martedì 23 luglio 2013

L'assassinio del mandarino

 
Un Mandarino per Vera


Arnold Bennett nacque ad Hanley, Staffordshire, nel 1867. Dopo aver frequentato la London University (senza riuscire a laurearsi), lavorò come impiegato nello studio di avocato del padre, ma il lavoro a lui poco congeniale e l'avarizia paterna, tema che riapparirà in molti dei suoi romanzi, lo convinsero a lasciare per sempre lo Stratfordshire e a trsferirsi a Londra dove intraprese la carriera giornalistica, arrivando a ricoprire il ruolo di vice direttore della rivista Woman. Contemporaneamente, iniziò la sua prolifica carriera di scrittore che lo porterà a pubblicare romanzi, commedie e saggi di successo. La gran parte dei suoi romanzi sono ambientati là dove era nato e cresciuto, nel famoso distretto delle ceramiche dello Stratfordshire, conosciuto col nome di the Potteries. Egli si ispirò al grande romanzo realista francese, in particolare alle opere di Maupassant e nel 1903 si trasferì a Parigi dove risiedette per circa otto anni e dove ebbe modo di incontrare le personalità più eminenti dell'epoca. Sposò l'attrice francese Marguerite Soulié, da cui più tardi divorzierà. Durante la prima guerra mondiale fu coinvolto con atri scrittori in un grande progetto di propaganda bellica. Dopo la guerra si stabilì nell'Essex con l'attrice Dorothy Cheston, da cui ebbe la figlia Virginia. Morì a Londra nel 1931 di febbre tifoidea, contratta probabilmente durante una sua visita in Francia. Fu l'ultimo scrittore a cui fu tributato l'onore di cospargere di paglia la strada sotto casa per non turbare la sua agonia.
Sebbene durante la sua vita fosse stato uno scrittore estremamente popolare sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, dopo la morte la sua popolarità fu offuscata dalla critica tranchant di Virginia Woolf. In Mr Bennett and Mrs Brown del 1924, un'articolata riflessione sul rinnovamento del romanzo, Woolf attacca la narrativa edoardiana di ispirazione realistica, in particolare quella di Arnold Bennett, condannandone l’eccessiva concentrazione sui dettagli materiali, a scapito dell’interesse per la psicologia del personaggio. Oggi, tuttavia, le sue opere più importanti sono ancora lette, in particolare Anna of the Five Towns (1902), The Old Wives' Tale (1908) e quelle che formano la trilogia di Clayhanger Clayhanger (1910), Hilda Lessways (1911) e These Twain (1916).
Il racconto che vi propongo, L'assassinio del Mandarino, è tratto dalla raccolta The Grim Smile of the Five towns (1902), la cui location trae ispirazione dalle sei città che costituivano le così dette Potteries. Le cinque città reali sono Tunstall, Burslem, Hanley, Stoke-upon-Trent and Longton, a cui corrispondono nella fiction Turnhill, Bursley, Hanbridge, Knype and Longshaw. Il distretto, una volta ricco e fiorente grazie alla produzione di vasellame, era una tipica zona industriale: inquinata e avvelenata dai sali di piombo usati dalle industrie locali, (di cui il paesaggio porta ancora oggi le cicatrici), e con uno skyline caratterizzato dalle tipiche ciminiere a forma di bottiglia, circa quattromila allora (ne restano ancora quarantasei oggi), da cui usciva il fumo nero e denso del carbone bruciato nelle fornaci. Bennett, memore della lezione dei grandi realisti francesi, descrive la vita della gente comune, le sue difficoltà e i suoi drammi, ma in questa raccolta di racconti usa un tono leggero e ironico. L'idea di base gli venne suggerita dal così detto paradosso del Mandarino che compare nel Papà Goriot di Honoré de Balzac. In cosa consiste? Se vi dicessero che scuotendo un campanello potete uccidere un Mandarino della lontana Cina (all’epoca forse lo era di più) e ottenerne così i suoi beni, senza venire mai scoperti, lo fareste? Il tema, che evidentemente affascinò i salotti dell’ottocento, è più volte ripreso da vari scrittori, ma la versione più interessante è quella data dallo scrittore portoghese José Maria Eça de Queirós nel suo O Mandarim del 1880.
L'eroina, Vera Cheswardine, donna bella, elegante e capricciosa, ha sostituito il culto dell'eleganza e dell'apparire agli ideali di frugalità e operosità che avevano ispirato la comunità delle Potteries, sotto l'influenza della potente chiesa Metodista locale. Ma Vera non è esattamente una donna frivola e leggera, al contrario si rende ben conto dei propri limiti intellettuali: “Odiava vedere la vita sotto una luce inconsueta, Odiava pensare.”  Sa che la bellezza e l'eleganza sono la sua unica arma per conquistarsi un ruolo nella propria comunità: “Vera era diventata la donna meglio vestita di Bursley. E non è poco.” Ma soprattutto, la bellezza è l'unica arma che ha per tener testa al marito, ricco industriale, discendente di una di una dinastia di industriali arricchitisi con la ceramica, oculato e intransigente amministratore del proprio patrimonio: Il grande Stephen le proibiva in modo assoluto di procurarsi alcunché a credito. Lei lo temeva. Sapeva bene fin dove poteva arrivare con Stephen. Egli, pur amando la moglie, ha nei suoi confronti un atteggiamento di paternalistico autoritarismo, tipico del pater familias vittoriano. Ma la loro non è certo la tipica famiglia vittoriana: “Vedete, lei era l'unica bambina della casa. Invidiava le altre mogli e i loro bebè. Ma dal momento che i frugoletti si divertivano a scendere giù dai camini di tutte le altre case di Bursley evitando la sua, cercò conforto negli abiti.” A questo va aggiunto lo strano ménage a trois di cui fa parte l'amico di famiglia, da sempre innamorato senza speranza di Vera: Woodruff, dopo essere stato testimone degli sposi, continuò ad amarla, sommessamente e con filosofia.E proprio l'intersecarsi di queste tre sensibilità darà l'avvio a questa bizzarra vicenda: da una parte la cultura pseudo-scientifica di Woodruff, che si nutre di stampa popolare, dall'altro la rigida amministrazione del denaro da parte di Mr. Cheswardine e al centro Vera, con la sua smania di apparire e le sue mani bucate; sullo sfondo la potenza del danaro, unico strumento per l'affermazione personale e la realizzazione delle proprie ambizioni, costi quel che costi.

Curiosità:
In onore di Bennett il cuoco del Savoy Hotel di Londra inventò la omelette alla Bennett (videoricetta della BBC)
Nel 1960 il formidabile duo Garinei e Giovannini, trasse dal racconto O Mandarim dello scrittore portoghese José Maria Eça de Queirós (1880) la commedia musicale “Un mandarino per Teo”, con uno scanzonato inno al danaro “Soldi,soldi, soldi” molto prima degli Abba.
Richard Matheson, scomparso di recente, si ispirò al paradosso del mandarino per il suo racconto Button, Button (Uncanny Stories, 2008). Dal racconto fu tratto anche un episodio della ormai mitica serie televisiva TheTwilight Zone.



L'ASSASSINIO DEL MANDARINO

di
Arnold Bennett (1902)


Watercolour - Tunstall, the Potteries, 1937 - Ronald



I

Cos'è che state dicendo riguardo all'assassinio?” chiese Mrs. Cheswardine, mentre entrava nell'ampio soggiorno, portando il vassoio con la cena. “Poggialo qua,” disse il marito, riferendosi al vassoio e indicando un tavolino sistemato davanti al focolare, con due gambe dentro e due gambe fuori dal tappeto. Quel grembiule ti dona immensamente.” mormorò Woodruff, l'amico di famiglia, mentre allungava le sue lunghe gambe contro il parafuoco in direzione delle fiamme, perfino oltre le lunghe gambe di Cheswardine. Ciascuno dei due uomini occupava una poltrona posta su ciascun lato del focolare, erano tutti e due molto alti e avevano tutti e due quarant'anni. 

giovedì 30 maggio 2013

La casa del giudice


Il re dei ratti



Abraham “Bram” Stoker (Dublino 1847 – Londra 1912) è considerato fra i maggiori esponenti del gotico vittoriano.
Dopo un’infanzia segnata da gravi malattie che lo costringono a trascorrere a letto i primi sei anni della sua vita, guarisce improvvisamente in un modo che i medici definiscono miracoloso. Fu durante questi anni che sviluppò il suo amore per la lettura e per il folclore gaelico, popolato da figure vampiresche come le
Leannansidhe. Si laureò a pieni voti in matematica al Trinity College di Dublino e vinse il campionato di atletica all'università. Conobbe anche Oscar Wilde e fu assiduo frequentatore della sua casa a Merrion Square. Nel 1877 lasciò il suo lavoro di impiegato presso il Dublin Castle per diventare l'impresario dell'attore Henry Irving. Nel 1878 sposò Florence Balcombe, raffinata bellezza preraffaellita, già amata da Oscar Wilde. Intanto scrive racconti neo gotici, anche per arrotondare i magri introiti. Nel 1897 pubblicò Dracula (primo titolo The Dead Undead). La stesura del suo capolavoro durò sette anni. Per documentarsi, lo scrittore prese fiumi di appunti sul folclore locale delle varie regioni inglesi, ma l'incontro più importante fu quello con lo studioso ungherese Arminius Vambery, che consigliò a Stoker quali testi leggere sulla figura storica di Vlad Tapes, detto Dracul (figlio del drago o del diavolo), a cui attingerà per creare il suo personaggio. La figura del vampiro aveva già fatto il suo ingresso nella letteratura inglese nel 1819, anno della pubblicazione de Il Vampiro di John Polidori, medico personale di Lord Byron che sarà anche il modello di questo primo vampiro dal fascino fatale ma molto mondano, e che stabilisce l'archetipo del vampiro come metafora di quella seduzione sessuale di cui sarebbe stato impossibile parlare apertamente a causa dell'ipocrita morale del tempo. Meno raffinato ma di gran successo fu il romanzo popolare di autore incerto Varny il vampiro (1847), un penny dreadful, venduto a puntate nelle strade di Londra, al prezzo di un penny, appunto. Questo vampiro ha molte delle caratteristiche del futuro Dracula: denti aguzzi, di cui lascia i segni sul collo delle sue vittime, una forza sovrumana, la capacità di ipnotizzare, un'inestinguibile sete di sangue. Ma l'autore che ha maggiormente influenzato Stoker è un altro illustre irlandese, Sheridan Le Fanu, che nel 1872 pubblicò il racconto Carmilla (In a Glass Darkly,1872), ambientato in Austria, che ha come protagonista una misteriosa vampira e il suo potere di seduzione su fanciulle giovani e innocenti. Grazie al successo dei suoi romanzi e racconti, Stoker presto può dedicarsi esclusivamente alla letteratura e compiere lunghi viaggi per il mondo. Muore a Londra nel 1912.


La casa del giudice (The Judge’s house) è pubblicato per la prima volta nel 1891 nella rivista Illustrated Sporting and Dramatic News. Nel 1914, viene pubblicato postumo nella raccolta Dracula's Guest And Other Weird Stories.

Il racconto narra la storia di Malcom Malcomson, uno studente di matematica dell'università di Cambridge che, in cerca di tranquillità per prepararsi all'esame di laurea, si reca in una sonnolenta cittadina scelta a caso sull'orario ferroviario. Ma nemmeno la quiete della locanda del posto è abbastanza per lui, così, andando a zonzo nei dintorni del paese, viene attratto da una vetusta dimora ormai disabitata, sorella minore dei terrificanti castelli gotici di Walpole o Mrs. Radcliff, con mura spesse come una fortezza e una campana d’allarme sul tetto. L'agente immobiliare è fin troppo felice di affittargliela, anche per sfatare le non meglio specificate 'voci' che girano sulla vecchia casa. Quando il giovane dice alla padrona della locanda dove andrà a stabilirsi, la donna ha una reazione allarmata, ma non riesce a dire cosa esattamente c'è che non va in quel luogo che tutti chiamano 'la casa del giudice' perché appartenuta, qualche secolo prima, a un giudice spietato e vendicativo, che godeva nel dispensare a pioggia condanne a morte e nel presenziare alle esecuzioni. Il giovane, forte del suo sapere scientifico, si fa burla di queste paure irrazionali, e si stabilisce nella grande sala da pranzo della casa. Intanto i topi, antichi abitatori della casa, abituatisi alla presenza dello studente, riprendono a scorrazzare nella soffitta e dietro i pannelli di legno che rivestono la sala. Il giovane, divertito più che spaventato, va in giro per la stanza in cerca delle tane dei topi, che sembrano abitare ogni crepa di quelle vecchie mura. Due cose, comunque, attirano la sua attenzione, i quadri appesi alle pareti ormai così anneriti da essere indistinguibili e la lunga corda della campana di allarme che pende dal soffitto, proprio vicino ad un'antica seggiola di legno intagliato accanto al focolare. Ed è proprio su quella seggiola che, preannunciato da un improvviso silenzio, scenderà, calandosi lungo la corda della campana, un enorme ratto dagli occhi malevoli, che fugge solo quando il giovane lo minaccia con lo spiedo e sparisce in un buco nel quadro che, dopo essere stato ripulito dalla fuliggine, risulta essere il ritratto del defunto giudice, seduto sulla vecchia seggiola di legno accanto al focolare, con la corda della campana dietro e lo stesso sguardo malefico di quello che sembra essere la sua reincarnazione topesca.








LA CASA DEL GIUDICE (1891)
DI
BRAM STOKER







Quando la data del suo esame si avvicinò, Malcolm Malcolmson decise di andare a studiare da qualche parte da solo. Temeva allo stesso modo sia le distrazioni del mare che il completo isolamento della campagna, perché un tempo ne aveva conosciuto le attrattive, così decise di trovare una piccola città senza pretese, dove non ci fosse nulla che lo distraesse. Si trattenne dal chiedere suggerimenti a qualcuno dei suoi amici, perché arguiva che ciascuno gli avrebbe raccomandato un posto che aveva già frequentato e dove aveva delle conoscenze. Dal momento che Malcolmson desiderava evitare gli amici, non aveva alcuna intenzione di sobbarcarsi le attenzioni degli amici degli amici, così decise di andare a cercarsi un posto per conto suo. Riempì una valigia con alcuni abiti e tutti i libri che gli servivano, quindi prese un biglietto per la prima località dell'orario ferroviario che non conoscesse.

sabato 13 aprile 2013

Il diavolo nella bottiglia

Difficile, l'amore ai tropici
   
Nel 1889 Robert Louis Stevenson (Edimburgo, 13 novembre 1850 – Vailima, 3 dicembre 1894) era ormai un autore amato e rispettato sia in Europa che negli Stati Uniti, grazie al successo incontrato dai suoi romanzi più famosi come Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde o L'isola del tesoro. Influenzato dalle opere di Melville, accettò l'invito di un editore a scrivere un volume sui mari del Sud e partì, con la famiglia, per una crociera verso le isole Marchesi (Polinesia francese), Tahiti e le isole Sandwich. La sua salute, da sempre cagionevole a causa di problemi polmonari, ebbe un tale miglioramento che lo scrittore decise di stabilire la sua dimora a Upolu, la principale delle isole Samoa. Qui visse dal 1890 fino alla morte, rispettato dagli indigeni che lo chiamavano Tusitala, ("narratore di storie"). E' a questo periodo che risale la raccolta di quattro racconti An Island Night's Entertainments (1839), scritta per un pubblico polinesiano, di cui il più famoso è certamente Il diavolo nella bottiglia (The Bottle Imp). Il racconto è considerato uno dei capolavori dello Stevenson, che nella narrazione riesce a fondere i temi a lui più cari: l'avventura, l'amore per i viaggi, il fascino dell'esotismo. Ma man mano che lo scrittore viene a contatto con la cultura di quei popoli, l'atteggiamento di gioiosa scoperta lascia il passo all'interesse morale e alla sincera solidarietà per le esigenze umane e sociale dei nativi. Ed è così che questa narrazione favolistica si tinge dei colori morali dell'eterna lotta tra il bene ed il male, e accanto allo Stevenson cantastorie, ritroviamo il rigore calvinista che aveva condotto il Dr. Jekyll all'autodistruzione. Ma forse il vero limite del Dr. Jekyll è la sua solitudine, il suo orgoglio che gli impediscono di trovare aiuto e solidarietà negli altri: è il perfetto figlio della società vittoriana. Ma qui, ai tropici, dove la ricchezza non ha senso se non può essere condivisa con gli altri, dove il valore di un uomo è anche quello dei suoi amici, dove l'amore è spontaneo e totale, il protagonista riuscirà a riscattarsi grazie al coraggio e alla coerenza morale della donna amata.

Il protagonista di questa storia di sapore faustiano è Keawe, un povero marinaio hawaiano, che durante uno dei suoi viaggi acquista per pochi dollari un'antica bottiglia, dimora di un demone capace di soddisfare ogni suo desiderio. La condizione, si sa, è sempre la stessa: l'anima dello sciagurato possessore. Apparentemente, c'è una via d'uscita: riuscire a rivendere a qualcun altro la bottiglia. Ma il diavolo si nasconde nei dettagli. La bottiglia, infatti, può essere ceduta solo ad un prezzo sempre inferiore a quello precedente. Sebbene terrorizzato da una visione dell'inferno quanto mai tangibile (le anime dei dannati rosolate sulle fiamme dell'inferno come in un barbecue hawaiano, fumo e diavoli spaventosi dappertutto), Keawe cede alla sua cupidigia e ottiene dal diavolo una splendida casa e denaro sufficiente per una vita di agi. Quando riesce a vendere la bottiglia, si sente finalmente in salvo. Ma il diavolo non abbandona facilmente le sue prede. Il tempo passa e Keawe si innamora della dolcissima Kokua, ma proprio prima delle nozze scopre di essersi ammalato di lebbra. E così, contrariamente a quello che si era riproposto, egli dovrà di nuovo ricorrere ai favori della bottiglia maledetta. Ma, quando finalmente riesce a rintracciarla, questa ha cambiato così tante mani e il suo prezzo è così basso che chi la compera non riuscirà più a rivenderla. Nonostante tutto, Keawe è così innamorato da rischiare la dannazione eterna. Ma il matrimonio non è felice: Keawe ha sempre davanti agli occhi le fiamme dell'inferno e trascura la giovane moglie, che finisce con l'attribuire a una sua mancanza l'atteggiamento del marito. Quando finalmente Keawe trova il coraggio di confessare alla moglie ciò che lo tormenta, la giovane donna, forte della buona educazione ricevuta alla scuola dei bianchi, convince il marito a partire per Tahiti, colonia francese, dove ci sono monete sottomultipli del cent americano: avranno così la possibilità di altre compravendite. Ma le persone avvicinate, appena scoprono il terribile prezzo da pagare, fuggono via inorridite, mentre Keawe sprofonda in una disperazione senza fine. Kokua, allora, grazie ad uno stratagemma, compra lei stessa la bottiglia, pur di vedere felice l'uomo che ama. Ma ora tocca a lei essere tormentata dalla consapevolezza della dannazione eterna al punto da non riuscire a condividere la ritrovata serenità del marito. Questo atteggiamento indispettisce l'ignaro Keawe, che pensa di aver venduto la bottiglia ad uno sconosciuto. A questo punto, sarà proprio Kokua a mettere il marito di fronte alla sua ambiguità morale:

O my husband!" said Kokua. "It is not a terrible thing to save oneself by the eternal ruin of another? It seems to me I could not laugh. I would be humbled. I would be filled with melancholy. I would pray for the poor holder."
 
Salvare la propria anima al prezzo della rovina eterna di qualcun altro: la consapevolezza della loro cinica condotta morale potrebbe essere la perfetta conclusione dell'apologo racchiuso in questa storia. Ma non dimentichiamo che questa è anche una fiaba, dove magia e realtà convivono sullo stesso piano, spingendo il destino dei Keawe e Kokua verso una felice conclusione. E qui entra in scena un quanto mai improbabile deus ex machina, un nostromo bianco ubriacone e brutale, autentico pendaglio da forca, che permetterà alla fiaba di avere il suo immancabile happy end, lasciando il diavolo a bocca asciutta!


                            
                        IL DIAVOLO NELLA BOTTIGLIA
                            di Louis Robert Stevenson


AITUTAKI - DONNA SULLA SPIAGGIA


C'era un uomo dell'isola di Hawaii 1, che chiamerò Keawe, perché, a dire il vero, è ancora vivo e il suo nome deve rimanere segreto, ma il suo luogo di nascita non era lontano da Honaunau, dove le ossa di Keawe 2 il grande giacciono nascoste in una caverna. Quest'uomo era povero, coraggioso e laborioso e sapeva leggere e scrivere come un maestro di scuola, inoltre, era un marinaio di prim'ordine: aveva navigato per un certo tempo sui battelli a vapore dell'isola e lavorato come timoniere in una nave baleniera lungo e coste di Hamakua. A lungo andare, nella mente di Keawe si fece strada l'idea di dare un'occhiata al vasto mondo e alle città straniere, così si imbarcò su un vascello diretto a San Francisco. 

lunedì 25 febbraio 2013

La casa vuota

--> Il buio oltre la porta 
 
Algernon Henry Blackwood (Shooter's Hill, 14 marzo 1869 – 10 dicembre 1951) è stato uno scrittore inglese di romanzi horror e soprannaturali. Studiò al Wellington College ed intraprese diverse carriere tra cui quella di agricoltore in Canada, di direttore di un albergo e di giornalista per una rivista di New York, prima di trasferirsi nel New England e cominciare a scrivere racconti horror. Superati i trenta anni, decise di ritornare in Inghilterra, dove iniziò a scrivere racconti soprannaturali. Collaborò con la BBC per leggere i suoi racconti sia in radio che in televisione. Scrisse dieci libri di racconti brevi, quattordici romanzi e numerose opere teatrali, che ottennero un certo successo di pubblico e di critica. Tra le sue opere più famose ricordiamo The Willows, influenzata profondamente dai viaggi di Blackwood sul Danubio, che narra la storia di due campeggiatori che scelgono il luogo sbagliato per trascorrere la notte; The Wendigo, ambientata in Canada, è la storia di un gruppo di cacciatori che si imbatte nella leggendaria creatura.
Di lui H.P. Lovecraft ha scritto “E' il maestro assoluto e indiscusso delle atmosfere soprannaturali.” (Supernatural Horror in Literature, cap. X). E, in effetti, autori come Blackwood e M.R. James sono riconosciuti maestri nella creazione di atmosfere soprannaturali attraverso un accumulo di indizi e colpi di scena che portano al climax, creando un'immagine culminante così potente da far sembrare insoddisfacente la conclusione stessa della storia.
Fra le sue creazioni la più originale è quella del detective dell'occulto John Silence (ispirato, probabilmente, dal personaggio del Dottor Hasselius di Le Fanu), un barbuto medico sulla quarantina, la cui passione per il soprannaturale lo porta ad affrontare casi eccezionali tra occultismo, licantropia e presenze paranormali. John Silence è il precursore di un vastissimo immaginario pop, che va dalla serie televisiva Ai confini della realtà fino ai più recenti Dylan Dog e Dr House.
Il racconto che vi propongo La casa vuota, fu pubblicato per la prima vota nel 1906 in una collezione di short story intitolata The Empty House and Other Ghost Stories. Protagonisti della storia sono Jim Shorthouse “Un giovanotto piuttosto comune” e la sua anziana zia Giulia, una vecchia zitella con la passione per la ricerca psichica. I due decidono di introdursi nottetempo in una casa dove si dice che accadano fenomeni così spaventosi da far fuggire tutti i suoi inquilini. Per il giovane Shorthouse questa avventura diventa una sorta di prova iniziatica, dove potrà mettere alla prova la sua capacità di autocontrollo di fronte alla “vera paura”, prova resa ancora più ardua dal fatto che egli dovrà farsi carico non solo della sua paura, ma anche di quella della sua fragile, ancorché temeraria, zia Giulia. Ma la vera protagonista della storia è proprio la casa. Apparentemente, una squallida casa di periferia, del tutto simile alle sue squallide vicine, ma le violenze commesse al suo interno le danno un'aura di malvagità quasi palpabile. Una volta varcata la porta d'ingresso, i nostri tragicomici eroi si troveranno calati in una perfetta atmosfera gotica: fitte tenebre, rumori inspiegabili, ratti grossi come gatti, semiinterrati maleodoranti, il labirinto delle camere della servitù nel sottotetto, il tutto tenuto insieme dalla spirale infinita delle scale, proprio come in un'incisione di Piranesi. Ed è su queste scale che tutte le sere si ripete lo stesso orrore. Ma se il lettore si aspetta di trovare dettagli orrifici o sanguinolenti, rimarrà deluso. Blackwood riesce a costruire un'atmosfera di terrore servendosi di pochi e significativi dettagli, l'horror vero va in scena nella mente dei nostri protagonisti. La casa diventa così la metafora del buco nero del loro inconscio, non più luogo sicuro e accogliente, ma possibile teatro di violenze e crudeltà, in controtendenza con la retorica vittoriana del “focolare domestico”.




La casa vuota
Algernon Blackwood, 1906






Certe case, come certe persone, riescono, non si sa come, a proclamare immediatamente la loro propensione al male. Nel caso di queste ultime, non necessariamente vengono tradite da qualche tratto particolare: possono vantare un atteggiamento aperto e un sorriso ingenuo, e tuttavia, solo un po' di tempo in loro compagnia lascia l'inalterabile convinzione che c'è qualcosa di radicalmente sbagliato nel loro modo di essere: sono malvagie. Volenti o nolenti, sembrano emanare un'aura di pensieri segreti e perversi, che fa arretrare quelli che si trovano nella loro immediata vicinanza come se si trattasse di una cosa infetta.

martedì 12 giugno 2012

I terrestri portano doni


Timeo danaos et dona ferentes...

Così, nell'Eneide di Virgilio, lo sfortunato Laocoonte tentò di impedire ai troiani di accettare il fatale dono dei greci. E certamente Fredric Brown se ne ricordò in questo breve racconto Earthmen Bearing Gifts (Galaxy magazine, giugno1960). Come sempre, nei racconti di Brown la fantascienza è solo un pretesto per parlare del presente. Un presente allora minacciato dalla guerra fredda e dall'incubo dell'olocausto atomico. Noi che eravamo adolescenti quella notte tra il 20 ed il 21 luglio del 1969 imparammo a conoscere Brown attraverso il suo racconto più famoso The Sentry (La sentinella 1954) letto da Warner Bentivegna in attesa dell'allunaggio. Fu semplicemente perfetto. E per me fu amore a primo ascolto.





Marte aveva doni da offrire e la Terra aveva molto da dare a sua volta – se solo lo scambio avesse potuto essere organizzato...






I TERRESTRI PORTANO DONI

di FREDRIC BROWN







Dhar Ry sedeva solo nella sua stanza, meditando. Dall'esterno della porta percepì un'onda di pensiero equivalente ad una bussata, e, guardando verso porta, desiderò che si aprisse.
Si aprì. “Entra, amico mio,” disse. Avrebbe potuto trasmettere l'idea telepaticamente, ma, essendo solo due persone, era più educato parlare.
Ejon Khee entrò. “Sei rimasto sveglio fino a tardi stanotte, mio comandante,”disse.

mercoledì 9 maggio 2012

Il riscatto di Capo Rosso


Un Giamburrasca tra gli indiani

Se cercate O. Henry (1862-1910), pseudonimo di William Sydney Porter, in una storia della letteratura americana, a mala pena troverete un paio di righe che lo definiscono “autore di racconti brillanti e leggeri” ( Cunliffe M., Storia della letteratura americana; P.B.E., 1969). In effetti, O. Henry fu autore estremamente prolifico di racconti caratterizzati da un finale sorprendente che ribalta completamente le premesse iniziali, ne scrisse più di seicento, in parte raccolti in antologie. Sorprendente fu anche la vita di O. Henry. Come tanti scrittori americani, non ricevette un'educazione universitaria, ma sviluppò ben presto un grande amore per la lettura. Intraprese una varietà di lavori: farmcista, cawboy in Texas, editore e giornalista di una rivista satirica, -The Rolling Stone-, cassiere di banca. E fu proprio il suo lavoro in banca a dare una svolta inaspettata alla sua vita e alla sua carriera di scrittore. Nel 1896 fu accusato di appropriazione indebita. Condannato a cinque anni di carcere, fuggì in Honduras dove trovò l'ispirazione per scrivere la raccolta di racconti che, in onore a Lewis Carroll, intitolò, Cabbages and Kings, in cui coniò il termine “banana republic” per descrivere il paese e che diventerà proverbiale. L'anno successivo ritornò negli States per essere vicino alla moglie morente e prendersi cura della loro unica figlia. Nel 1898 andò in prigione, da cui uscì tre anni e una dozzina di racconti dopo. Fu in prigione che adottò lo pseudonimo O. Henry per proteggere la sua vera identità. Nel 1902 si trasferì a New York, dove iniziò la sua collaborazione con il New York World Sunday Magazine, a cui inviò un racconto alla settimana per più di un anno. Il pubblico adorava le sue storie piene di ironia, caratterizzate da un plot avvincente e sorprendente e popolate da personaggi memorabili per le loro debolezze e i loro difetti, più che per le loro virtù. Più severo il giudizio dei critici, che consideravano superficiale la sua leggerezza. Morì a New York nel 1910, alcolizzato e senza un soldo.
O. Henry amava le persone comuni, le cui vite descrisse con sguardo ironico e solidale. Nel suo universo di banditi falliti e redenti, di amanti delusi ma ancora innamorati, di burberi benefici, c'è sempre un sorriso per tutti. Egli è un impareggiabile chiacchierone, un insuperabile intrattenitore, un affascinante bugiardo. Le sue storie sono un meccanismo perfetto, basate sull'intreccio e sulla suspance, fino al colpo di teatro conclusivo, che si sostituisce, con grazia e leggerezza, al finale edificante della letteratura del tempo. Egli costruisce un universo parallelo dove rifugiarsi dalle brutture del mondo reale e dai suoi incubi, dove c'è ancora il tempo per sorridere sulle proprie disgrazie e dove i buoni sentimenti sembrano prevalere.

Il racconto che vi propongo, The Ransom of Red Chief, pubblicato nel 1910 nella raccolta Whirligigs, è uno dei più conosciuti. Le situazioni e i personaggi contribuiscono a costruire un meccanismo così ben oleato da essere stato letteralmente saccheggiato dal cinema e dalla televisione. Il protagonista; Johnny Dorset, una piccola peste di dieci anni, tutto lentiggini e capelli rossi, continua la tradizione dei ragazzi terribili di Mark Twain, mentre i due malfattori che lo rapiscono nella speranza di ottenere un cospicuo riscatto dal ricco papà, sono la parodia buonista degli spietati banditi del selvaggio west.




Il riscatto di Capo Rosso
di
O. Henry (1910)



Sembrava una buona idea: ma prima aspettate che ve la racconti. Eravamo giù al sud, in Alabama – Bill Driscoll e io – quando ci venne quest'idea del rapimento. Successe, come disse Bill dopo, “durante un momento di temporanea apparizione mentalei”; ma lo scoprimmo solo più tardi.
C'era una città laggiù, piatta come una frittella, e chiamata Summit, naturalmente. I suoi abitanti erano di una razza di contadini innocui e cuor contenti come mai se ne erano affollati intorno ad un May Poleii.
Bill e io avevamo messo insieme un capitale di circa seicento dollari, e avevamo proprio bisogno di altri duemila dollari per realizzare una frode di terreni edificabili nell'ovest dell'Illinois. Discutemmo la cosa sui gradini all'ingresso dell'albergo. L'attaccamento alla progenie, ci dicevamo, è forte nelle comunità semi-rurali, per questo, e per altre ragioni, un progetto di rapimento avrebbe funzionato meglio qui che nel raggio d'azione di quei quotidiani che mandano in giro giornalisti in incognito per attizzare chiacchiere su cose di questo genere. Sapevamo che Summit non poteva metterci contro niente più che qualche guardia e forse qualche bracco indolente e una diatriba o due sul Il bilancio settimanale dell'agricoltore. Perciò, ci sembrò una buona idea.
Scegliemmo come nostra vittima il figlio unico di un eminente cittadino a nome Ebnezar Dorset. Il padre era un rispettabile taccagno, collezionista di ipoteche, impeccabile a passare il piatto delle offerte in chiesa e un intemerato speculatore. Il bambino era un ragazzo di dieci anni, con lentiggini a basso rilievo e i capelli del colore della copertina della rivista che comprate all'edicola quando volete prendere il trenoiii. Bill e io ci immaginavamo che Ebnezer avrebbe sganciato senza fiatare i duemila dollari del riscatto fino all'ultimo centesimo. Ma aspettate che ve lo racconti.

mercoledì 21 marzo 2012

Janet la storta


Aspettando Mr. Hyde...

Thrawn Janet fu scritto da Stevenson di ritorno nelle Higlands scozzesi dopo il suo sfortunato soggiorno a Davos, in Svizzera, dove si era recato nella vana speranza di ritrovare sollievo alla tubercolosi che lo affliggeva fin dall'infanzia. Tra il 1881 e il 1882, per sfuggire alla malinconia della malattia e influenzato dai pittoreschi e desolati paesaggi scozzesi, scriverà tre racconti “abbastanza orridi da far gelare il sangue ad un granatiere,” Thrawn Janet, appunto, The Body-Snatcher (Il ladro di cadaveri) e The Merry Men (Gli allegri compari), che saranno pubblicati in un unico volume nel 1887, un anno dopo la pubblicazione di The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde.
Il racconto, calato nel paesaggio naturale e morale della Scozia del diciottesimo secolo, narra della possessione demoniaca della vecchia perpetua – la Janet del titolo – di Mourdock Soulis, il giovane e inesperto ministro della piccola parrocchia di Balweary (area amministrativa di Fife, non lontano da Kirkcaldy).
La struttura narrativa e il linguaggio sono piuttosto complessi e interconnessi. La parte introduttiva, o cornice, è narrata in lingua inglese da un narratore extradiegetico, mentre il racconto vero e proprio è narrato in scozzese, in prima persona, in forma di flashback. Diversi sono i punti di vista; il narratore esterno presenta il protagonista, Mr. Soulis, così come lo vediamo oggi: ieratico e terrificante nei suoi attacchi contro il demonio durante la messa domenicale, immerso in un mondo di protestantesimo presbiteriano ossessionato dall'eterna lotta tra il bene e il male. Il narratore interno, che rappresenta il punto di vista della piccola comunità, riferisce fatti successi cinquanta anni prima; sullo sfondo c'è la lotta tra la parte più integralista della chiesa presbiteriana, gli Evangelici, e la parte più incline al compromesso con il potere centrale, i Moderati. I fatti narrati sono così spaventosi, che egli trova il coraggio di parlarne solo dopo il terzo boccale di birra, cosa che lo rende un narratore non affidabile, lasciando il lettore in bilico tra incredulità e orrore. La traduzione, naturalmente, non riesce a rendere il colore e il ritmo del dialetto, basato su particolari strutture sintattiche, onomatopee e perifrasi spesso intraducibili, tuttavia, questo racconto conserva intatta, anche nella traduzione, la sua capacità di coinvolgere e trascinare il lettore e sembra anticipare una delle tematiche più care a Stevenson, quella del doppio, o meglio, dell'ombra. Quell'uomo nero, che Mr. Soulis incontra in un infuocato giorno d'estate nel piccolo cimitero papista, non è forse la proiezione della sua stessa persona e del suo Io più segreto?


Janet la storta
di 
Robert Louis Stevenson


Credulity, Superstition and Fanaticism
William Hogarth (1697-1764)


Il reverendo Murdoch Soulis fu a lungo ministro della parrocchia di Balweary nella brughiera della valle del Dule. Un vecchio dal volto severo e triste, che incuteva timore ai suoi ascoltatori, visse gli ultimi anni della sua vita, senza parenti né servi o altra compagnia, nel piccolo e solitario presbiterio sotto lo Hanging Show. A dispetto della ferma compostezza dei suoi lineamenti, lo sguardo era agitato, spaventato e incerto, così che, quando egli si soffermava, in confessione, sul futuro dell'uomo impenitente, sembrava che i suoi occhi penetrassero attraverso le tempeste del tempo e i terrori dell'eternità. Molti giovani che venivano a prepararsi per la Prima Comunione rimanevano terribilmente turbati dai suoi discorsi.
La prima domenica dopo ogni 17 di agosto, egli teneva un sermone sull'ottavo versetto della prima epistola di San Pietro “Il diavolo, come un leone ruggentei,” e ogni volta superava sé stesso, sia per la natura spaventosa dell'argomento e sia per il terrore che i suoi modi di fare suscitavano dal pulpito.I bambini avevano attacchi di paura, mentre i vecchi sembravano più che mai degli oracoli ed erano, per tutto il giorno, pieni di quelle allusioni che Amleto deprecavaii. Proprio al principio del ministero di Mr. Soulis lo stesso presbiterio veniva evitato da tutti coloro che si consideravano persone prudenti; esso si trovava presso le acque del Dule, circondato da fitti alberi, con lo Hanging Shaw che lo sovrastava da un lato mentre sull'altro lato fredde colline coperte dalla brughiera si innalzavano verso il cielo; gli onest'uomini che sedevano nella birreria del villaggio scuotevano la testa tutti insieme al pensiero di passare vicino a quel luogo inquietante. C'era un posto in particolare, per essere più precisi, che era guardato con grande timore. Il presbiterio era tra la strada principale e il fiume, con un abbaino su ogni lato, il retro era nella direzione del villaggio di Balweary, che distava quasi mezzo miglio; sul davanti uno spoglio giardino, delimitato dai rovi, occupava la terra tra il fiume e la strada. La casa aveva due piani e su ciascuno c'erano due grandi camere. Non si usciva direttamente sul giardino, ma su un sentiero acciottolato che, da un lato, conduceva alla strada principale, dall'altro, era chiuso da alti salici e sambuchi che fiancheggiavano il fiume. Ed era proprio questa parte del sentiero che godeva di una così pessima reputazione tra i giovani della parrocchia di Balweary. Il ministro vi passeggiava spesso dopo il tramonto, a volte gemendo mentre pregava silenziosamente; quando non era a casa e la porta del presbiterio era chiusa, i ragazzini più coraggiosi, con il cuore gli batteva forte, si avventuravano in quel luogo leggendario per giocare a “segui il capoiii.”