente aveva preso perché si affacciava sul lugubre panorama dell'adiacente cimitero. Aveva familiarità con le facce di ogni tomba, e il servizio funebre sembrava suscitare la sua più sentita partecipazione. I suoi amici dicevano che era di sicuro uno scorbutico – lui asseriva di essere nervoso, loro lo consideravano un fortunello, lui protestava di essere 'l'uomo più sfortunato del mondo.' Per quanto fosse insensibile, e per quanto dichiarasse di essere un povero infelice, non era completamente privo di affetti. Onorava la memoria di Hoylei, essendo egli stesso un abile e imperturbabile giocatore di whist, ed era solito ridere compiaciuto di un avversario nervoso e impaziente.

venerdì 13 ottobre 2017

Childe Roland alla torre nera giunse


Childe Roland to the Dark Tower Came
Robert Browning (1832)


Il poema si articola in trentaquattro stanze di sei versi ciascuna con uno schema metrico A-B-B-A-A-B. I versi sono pentametri giambici, ovvero il tipo di verso tipico della poesia inglese. La vicenda è narrata in prima persona dal protagonista in un ininterrotto soliloquio, che insieme al dramatic monologue, è una delle tecniche narrative predilette da B.

Genesi
Fu pubblicato nel 1855 nella raccolta Men and Women, ma la sua composizione risale al gennaio del 1853 e, secondo le parole dello stesso Browning, ebbe una genesi molto simile al poema di Colleridge Kubla Khan (1816), dal momento che l'ispirazione gli giunse in sogno e “I had to write it, then and there.” B., non attribuisce alcun significato simbolico alla sua opera, e, dalle sue parole, sembra quasi che il senso della poesia risieda proprio nel gesto della scrittura; “But it was simply tha I had to do it. I did not know what it meant beyond it, and I am sure I don't Know now.” E proprio grazie a questo che la poesia si è prestata e si presta a diverse interpretazioni e riesce ad ispirare anche i contemporanei. Famoso il ciclo della Dark Tower di S. King, da cui è stato tratto recentemente l'omonimo film. Ma, a parer mio, il cinema si era già ispirato a quest'opera. Mi riferisco al film di Spilberg Incontri ravvicinati del terzi tipo. Anche qui, per usare una frase non mia, ci troviamo di fronte “agli sconfitti che incontrano il sublime.” I continui flash back, i continui déjà vu, le continue frustrazioni del protagonista, la forma turrita del promontorio oggetto della ricerca del protagonista, sembrano ricondurci al poema di Browning. Il film, però, continua là dove B. si era fermato e ci rivela quello che è nascosto dietro alla torre: la realizzazione dei nostri sogni, anche i più improbabili, se ci si crede veramente.

La vicenda
La storia ricalca le avventure dei cavalieri della tavola rotonda alla ricerca del sacro Graal, ma qui l'oggetto della ricerca è una misteriosa 'Dark Tower.' Roland, il protagonista della poesia, e gli altri membri della sua non meglio qualificata 'Band,' hanno trascorso la loro vita in questa ricerca, e ormai egli è l'ultimo sopravvissuto. Tutto


Thomas_Moran_Childe_Roland_to_the_Dark_Tower_Came_1859
questo ci verrà rivelato da una serie di flash back, perché la poesia inizia in medias res, quando il protagonista incontra uno “storpio canuto” dallo sguardo malevolo che gli indicherà la strada per raggiungere la Dark Tower. E sebbene Roland sia sicuro che il vecchio gli stia mentendo, ormai non ha altra scelta che seguire le sue indicazioni, con l'unica speranza non di arrivare alla meta, ma di essere ormai arrivato alla fine di suoi giorni. Egli si incammina così in una pianura desolata dove regnano “penuria, inerzia e bruttezza.” Le uniche forme di vita sono una vegetazione stentata e un vecchio ronzino cieco e scheletrico che sembra uscito dalle “stalle del diavolo.” Gli fa compagnia il ricordo dei suoi anitichi commilitoni, ma quel ricordo non gli è di conforto, perché sia lui che gli altri membri della sua 'Band' hanno commesso atti di codardia. In una disperazione sempre più profonda, Roland attraverserà con difficoltà un fiume infernale e si troverà in regioni sempre più malridotte. A dargli nuovo coraggio arriva però un grande uccello nero, che gli ricorda l'angelo della distruzione nella bibbia ebraica, Apollion. Improvvisamente il paesaggio cambia e la pianura cede il posto ad una serie di brulle colline e, come in preda ad un déjà vu (Ma quasi mi sembrò di riconoscere un certo trucco / Malvagio che mi era già accaduto” ) Roland finalmente riconosce il posto “Dopo una vita spesa a prepararti per questa scena.” Nella luce del crepuscolo la torre gli appare comeQuel tozzo torrione circolare, cieco come il cuore di uno sciocco.” L'aspetto sinistro della torre non scoraggia Roland, essa comunque rappresenta la vittoria dopo tante sconfitte, per lui e i suoi compagni perduti che gli appaiono “Avvolti in un sudario di fiamme” lungo i fianchi della collina, e in segno di riscatto Roland suona il suo corno e pronuncia la frase fatidica Childe Roland alla Torre Nera giunse.

Il titolo della poesia deriva dalla canzone di Edgar nel Re Lear "Child Rowland to the dark tower came,/ His word was still 'Fie, foh and fum,/ I smell the blood of a British man." (III iv. 182-4). La canzone di Edgar, a sua volta, potrebbe derivare da un'antica ballata scozzese The Romance of Childe Rwland. Rowland, il più giovane discendente della famiglia di re Artù, si reca ad Elfland alla ricerca di sua sorella, Burd Ellen, che era stata rapita dagli elfi, e dei suoi due fratelli maggiori che erano stati catturati nel tentativo di liberarla. Il mago Merlino dice a Rowland che quando sarà entrato nel regno delle fate dovrà uccidere tutti quelli che incontrerà e non dovrà né bere né mangiare niente di quanto gli verrà offerto in quella terra, altrimenti resterà prigioniero degli Elfi non vedrà mai più “middle eard.” Quando Rowland arriva nel luogo dove sua sorella è tenuta prigioniera, il re degli elfi emerge dal suo nascondiglio e canta “fi, fo, and fum / I smell the blood of a Christian man! / Be he dead, be he living, wi' my brand / I'll clash his harns frae his harn-pan!” a questo punto l'indomito (undaunted) Rowland sfodera la sua spada (Excalibur) “that never struck in vain.”

Per leggere la fiaba originale vi rimando al mio blog Time for Tales

Le fonti
1: fiabe popolari

La filastrocca del re degli elfi ci ricorda il nostro “Ucci, ucci, sento odor di cristianucci” e ci suggerisce tutta una serie di associazioni con fiabe popolari che Browning doveva conoscere fin dalla sua infanzia in particolare Hop-o'-my-thumb (il nostro Pollicino), Jack and the Benstalk (Giacomino e il fagiolo magico), e Jack the Giant Killer (L'ammazzagiganti).Ma ci sono molte altre somiglianze tra queste fiabe e la storia di Roland. Alla fine di Jack the Giant Killer l'eroe è guidato da un vecchio canuto ad un castello dove sono tenuti prigionieri tutti quegli avventurieri che avevano provato a conquistare la torre prima di lui. Quando Jack arriva al cancello, trova una tromba d'oro appesa ad una catena d'argento e sotto è scritto che “Whoever can this trumpet blow, / Soon shall the giant overthrow, / And break the black enchantment straight, / So all shall be in happy state.”

2: romanzi cavallereschi
Ma possiamo ravvisare fonti più auliche come quelle dei romanzi cavallereschi. Ho già accennato al ciclo dei cavalieri della tavola rotonda, da cui prende il tema della 'quest,' mentre con la Chanson de Roland condivide sia il nome del protagonista che il gesto finale di suonare il corno quando Orlando, paladino del re Carlo Magno, rimasto alla retroguardia a combattere contro i saraceni, suona il suo corno a Roncisvalle per chiamare un aiuto che arriverà troppo tardi.

3: E.A. Poe
Ci sono anche influenze più moderne. Lo scheletrico cavallo che vaga nella pianura desolata è ispirato dal racconto breve di E.A. Poe Metzengerstein

4: Bibbia, Dante, Bunyan
Numerose le citazioni bibliche, come ho segnalato nelle note. Ma anche l'Inferno dantesco e il Pilgrim's Progress (178) di Bunyan hanno contribuito alla generale atmosfera del poema. Una terra desolata, inaridita e sfregiata dallo sfruttamento industriale, dove l'individuo vaga smarrito, alla vana ricerca di qualcosa che dia valore alla sua esistenza. 


Childe Roland to the Dark Tower Came

Childe Roland alla Torre Nera giunse
Robert Browning (1832)

 




1     My first thought was, he lied in every word,
2         That hoary cripple, with malicious eye
3         Askance to watch the working of his lie
4     On mine, and mouth scarce able to afford
5     Suppression of the glee that pursed and scored
6         Its edge, at one more victim gained thereby.
  
      I.
Il mio primo pensiero fu, egli mente ad ogni parola,
    Quello storpio canuto, col suo occhio maligno
    A fissare di traverso l'effetto della sua menzogna
Sui miei, e la bocca capace a mala pena
Di trattenere la gioia che ne increspava e segnava
    Il profilo, per la nuova vittima così guadagnata.